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GUERRA E REPRESSIONE

SABOTIAMO LA GUERRA_INTERVENTO CONCLUSIVO

TESTO

Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio 2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione.

Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno. Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre capacità di intervento.

La fine del mondo unipolare

Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione della nostra assemblea: la guerra.

Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare, tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹

Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni, dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine, nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia statunitense.

L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari.

Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”.

Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi, del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del pianeta.

Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello militare a quello etico.

Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra agli oppressori.

Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro), per arrivare fino a quello della forza militare.

Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova potenza globale. Possiamo simbolicamente ritenere che il punto di passaggio tra questi due assetti globali sia la guerra tra Russia in Ucraina, questo in conseguenza della dimostrata incapacità delle forze atlantiche di sottomettere con la forza la federazione Russa.

La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza (America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale).

La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale, in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra fornisce al massimo un’interpretazione.

Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale, quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica, ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi strutturali e profondi.

Alcune caratteristiche della guerra contemporanea

Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni seguenti siano stati un periodo di pace.

A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo», che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo, impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti dell’industria e della classe militare.

Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze, risorse e capacità tecnologiche.³

Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di dottrina la guerra non è stata più vista dai cittadini occidentali come un fenomeno che ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a comprendere quale tragedia sia la guerra .

Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari contro cui si rivolgono i paesi capitalisti occidentali sono vere e proprie potenze militari quali Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica.

Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla riproposizione di strategie del passato.

Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina, ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio,

l’impiego di grandi masse di soldati o il grande consumo di materiali che servono in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi, avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea.

Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente (che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire l’eliminazione di un popolo).

Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora pronti per essere utilizzati in ambito civile.

La guerra ibrida

Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni: ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del sistema dominante.

Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi. Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso, ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra ibrida.⁵

I fronti della repressione

Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione della libertà di espressione.

Mondo del lavoro

Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a questioni di necessità che di opportunità.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione, se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo di base ne è testimonianza.

La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale (pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità, necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la tenuta.

La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe essere notevolmente aggravato.

Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra. Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia, come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente specializzato, selezionato e fidelizzato.

Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi. Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice, qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono per uccidere i loro fratelli.

Esclusione sociale

«Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città.

Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele, ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una colonia penale extraterritoriale.

Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la funzione di esercito industriale di riserva.

Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati a livello di massa.

Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in quanto detenuti.

L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela, dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo.

Società del controllo

La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del controllo che è un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli sfruttati.

La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente una costante della nostra quotidianità.

Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre (ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo.

Repressione politica

Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa» nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di “antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta.

In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci. Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica.

Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse».

La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic terrorism». Gli Staticapitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte.

Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis, l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che contengono sempre elementi di repressione politica.

Censura

Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura.

Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi si mobilita contro il genocidio in Palestina.

Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente falsificata.

La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali, apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare statunitense).

Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal panorama della comunicazione ufficiale.

Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello dell’operazione Sibilla.⁶

Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione leggi specifiche.

Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta di introduzione del DDL “antisemitismo”.

Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi. ⁷

Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale 41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di partecipazione al dibattito politico.

Conclusioni

A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste conclusioni.

La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo proporzionale.

La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati, non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della repressione è la controinsurrezione.

Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo – ed anzi guardare il mondo unicamente dal punto di vista della repressione può essere fuorviante – né l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il movimento di classe può crescere e rafforzarsi.

Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista.

Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del mondo.

Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose.

Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base per il lavoro da fare.

Viterbo, 8 febbraio 2026

NOTE

¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf

²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992)

³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo (1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della «balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo (2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti. L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani.

⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream); omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi (gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia), inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO, molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il conflitto sociale interno agli Stati avversari.

⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/

⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/

⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/

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Sabotiamo la guerra e la repressione

PRIGIONIERI RIVOLUZIONARI, REPRESSIONE E LOTTE ANTIMPERIALISTE NEL MONDO

TESTO/AUDIO

PRIGIONIERI/E RIVOLUZIONARI/E, REPRESSIONE E LOTTE ANTIMPERIALISTE NEL MONDO
Allora aggiungo alcune cose in continuità, all’intervento che ha fatto adesso Carlo.
Innanzitutto ricordando che in Italia, oltre appunto 41 bis, abbiamo un gruppo di
prigionieri e prigioniere rivoluzionarie che sono in carcere da 44 anni. Proprio in questi giorni cade questo “anniversario” per molti di loro, un numero che fa veramente paura. Militanti quasi tutti/e catturati/e nel fatidico anno 1982. L’ 82 è stato l’apice di tutto il ciclo degli anni ’70. Nell’80 furono arrestate circa 1000 persone e altrettante, circa 1200 nell’82, numeri che danno la dimensione dello scontro. Naturalmente la maggioranza aveva una partecipazione limitata ai movimenti, quindi ha subito condanne anche pesanti ma non ergastoli. Gli ergastoli hanno colpito solo una parte di questi/e militanti, fra cui appunto questi/e che sono tuttora in carcere, che sono esattamente 15.
Tutti/e militanti, tra l’altro, delle Brigate Rosse. Dico la loro identità perché ci tengono, sono condannati agli ergastoli perché hanno partecipato a operazioni di un certo livello e sono ancora dentro perché non hanno mai accettato una forma di ravvedimento, di resa, di capitolazione, di dissociazione, mentre purtroppo in Italia abbiamo assistito ad un penoso spettacolo di vari tradimenti che hanno decimato le fila rivoluzionarie negli anni. Soprattutto alla fine degli anni ’80.
L’importanza di questa loro resistenza è stata assunta politicamente dal Soccorso Rosso internazionale, e mi presento anche per chi non lo sa, io faccio parte di questa che è un’entità modesta ma trasversale ad alcuni paesi in Europa e fino alla Turchia
E spendo due parole al riguardo, essa venne formata alla fine degli anni ’90, in dialettica con prigionieri/e rivoluzionari/e in carcere. Un percorso di aggregazione proprio sul rifiuto
delle derive di dissociazione e resa. Cioè, al di là dei tanti errori che si possono fare nei
percorsi rivoluzionari o di liberazione sociale, anticoloniale e antimperialista, comunque gli
errori ce li dobbiamo vedere fra di noi nei ranghi nostri e non trasformarli in materia di commercio con gli oppressori, con i dominanti. Questa è una regola proprio basilare,
minima, che è sempre stata vera in tutti i cicli storici, perché anche se in Italia ha avuto
proporzioni un po’ pesanti, questo fenomeno di deriva però è esistito in tutti i cicli
rivoluzionari dall’inizio del 900. Bisogna esserne coscienti e saper affrontare la contraddizione.
Questi/e militanti che resistono in carcere sono veramente un esempio, ma ce ne sono stati diversi/e che sono usciti anni prima pur facendo il loro dovere (come si diceva, avendo condanne “minori”) e sono stati comunque tanti/e. Insieme rappresentano proprio la coerenza e il coraggio perché è chiaro che, oltretutto, non rinunciando e rafforzando la propria identità, non è che sono diventati dei residui, delle specie di zombie che stanno chiusi lì. A volte c’è la visione del carcere come un buco nero, dove si è sottratti/e alla vita, ma non è così. Questo dipende proprio dalla risposta che i militanti danno: se è una risposta attiva, viva, resistono. E qui citerò subito un esempio, un militante che partecipò
alla formazione del soccorso rosso internazionale all’epoca, George Abdallah.
George Abdallah forse la maggioranza l’han sentito nominare ultimamente, quando è stato
liberato dopo 41 anni di carcere dalla Francia ed è tornato al suo paese in Libano. E lì, tra
l’altro, ha ripreso un ruolo politico attivo, ma che lui manteneva già in carcere, perché ha sempre mantenuto viva questa dialettica con l’esterno, coi movimenti. Quando è stato liberato, a chi gli chiedeva, appunto (soprattutto i giornalisti o questi intellettualini che prima si citava): ”ma come ha fatto a sopravvivere a quarantun’anni di carcere?”
Lui, molto serenamente, rispondeva: “Non è merito mio. È merito del collettivo, dei movimenti, del mio rapporto con loro. È un merito sempre collettivo.” E questa è proprio una bellissima risposta, perché a noi non piacciono gli eroi; come scrisse Bertolt Brecht, “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Abbiamo bisogno di eroismo, sì, perché a quei livelli lì è anche eroismo, ma non di eroi. E lui rende merito a quella che è la dimensione collettiva
comunitaria. D’altronde è già risuonato negli interventi precedenti sulle cose da fare oggi.
Qual’è una delle cose fondamentali? È costruire solidarietà e senso comunitario. Senza queste cose qua non sarebbero esistiti né i cicli di lotta degli anni ’70, né la classe operaia che ha avuto questa forza e questa grande dignità e identità in certi anni. E su quella base lì poi si possono fare altri passi. Però questa di sicuro è la prima cosa, secondo me, da alimentare. Sono d’accordo, appunto con chi ha parlato prima, che le dobbiamo alimentare oggi, tanto più nelle società come le nostre occidentali, che sono estremamente disgregate, perché lo sappiamo che uno dei punti di forza del popolo palestinese e di tanti altri popoli oppressi è che questo spirito, questa vita comunitaria, comunque in buona parte ce l’hanno ancora, nonostante gli sforzi del capitalismo di inondarli con vari veleni disgreganti. Quindi questa cosa qua è per capirsi sul valore di questi/e prigionieri/e e del fondamento della loro resistenza..
Allora, quando si formò alla fine degli anni ’90, l’SRI ebbe un preambolo prima di tutto all’interno delle prigioni, cioè furono dei nuclei di prigionieri che formarono una piattaforma di mutuo soccorso, di mutuo aiuto. L’idea era di costruire delle relazioni attive che sostenessero quelli/e che in una data situazione, in Turchia, o in Spagna o in Italia, iniziavano una lotta; per farla risuonare ovunque e costruire anche dei momenti comuni di lotta attraverso i paesi. Questa piattaforma significativamente la chiamarono Piattaforma 19 giugno 1999 perché fu fatta nel ’99. Mentre Il 19 giugno, molti lo sapranno, è una data storica, l’enorme massacro che il regime capitalista del Perù, a direzione socialdemocratica all’epoca, operò contro i prigionieri/e del Partito Comunista del Perù Sendero Luminoso, che conduceva la guerra popolare di lunga durata. Massacrarono in un paio di giorni 300 donne e uomini in due prigioni, che da tempo erano in lotta e creavano grossi problemi al controllo statale. E siccome i prigionieri/e lottarono fino alla fine, Sendero Luminoso trasformò in loro onore il 19 giugno nella giornata che chiamarono effettivamente “giornata dell’eroismo rivoluzionario”, per assumere in seguito la denominazione “giornata internazionale dei rivoluzionari/e prigionieri/e” Nel ’99 appunto viene ripresa questa data significativa per dare un senso anche di continuità fra le lotte, fra le rivoluzioni nel mondo.
Contemporaneamente formammo il Soccorso Rosso Internazionale all’esterno, che, tra l’altro, comprendeva e comprende ex prigionieri/e. Ancora una cosa sulle date, ricordiamoci, si è parlato appunto dei precedenti del 41 bis, come si è arrivati all’articolo
90, alle carceri speciali, il 1982. Il gennaio ’82 soprattutto è molto simbolico, perché?
Fu il punto forse più alto della lotta rivoluzionaria in Italia. All’epoca era in corso il sequestro Dozier. Dozier era un generalone americano. comandante della NATO su ampia area euro mediterranea, un boia che aveva fatto carriera in Vietnam. Era stato catturato dalle Brigate Rosse e fu liberato solo grazie alle torture che venivano inflitte ai militanti arrestati/e in quei mesi. All’epoca il governo italiano aveva deciso un salto preciso nello scontro, passando all’uso sistematico della tortura scientifica. E purtroppo i risultati li ottenevano.
Quindi in quella vicenda lì si incrociano almeno tre elementi. Intanto il punto alto della lotta rivoluzionaria, perché la NATO fu toccata ad uno dei punti più alti che mai fosse successo in Europa, dall’altro, appunto, la questione della tortura, la questione di come lo Stato e l’imperialismo rispondono a questo livello dello scontro. Naturalmente la tortura italiana fu fatta da sgherri sotto supervisione e coadiuvati dalla onnipresente CIA. Molti militanti crollarono, uno di quelli che resistette, praticamente a tre giorni di tortura, Cesare Di Lenardo, un giovane operaio all’epoca. Parliamo di un ventenne, 22 anni o giù di lì. Lui è ancora in carcere oggi, 44 anni dopo, con una fermezza ideologica e politica, quella che citavo precedentemente. E quando si parla di questo, loro dicono: “Non ci presentate come super donne e super uomini, noi siamo espressione della forza della lotta di classe, della lotta antimperialista di quel ciclo là in Italia” . Anche questo è un segno di modestia e di senso collettivo, che è importante che noi raccogliamo, perché voglio dire che se in un paese occidentale si è espresso un tale livello di forza, di dignità, bisogna capirne il valore, il fondamento. Credo che un salto di qualità è stato fatto, è una forza che resta per noi come classe. Appunto, quando spesso parliamo di classe, la classe cos’è? La classe è avere anche questa identità qua. Siamo fieri della rivoluzione sovietica, della rivoluzione cinese, del Vietnam, e oggi dell’eroismo palestinese. Tante cose che fan parte di un nostro patrimonio, sono quelle cose che ci fanno dire, come è stato detto, che è possibile resistere, è possibile lottare, è possibile andare avanti, perché spesso il nostro nemico è la demoralizzazione, l’autocensura, il non avere più coraggio, la speranza di lottare. Queste sono dimostrazioni che si può resistere, che si può andare oltre.
E su questo mi riaggancio anche al discorso su Alfredo Cospito. Perché? La
mobilitazione per lui è stato un salto di qualità enorme, perché per la prima volta non solo si è rotto il tabù del 41 bis che in sostanza lo Stato gestiva con la narrazione contro i mafiosi (che poi anche quello è tutto da discutere, visto che i grossi mafiosi sono al potere, in galera ci sono “i picciotti”). Lì si è rotto questo tabù. Si è visto intanto che cos’è un trattamento di tortura che comunque non merita nessuno. E secondo, si è arrivati a una mobilitazione che ha coinvolto, per esempio, i sindacati di base. Adesso qui avevamo appunto rappresentanti del Si Cobas. Ci ricordiamo che in quell’epoca là il SI Cobas, anche l’USB e altri sono scesi in piazza, hanno fatto dei segni di solidarietà, hanno aperto i microfoni durante i comizi, dicendo sì, oltre alla repressione contro i sindacati, contro i picchetti, eccetera, c’è anche questa repressione. Cioè c’è stato un salto di qualità fondamentale a riconoscersi come classe, come fronte, di fronte a una repressione che in varie gradazioni ci coinvolge tutti.
Appunto, prima Carlo diceva: il rischio del 41 bis non è solo la cosa in sé, ma che informa l’insieme della repressione, che tutto è tenuto dalla stessa logica di classe e imperialista.
Tra l’altro, oggi c’è un’altra cosa, un’altra dimensione che ci dà la possibilità di dare una continuità a questo salto di qualità. Oggi ci sono più di 10 militanti o semplici proletari palestinesi che sono stati arrestati, incarcerati in questi ultimi mesi. I vecchi compagni che li accolgono nelle loro sezioni, a Rossano, a Terni, ad Alessandria e altrove, nelle sezioni speciali, ne sono ben contenti, perché si ritrovano questi giovani, spesso espressione di tutto un’altro mondo, che loro non conoscono o conoscono in parte, e si creano queste commistioni di solidarietà. Ovviamente in carcere la solidarietà è molto facile, diciamo così, nella sofferenza le persone si uniscono facilmente e anche di mondi diversi. Cioè ci sono i palestinesi, ci sono arabi già da prima, ci sono curdi, ci sono pakistani, albanesi, tutti imputati, ovviamente per associazione sovversiva, banda armata, eccetera, che si ritrovano con questi vecchi compagni e con più giovani, incarcerati più recentemente, soprattutto dell’area anarchica. Quindi noi abbiamo una situazione anche carceraria che evolve in un senso interessante. Certo, non è interessante stare in galera, ma se ci si è, voglio dire, bisogna cogliere gli aspetti positivi: la difesa dei prigionieri, quella politica non umanitaria, la difesa del senso del perché si è in carcere, delle ragioni e delle motivazioni di lotta è l’atto principale.
Abbiamo avuto l’esempio di Anna, della sua lettera, luminosa anche lei, sullo stesso stile dei vecchi/e compagni/e e di Alfredo Cospito. Cioè questo tipo di attitudine è fondamentale di fronte alla repressione: non cedere, non cedere. Poi è difficile, è chiaro, ed è lì che conta anche la solidarietà, quello che diceva George Abdallah. Lui ha resistito, ma non solo per questo suo non cedimento, ma perché è stato sostenuto. Pensiamo che per George Abdallah alle ultime manifestazioni davanti al carcere (e parliamo di un carcere piazzato in un enclave tipo Tolmezzo o Lampedusa, per dare l’idea delle distanze) e ci andavano 2/3.000 persone. Quindi questa solidarietà lui la riceveva eccome.
Sulla questione del fronte contro la repressione cito solo en passant così tutti i fatti
che ultimamente ci possono interessare. Dei palestinesi, già detto, ci sono attualmente
resistenze in carcere in Irlanda, in Grecia, in Spagna, in Euskadi, in Germania. Addirittura
queste vecchie militanti della Raf che sono catturate trent’anni dopo e che sono sempre
come quelli citati, determinate nelle loro posizioni. E gli/le antifascisti/e a Budapest, di cui abbiamo visto ultimamente le condanne per Maya, Gabri e Anna a 7/8 anni, e di carcere
ungherese coi nazisti come carcerieri. Abbiamo i portuali, in particolare fra i sindacati di
base, che sono accusati di associazione a delinquere, cioè abbiamo anche questi
passaggi repressivi che noi possiamo assumere proprio in una logica di fronte.
Se ognuno si fa il suo caso a sé, è chiaro che diventano casi difficili o in cui si perde
questo filo di appartenenza. Invece la questione è proprio di stare insieme. Direi anche, pur con le con le distanze politiche che ci sono, il caso dell Askatasuna. Non so quanti qui, ma almeno un’area politica come la mia un po’ di diffidenza l’abbiamo sempre avuta, perché nel passato, insomma, hanno giocato un po’ ai “buoni e i cattivi”; tenevano le distanze, hanno fatto anche alcune cose, diciamo pure brutte. Però in questo caso qua, dopo gli scontri di del 31 gennaio, hanno avuto una posizione, bisogna dire, corretta, non hanno fatto prese di distanza, hanno difeso la manifestazione in tutte le sue componenti, quindi coprendo quelli che hanno fatto gli scontri e dicendo che appunto il futuro sta nella lotta,
che bisogna andare avanti e che bisogna difendere tutti, eccetera. Quindi ci sono degli avanzamenti che bisogna anche saper registrare. No, non è che la gente resta sempre o brutta o arretrata, ci sono degli avanzamenti. Credo che sul fronte dell’antirepressione effettivamente oggi c’è questo avanzamento, perché la percezione del pericolo di guerra, del fatto che la guerra può arrivare anche qui, che il mondo sta degenerando in quel senso, ce l’ha molta gente, anche della gente comune, e questa è una cosa che possiamo cogliere, che possiamo cogliere e trasformare in un punto di forza nostro se avanziamo anche noi. Cioè il fatto che il sistema non ha più delle possibilità di sviluppo e cose da offrire, se non che l’orrore della guerra imperialista che, lo disse pure il Papa, ci sarà la terza guerra mondiale, anzi ci siamo già dentro, e su questo piano qua, noi dobbiamo offrire alla gente, alla nostra classe, una prospettiva che sia credibile e cominciare a costruirla. Un ultimo esempio, Minneapolis negli Stati Uniti, lì sembra proprio guerra civile strisciante. E assistiamo al fatto che masse enormi sfuggono a quello che è il controllo, la narrazione dominante, sfuggono, al ricatto istituzionale, cominciano a porsi sul terreno della lotta, dell’organizzazione indipendente, eccetera. Diciamo che chiaramente bisognerà, facendo tutti i passi intermedi, piccoli anche, offrire sempre di più queste due prospettive: solidarietà e resistenza. Così come ci affianchiamo ai palestinesi e ad altri popoli che sono in lotta nel mondo. Cito solo, per esempio, il processo rivoluzionario in India, di cui non si parla proprio, che si trova in un passaggio molto difficile, una guerra di sterminio. Anche lì c’è una guerra popolare rivoluzionaria da decenni e soprattutto negli ultimi anni, ma stanno affrontando dei massacri micidiali. Sono lì dei punti avanzati della rivoluzione nel mondo. Siccome credo che abbiamo una visione della rivoluzione come un processo storico che prenderà grandi epoche, neanche una sola, ma che va un po’ di qui, un po’ di là, un po’ in Asia, un po’ in Africa, un po’ nelle Americhe, un po’ anche, si spera, in Europa. Questo bisogna cogliere e solidarizzarsi assolutamente a quelli che sono i punti avanzati che ci sono oggi e quindi dobbiamo vederli per quelli che sono oggi e sostenerli in tutti i modi. E appunto, io concluderei su una cosa: che solidarietà e resistenza ci servono per costruire sempre più le nostre forze e che, come abbiamo detto in una in una formulazione sintetica, trasformando un po’ quella più teorica di Lenin, noi siamo nell’epoca in cui
la nostra unica prospettiva è trasformare le guerre dei padroni in guerra ai padroni.
Questa è la prospettiva in cui situare la stessa solidarietà e resistenza. E buonasera a tutti/e.
SOCCORSO ROSSO INTERNAZIONALE

Categorie
Sabotiamo la guerra e la repressione

FRONTE INTERNO: LOTTE SINDACALI E REPRESSIONE

TESTO

Buongiorno compagni e compagne, ci siamo tutti rifocillati adesso, quindi spero che non vi viene l’abbiocco post pranzo. Prima c’era l’aggressività della fame, adesso magari l’abbiocco post pranzo proverò a non farvelo venire. Mi presento, sono Mimì, appartengo al movimento dei disoccupati 7 novembre di Napoli. E sono coordinatrice a Napoli del Si Cobas. Con un po’ di emozione faccio questo intervento perché il tema della repressione è un tema che sicuramente tocca delle corde rispetto alle quali tutti noi ci interroghiamo per le nostre vite, per come le conduciamo, per quelle che sono le nostre tensioni. Rispetto al nostro ruolo all’interno della società, parto dal fare una panoramica veloce e a volo d’uccello su quello che è il movimento 7 novembre. Parto da questo perché lavoro e non lavoro sono due facce della stessa medaglia. Ci danno la possibilità di osservare con una lente molto precisa quelli che sono i piani patronali e dello Stato come giustamente sottolineava prima Silvano nel suo intervento quando opportunamente operava una distinzione netta tra governo e Stato. Il Movimento 7 novembre è un movimento che nasce intersezionale, nasce dall’esigenza di un territorio che è quello di Napoli e di Bagnoli in particolare, durante una di quelle fasi nelle quali si manifestava esplicita: c’era il decreto Sblocca Italia, c’era Renzi al governo e a Napoli un gruppo di disoccupati ha iniziato ad elaborare l’idea e il piano di legare la necessità di una lotta per il lavoro alla lotta per l’emancipazione di un territorio intero dallo sfruttamento non si realizza soltanto sui corpi delle persone, ma anche sulla terra. Nasce il movimento 7 novembre e nasce come un movimento autonomo, come un movimento che dal basso vuole restituire e riesce a restituire nel corso del tempo ai proletari e alle proletarie della città e di quel territorio la dignità di sentirsi e di riconoscersi nella classe, di riconoscersi come parte. Di una classe che era loro un concetto sconosciuto e di riconoscersi nella fratellanza di classe, laddove esisteva la contrapposizione tra proletario e proletario, tra proletaria e proletaria e tutte le intersezioni che ci possiamo mettere per il mezzo, si è cercato di favorire la presa di coscienza rispetto al proprio ruolo e alla possibilità che questo ruolo apre nella costruzione di una lotta anticapitalista, antimperialista e con un carattere, lasciatemelo dire, spiccatamente femminista. La lotta dei disoccupati 7 novembre è andata avanti. Nella rivendicazione di un’istanza immediata si potrebbe pensare economicista, ma attraverso l’assunzione di consapevolezza del proprio ruolo e del proprio posto nella storia, non in un movimento di lotta finalizzato a prendere ad avere un lavoro, un posto fisso, e La parabola ha consentito che questo movimento assumesse un carattere di autentica messa a disposizione da parte di tanti proletari e di tante proletarie dei propri corpi per l’avanzamento di quella che è la lotta di una classe schiacciata, depressa, divisa e l’evidenza di questa divisione nei luoghi di lavoro, e qui “switcho” un attimo da disoccupata del movimento di lotta dei disoccupati organizzati a coordinatrice sindacale, perché è impossibile parlare di una cosa senza parlare dell’altra. È impossibile non avere la visione complessiva di quello che è un attacco di classe che va avanti da decenni, che si articola nel corso del tempo in maniera sempre più evidente, come un attacco a 360 ° durante tutti i momenti in cui, insieme al movimento dei disoccupati, abbiamo sostenuto gli scioperi e i picchetti dei lavoratori, della logistica del Si Cobas, dei lavoratori o delle lavoratrici, come a Napoli, dei rifiuti, delle terme, di tanti settori produttivi, ci siamo resi conto che l’arma della solidarietà ha giocato un ruolo fondamentale nella crescita e nella presa di coscienza di coloro che sono diventati poi le avanguardie del movimento dei disoccupati 7 novembre e che non sono, non è certo chi vi parla, ma sono i proletari e le proletarie della città che hanno ripreso la loro parola. La rivendicazione del lavoro come un gruppo organizzato è una cosa ben diversa dall’ esigenza di avere il posto, dall’esigenza di avere il salario come singolo individuo. Si esce fuori dalla possibilità di diventare ricattabili, si esce fuori dalla possibilità di essere una banderuola nelle mani di chi gestisce il potere, garantendo sì che le istanze rimangano sempre irrisolte, che le istanze dei proletari e delle proletarie rimangano sempre irrisolti, questa è l’esperienza che il movimento dei disoccupati lascia e da questa esperienza si apprende che non c’è stato un giorno, non c’è stato un minuto in cui i tentativi di affossare, di sviare, di sventrare, di corrompere, di distruggere un movimento di lotta che stava effettivamente cambiando. All’interno di una città in cui c’è una enorme contraddizione, in cui diciamo una ci sono molte grandi, enormi ed evidenti contraddizioni, è sicuramente d’ insegnamento che noi possiamo guardare, quello che i disoccupati e le disoccupate hanno compreso: che la loro lotta non era perimetrata, che la loro lotta doveva essere presente e doveva essere vettore e doveva essere volano per tutte le altre lotte che si costruivano, che si strutturavano, che nascevano non soltanto nel proprio territorio. La forza di questo movimento che ci ha condotto negli ultimi tempi ad avere una piccola vittoria, un piccolo avanzamento, perché la platea dei disoccupati adesso non è più tale in quanto sono tirocinanti, il che prelude, diciamo, alla stabilizzazione. Ci vorranno altre lotte, ma questa vittoria è venuta fuori perché il movimento dei disoccupati ha saputo parlare al resto del mondo e saputo essere nel resto del mondo e saputo essere presente nella storia, ha saputo fungere da anello di congiunzione tra le lotte dei territori e le lotte politiche e sindacali, anche nazionali. La solidarietà che hanno saputo portare alle lotte, tra virgolette, altrui è quella che poi hanno saputo raccogliere nel momento in cui è stato necessario perché gli attacchi sono stati numerosi e sono venuti da tutte le parti, sicuramente dal fronte padronale, sicuramente dal fronte delle istituzioni, sicuramente anche all’interno è stato necessario superare tantissime contraddizioni, mantenere la schiena dritta e l’autonomia da qualsiasi srena istituzionale è stato quello che, diciamo, ha consentito la piccola vittoria che oggi abbiamo tra le mani, ma è stato anche quello che ha dato luogo ad un apparato repressivo che si è scagliato contro una enorme quantità di partecipanti e di aderenti al movimento, non soltanto alle avanguardie. Decine di processi, diverse condanne già comminate e diverse ancora sono in pendenza. Ci sono compagni che hanno da poco ricevuto, per i disordini del 2019 al Teatro Sannazzaro, quando la vertenza sembrava essere andata, esere stata sconfitta in qualche modo, due anni e due mesi che si sommano alle altre condanne già prese da diversi compagni, e questo però non ci ha fermato e soprattutto ci ha dato modo di leggere con chiarezza il significato, di quello che è il procedimento che ha aperto contro di noi, che è quello per associazione a delinquere 43 tra noi, tra sindacato Si Cobas, movimento dei disoccupati 7 novembre e collettivo politico Iskra, associazione a delinquere e che noi siamo in attesa di vederne l’evoluzione, ma vi garantisco che vedersi processati in aula bunker sotto Poggioreale non è stato divertente ed è stata un’esperienza assolutamente, diciamo, importante da restituire quando ti ritrovi dietro le sbarre, dove hai visto in televisione essere processati la camorra, diventa evidente qual è il disegno: sei criminale se cerchi un posto di lavoro, sei criminale se questo posto di lavoro non te lo vuoi comprare pagando 50 € in cambio del voto. Sei criminale se non aspetti che ti venga dato, ma cerchi l’ascolto e il rispetto che è necessario. Sei criminale se cerchi di sfuggire alla marginalità sociale che ti ha costretto ad una vita di espedienti. Sei criminale se cerchi di dare un futuro ai tuoi figli. Sei criminale se parli di un’altro mondo possibile. Sei criminale se intendi che la giustizia sociale parta dall’avere tutti una casa, tutti un lavoro, tutti la possibilità di baciare in fronte i propri figli prima di metterli a dormire, sapendo che domani non suoneranno le sirene dei l’antiaereo sulle loro teste, perché non c’è la guerra sulle loro teste. Sei criminale se solidarizzi con la Palestina, sei criminale adesso, anche se dici che Netanyahu è un assassino, c’è un’evidenza che è quella dell’esigenza da parte dell’attuale governo, dello Stato, a togliere gli strumenti di agibilità politica a una classe che faceva fatica a svegliarsi, adesso viene svegliata nonostante tutti gli strumenti di moral suasion, soft power che sono stati usati nel corso degli anni per irriggimentare quella classe, per farle pensare di non essere tale, per farla sviare da quella che è il proprio, la propria funzione, il proprio compito storico. Siamo di fronte ad un attacco di classe, diciamo, che ha precedenti, sicuramente siamo di fronte a un attacco di classe al quale dobbiamo essere in grado di dare una risposta. Torno un attimo alla vertenza dei disoccupati, quando si doveva compiere l’atto finale che avrebbe garantito a tutti quanti noi di accedere a questi tirocini che preludevano poi ad ad avere un posto di lavoro fisso nelle cooperative con attività indispensabili al territorio, dalla manutenzione delle aree pubbliche alla bonifica dei territori, eccetera eccetera eccetera. Non faccio l’elenco su questo, è più bravo Eddy, però quando noi eravamo arrivati alla all’apice, al momento in cui doveva essere definita una platea che entrava in quei posti di lavoro il gioco delle istituzioni qual è stato? Chiudere il numero e infilare la loro gente, sono andati a raccogliere disoccupati che pure sono disoccupati come quelli che stanno iscritti alle nostre liste. Uno ad uno, dammi 50 € che ti faccio andare a lavorare, se me ne dai 100 faccio andare a lavorare pure tua moglie. Il numero, la torta aveva 10 fette, gli invitati erano diventati 12. Questo avrebbe dovuto significare che qualcuno che ha sacrificato la propria vita o qualcuno che ha sacrificato i propri figli o qualcuno che ha preso acqua, freddo, vento, con il sole, con la pioggia in qualsiasi stagione, chea attraversato le piazze della città prendendo denunce, sfidando tutte quelle che erano le restrizioni imposte dalle istituzioni cittadine, dalle questure, dalle prefetture. Non ci dimentichiamo che durante l’epidemia, la pandemia, durante il Covid, i disoccupati a Napoli sono stati quelli che neanche un giorno hanno rispettato il divieto di uscire. Tutti i giorni siamo usciti, abbiamo distribuito le spese, tutti i giorni siamo usciti, abbiamo fatto manifestazioni, tutti i giorni siamo usciti, abbiamo occupato le strade, perché nel momento in cui si cede la sovranità della propria forza di piazza si arretra e noi non potevamo arretrare, stiamo pagando, pagheremo, avremmo pagato lo stesso. Il punto è questo, lo dico, diciamo che c’è una certa nei ragionamenti che si fanno, no? Nei seminari c’è un’attenzione molto fondata e anche necessaria a quali sono gli strumenti che noi possiamo usare per opporci alla repressione. Quali sono gli strumenti che noi possiamo usare per contrattaccare? È la domanda che ci dovremmo fare sicuramente, continuare a fare esattamente di più e meglio e in maniera più organizzata quello che si deve fare, ovvero se ci tolgono la casa, proseguire nelle occupazioni diventa un reato. Adesso c’è lo sfratto coatto, anche se occupi la seconda casa, ce ne stanno di terza e di quarte che si potranno ben guardare per occuparle. Il posto di lavoro diventa una moneta di scambio, organizzando la classe e andando a pretendere che ci sia l’assunzione di responsabilità non da parte del padronato che governa insieme alle istituzioni, ma da parte di quelle istituzioni di prossimità che con qualche conto se lo devono pur fare. Durante l’ultima fase, il gioco di restringere la nostra platea per metterci una corda al collo ha funzionato con un espediente che è stato usato molte volte nella storia, perché Napoli ha una lunga tradizione del movimento dei disoccupati. Una lunga tradizione in cui si sono sempre viste due tendenze: o il movimento si è mantenuto indipendente e ha conquistato non migliori condizioni, ma vere condizioni di vita, oppure la lotta si è venduta alle istituzioni perché tertium non datur. Non c’è la possibilità di fare una via di mezzo: o ti vendi o non ti vendi, e quando non ti vendi e tieni la schiena dritta, i metodi che utilizzano per spezzartela quella schiena, passano dalle minacce della questura ai fogli di via, agli avvisi orali, alle decine di procedimenti penali, passano attraverso il tentativo di corrompere i disoccupati, passano attraverso la malavita organizzata. Hanno fatto una cosa assolutamente legale per quella che erano le loro possibilità. Le hanno fatte tutte, ma diciamo il gioco, che è stato loro molto facile, è stato quello di strutturare per l’accesso a questo lavoro la tombola, il click day, una piattaforma sulla quale tu ti dovevi registrare, nella quale inviavi la tua candidatura mentre in questa candidatura doveva essere prevista la clausola di un particolare tipo di formazione che avevamo fatto solo noi della platea dei dei disoccupati 7 novembre, il bando per questo click day, perché si tratta sempre di bandi pubblici, non conteneva questa clausola. Questo dava la possibilità a chiunque avesse gli stessi requisiti senza quello qualificante, poter accedere a questa piattaforma, candidarsi, fare questo click e chi arrivava prima rientrava negli 800 posti che avevano messo a disposizione, chi entrava dopo doveva aspettare poi un secondo corso, eccetera eccetera. Signori, questa cosa ha fatto impazzire una platea di 700 disoccupati e disoccupate. La mattina del click day la piattaforma si è bloccata e beh, e si è bloccata per 15 minuti. In quei 15 minuti è successo il panico, la rabbia proletaria quando esce fuori è una benedizione, perché è vera. Ne sono scaturiti due arresti, tra cui una ero io, mi sono fatta una nottata nella cella della Medina che fa più schifo di Santa Maria Capua Vetere, fanno più schifo la cella della questura che i carceri, però da proletaria, da madre, da militante, da sindacalista ho pensato che non è che mi era andata tanto male perché io avevo la consapevolezza che sarei uscita il giorno dopo. Anan non ha mai potuto avere la consapevolezza di quando sarebbe uscito. Adesso sa che uscirà tra 5 anni. Esiste quindi anche un aspetto che è quello del nostro privilegio occidentale bianco, che ci dovrebbe vedere, diciamo, coinvolti a esercitare in maniera cooperante questo privilegio cooperante con i nostri fratelli e sorelle di classe, comunque collocati, è più simile a me. La madre palestinese che non sa se domani suo figlio lo vedrà, che è la signora che vedo uscire dal cinema il venerdì sera, cinema che io non mi posso permettere. Dico questo perché? Perché oggi si parla di repressione. Oggi si parla, nell’ambito della repressione, di quello che spero, mi auguro, è anche il nostro compito e se, come sindacalista, mi rendo conto che c’è una differente velocità con cui questo attacco sindacalista di un sindacato del quale la maggior parte degli iscritti sono migranti, c’è una diversa velocità, con la quale questa repressione colpisce chi ha qualche privilegio in più e chi invece è un lavoratore straniero che vive in Italia col permesso di soggiorno o chi è un sottoproletario della sanità che ha fatto 10 anni di galera e oggi cerca di trovare un’altro destino per i propri figli. È evidente che è su costoro, quindi parte anche su di me, e parlo come parte in causa in questo senso può darsi che io non sia proprio, super partes nel dire che non possiamo aspettare. Erano troppi sofismi. Non possiamo lasciare che a calcare le piazze e a riempirle sia sempre qualche forma di un sentimento umanitario. Non possiamo lasciare che il nostro compito, diciamo, sia l’assunzione di consapevolezza che porta i nostri corpi a militare nelle piazze. Noi abbiamo. Il compito primario di lavorare all’interno dei nostri settori sociali di riferimento per allargare la presa di coscienza, per allargare il fronte di quella che deve essere un’opposizione che deve diventare massiva. Guardate, ieri abbiamo fatto un corteo, mentre qui c’era il corteo in contemporanea si faceva a Bagnoli anche un bel corteo, un corteo che è contro la Coppa America, che diventa l’ennesima aggressione verso un territorio violentato e stuprato in ogni modo negli ultimi 30, quarant’anni, quello di Bagnoli. E c’erano migliaia di persone che non si vedono normalmente in piazza, una partecipazione delle persone, passeggini, cani, il vecchio, la signora, che di quelle che normalmente neanche si affacciano quando passano i cortei ai quali siamo abituati noi, ma che ha rappresentato un momento fondamentale perché ci ha restituito la consapevolezza che anche un apparato repressivo che era stato schierato non si erano risparmiati, ha dovuto mantenere fermo il proprio assetto, ha dovuto consentire ad un corteo legge o non legge, promungata, non promungata, firmata, non firmata, timbrata, non timbrata comunque per via Coroglio noi non avremmo dovuto mai potuto andare, invece siamo andati, ci siamo presi via Coroglio, siamo arrivati al cantiere e ed è stato un momento sicuramente in cui la risposta corretta a quello che è l’attacco repressivo è stata data. La risposta corretta è coinvolgere i settori di classe, che siano i lavoratori. Nel momento in cui arrivano ai nostri lavoratori le revoche dei permessi di soggiorno, come è successo a Brescia al nostro coordinatore Abbas, abbiamo il dovere di scendere, di bloccare i magazzini. Nel momento in cui ci dicono che il nostro territorio non è nostro, abbiamo il dovere di scendere ad occuparlo, abbiamo il dovere di allargare la mobilitazione. e di far cadere questo governo dalle piazze.

Basta, sono stata più corta, ma io sono femmina, so essere anche sintetica.

Mimì_ movimento 7 novembre Napoli

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DAL TRIBUNALE DI GUERRA DI CAMPOBASSO


Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»

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Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»
Martedì 14 ottobre il tribunale di Campobasso ha condannato, in primo grado, Ahmed Salem alla pena di 4 anni per le accuse di “terrorismo della parola” e di “ istigazione a delinquere con finalità di terrorismo”. Il processo è stato chiuso sbrigativamente dalla giudice Federica Adele dei Santi, con un’udienza di anticipo rispetto a quanto programmato in precedenza e con una condanna più alta di quanto richiesto dalla accusa sostenuta dalla PM Elisa Sabusco (3 anni e 6 mesi).
Ahmed è un giovane palestinese di 25 anni, cresciuto nel campo profughi di Al Baddawi in Libano, esule in Germania, ed è stato arrestato in Italia dove si trovava per fare una richiesta di protezione internazionale. Proprio al momento della richiesta di asilo la polizia ha preso possesso del suo telefonino dove ha rinvenuto video della resistenza palestinese (video di pubblica diffusione, tanto che la difesa ha fatto notare come siano stati pubblicati anche dai principali media italiani) ed un video su TikTok in cui lo stesso Ahmed incitava i fratelli e le sorelle dei popoli arabi a mobilitarsi contro il massacro a Gaza. Questi sono i fatti per cui Ahmed è stato arrestato, rinchiuso in via preventiva in un carcere di massima sicurezza per oltre un anno, ha subìto un processo grottesco, ed è stato infine condannato.
Il reato di “terrorismo della parola” si riferisce al comma 3 dell’articolo 270 quinques, introdotto dal governo Meloni con il decreto sicurezza dell’aprile 2025. Questo comma recita: «chiunque… consapevolmente si procura materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici micidiali … di armi da fuoco o di altre armi o sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché su di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggi di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti ad uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, è punito con la reclusione da due a sei anni». Ahmed è la seconda persona condannata per questo reato.
Ahmed è rinchiuso dal febbraio 2025 nel carcere di Rossano Calabro, all’interno della sezione AS2. Le sezioni di Alta Sicurezza 2 sono riservate a imputati di reati di “terrorismo” e servono per separare la parte più cosciente e politicizzata dei detenuti dal resto, in queste sezioni sono rinchiusi compagni anarchici e comunisti. Negli ultimi anni si sono riempite di detenuti accusati del cosiddetto “terrorismo di matrice islamica”. Si tratta di invisibili nei confronti dei quali non c’è stato l’interesse da parte della società ad approfondire né chi fossero, né su cosa si fondassero le accuse loro rivolte, né con quali metodi si siano svolti i loro processi. Su queste persone si sono così normalizzate quelle pratiche di giustizia sommaria che abbiamo visto riprodurre nelle recenti inchieste contro i palestinesi.
Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte una persona “colpevole di Palestina”. In questo processo è emerso in maniera clamorosa il pregiudizio conto i palestinesi e la discriminante etnica: questa condanna è razzista. Ci risulta difficile credere che un italiano di fronte alle stessa situazione sarebbe stato condannato o semplicemente imputato o che, facciamo un esempio a caso, la magistratura possa arrestare un israeliano o un ucraino per le medesime imputazioni. Le cosiddette prove vengono associate al terrorismo unicamente perché sono nella disponibilità di un palestinese, che quindi è colpevole in quanto tale.
Processi come questo non colpiscono solo l’imputato ma un’intera comunità.
Sono punizioni esemplari inflitte intenzionalmente per spaventare e silenziare tutti i palestinesi esuli. Lo Stato dice loro, con un’intimidazione mafiosa, che devono sparire dalla sua vista e stare zitti, perché altrimenti anche a loro può capitare quello che è successo al giovane rifugiato, possono essere inquisiti, arrestati e precipitati in un processo kafkiano. Infatti, è evidente a chiunque voglia vedere la realtà che le opinioni espresse da Ahmed sono condivise dalla grande maggioranza dei palestinesi; che chi proviene da zone di guerre riceve informazioni dettagliate su quello che lì accade (circolano miglia di video della resistenza che mostrano come si preparano gli attacchi agli invasori); che quelle che vengono etichettate come organizzazioni terroristiche (come in questo caso le brigate al Qassam) sono in realtà la legittima resistenza, ed è solo grazie alla resistenza che il popolo palestinese è sopravvissuto fino ad ora ad un tentativo di genocidio; che molti di questi “terroristi” sono semplicemente i parenti, gli amici, i vicini di casa, di chi è stato cacciato dalla sua terra, e che hanno imbracciato le armi per difendersi. In un paese come l’Italia, che ha nella sua storia la lotta di liberazione partigiana, capire questo dovrebbe essere alla portata di tutti.
Quando arriva una allucinante sentenza di condanna in un processo dove il buon senso ti dice che no, non può esserci condanna, qualche domanda te la poni.
I giudici hanno applicato supinamente leggi persecutorie, compiendo quel viatico che nella storia ha sempre condotto i servi dello Stato a riprodurre la banalità del male?
Hanno voluto dare dimostrazione del loro odio di classe accanendosi su Ahmed perché hanno riconosciuto in lui il nemico, il dannato della terra che si solleva fieramente e scuote le fondamenta dell’impero?
Oppure, più prosaicamente, certi processi hanno la sentenza già scritta, ed i giudici non fanno che ubbidire a ordini e pressioni?
In casi come questo porsi delle domande è d’obbligo.
Soprattutto quando hai visto che dietro i processi ai palestinesi c’è spesso lo zampino dei servizi segreti israeliani, o nelle aule noti la presenza ingombrante degli uomini dell’antimafia o dei vertici degli apparati di polizia. In questo caso abbiamo notato il codazzo di polizia attorno ai giudici; la richiesta di utilizzare come consulenti i dirigenti della Digos dell’Aquila che già avevano istruito il processo ad Anan; infine abbiamo assistito alla militarizzazione delle aule del tribunale e del centro cittadino, una messa in scena che ci è parso finalizzata a impressionare la corte, e creare il clima di assedio di un vero processo per “terrorismo”.
La sentenza emessa dal tribunale di Campobasso è un atto politicamente grave, e questo non perché sono stati giudicati fatti gravi: l’accusa rivolta ad Ahmed, infatti, non è quella di avere compiuto azioni armate, né di essere in procinto di farlo e neppure di avere intenzione di attuarle. Questa sentenza è grave perché inserisce nella categoria di terrorismo fatti banali, cioè azioni che chiunque si interessi di quello che accade nel mondo compie o potrebbe compiere, come, appunto, esprimere il proprio dissenso contro l’oppressione coloniale o documentarsi sul web.
Il fine di questa condanna, a nostro avviso, non è solo quello di punire il malcapitato palestinese, ma anche quello di creare un precedente, che normalizzi l’applicazione dello “psico-reato” orwelliano del “terrorismo della parola”, e dare allo Stato la possibilità di arrestare qualsiasi oppositore anche solo per le suo opinioni o per la sua identità politica. Per questa ragione questo processo riguarda tutti.
Oggi, la volontà di introdurre la censura contro i nemici dello Stato è evidente, basti pensare ai recenti tentativi fatti contro gli anarchici, nelle inchieste “Scripta scelera” e “Sibilla” per
“apologia aggravata con la finalità di terrorismo” e “stampa clandestina”.
Per arrivare a reprimere parole e idee le leggi antiterrorismo sono state dilatate fino all’assurdo. Ci chiediamo, dov’è posto il limite per il quale un’azione diventa propedeutica a compiere un atto terroristico, quando si supera perfino il concetto di intenzione? Se seguiamo la linea interpretativa proposta dalla procura di Campobasso qualsiasi processo formativo si potrebbe considerare auto-addestramento, quando attuato da un soggetto considerato in quanto tale eversivo; ad esempio essere iscritti ala facoltà di chimica, praticare arti marziali, guardare uno degli infiniti video sulle armi che il web ci propone senza che neppure ci sforziamo di ricercarli, possono essere considerati atti altrettanto propedeutici all’azione “terrorista” quanto quelli compiuti dal giovane palestinese. Quindi questo processo ci dice chiaramente che “terrorista” è potenzialmente chiunque osi protestare o sia inviso allo Stato, e non vi è alcun bisogno che imbracci le armi.
Come si è arrivati a questo? Originariamente l’articolo 270 bis del codice penale (associazione con finalità di terrorismo) era stato introdotto per contrastare le organizzazioni della lotta armata degli anni 70/80, in tempi più recenti (soprattutto col Decreto Pisanu del 2005/2006) sono state aggiunte varie fattispecie con lo scopo di dilatare il concetto di terrorista ora incarnato da una figura fluida e
generica che si adatta a qualsiasi antagonista (dal No Tav, all’islamista: qualsiasi individuo che agisce al di fuori di un’organizzazione formale e/o non conflittuale).
Questa estensione del concetto di terrorismo ci dimostra come quando il conflitto sociale retrocede la repressione avanza, cioè lo Stato abbassa la soglia di punibilità. E così, lasciando fare, oggi siamo arrivati alle condanne per reati immaginari.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
La repressione che colpisce i palestinesi in Italia è strettamente collegata a quanto sta accadendo in Asia occidentale, è parte del progetto di colonialismo di insediamento di Israele, del genocidio in corso, del progetto di costruzione di una grande Israele, punta di lancia del imperialismo statunitense nella regione. Tutto questo ci ha condotti ad una catastrofica guerra. Le inchieste giudiziarie contro i palestinesi ne sono una parte, quindi mobilitarsi contro la guerra e in solidarietà ai popoli oppressi, vuol dire anche difendere i palestinesi in Italia dagli attacchi che stanno subendo. La lotta al fianco di Ahmed non è terminata con la condanna di primo grado, ma l’ingiustizia da lui subìta deve essere uno sprone per mobilitarci con ancora più forza e determinazione.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
Il reato “di terrorismo della parola” è uno strumento della contro-insurrezione che serve a zittire chiunque lotti contro il sistema dominante. Se la sonora batosta subita in Iran ha definitivamente bollito il cervello di Donald Trump, anche i suoi tirapiedi fascistelli che governano in Italia sembrano sull’orlo di una crisi di nervi. Solo in queste ultime settimane abbiamo assistito al divieto di portare un saluto collettivo a due compagni anarchici morti durante un’azione, alla richiesta, da parte della questura di Roma agli organizzatori di un presidio a sostegno del popolo Libanese, di non esporre bandiere della resistenza libanese. Arriviamo fino al prossimo varo del decreto legge “salva sionismo” con il quale chi lotta contro lo Stato sionista (razzista, colonialista, suprematista) rischia di essere arrestato per odio razziale.
Se la guerra proseguirà e la crisi si farà sentire tutti gli sfruttati potrebbero presto subire l’attacco repressivo da parte dello Stato. Mobilitiamoci contro la guerra, conto la censura del “terrorismo della parola”. A sostegno di chi è colpito dalla repressione. Ora più che mai non un passo indietro, trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
Sabotiamo la guerra

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Sabotiamo la guerra e la repressione_testi convegno

I testi del convegno che si è svolto il giorno 8 febbraio a Viterbo verranno pubblicati mano a mano che questi saranno disponibili.

(ascolta gli audio del convegno)

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La “generazione Palestina” tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Giovani Palestinesi Italia

TESTO ITA/AUDIO IN ITALIANO

AUDIO IN ARABO

Negli ultimi anni il tema della Palestina ha mosso un senso collettivo che vada oltre la solidarietà verbale, l’indignazione momentanea. Abbiamo visto risvegliarsi una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva e performativa. Grazie anche all’identificazione di un fil rouge che lega molti dei conflitti contemporanei, divisione, marginalizzazione e discriminazione hanno tutti un denominatore comune, lo stesso denominatore che alimenta la macchina di guerra e la logica imperialista che opprime e occupa la Palestina. Ma non solo. Tutte le comunità e soggettività sono soffocate e marginalizzate dallo stesso sistema, onnipresenza nelle loro quotidianità. Che crea un maggior divario economico e sociale a livello mondiale. La morte in Palestina, che agli italiani sembra lontana, è a spese di un governo filo sionista e capitalista, il nostro, il progetto e lo sviluppo tanto inseguito dal governo Meloni, non sono che una falsa illusione, una pretesa sotto cui cresce un piano di riarmo e di guerra. Questa sistematica marginalizzazione trascende ogni confine, incluso il confine sud nord globale. È da questa nuova presa di coscienza che nasce la generazione Palestina. Inizia a riconoscersi, a pensarsi, a immaginarsi come soggetto politico che abbandona un vittimismo forzato e imposto, frutto di narrazioni umanitarie e monolitiche. Ci troviamo oggi quindi a ragionare su questo passaggio, uno strumento chiave per leggere e capire la legittimazione di questi meccanismi attraverso la razzalizzazione. Un progetto attraverso il quale un gruppo dominante attribuisce caratteristiche razziali, disumanizzanti e inferiorizzanti a un gruppo dominato attraverso forme di violenza, producendo una condizione di sfruttamento e esclusione materiale e simbolica. Analizzare le recenti mobilitazioni all’interno di questo quadro permette quindi di capire perché proprio i giovani riconoscono immediatamente, nei dispositivi che colpiscono la Palestina, gli stessi dispositivi che organizzano e determinano la loro vita qui in Europa e in Italia. Le nuove generazioni, composte da giovani delle seconde generazioni, da figli e figlie delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso, stanno descrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si trova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Questo ha generato situazioni in cui abbiamo potuto analizzare e vivere le realtà palestinesi e quelle italiane in conversazione. Motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, a nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, e dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi dalla parte dei palestinesi, ma non troppo. Tutto ciò in un contesto, quello italiano, segnato dal razzismo istituzionale e diffuso che, delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, stiamo infatti assistendo all’entrata in vigore di nuovi pacchetti sicurezza, fortemente indirizzati alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate. Un passaggio importante di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a presentare narrazioni che assumono un atteggiamento paternalistico verso i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, dichiarano la miglior soluzione e creano una versione dei fatti che sia facilmente accettabile per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la generazione palestina ha tentato di rompere questo schema, ha iniziato di parlare direttamente, senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Tramite social media, interventi spontanei in piazza e comunicati scritti da chi vive la Palestina sulla propria pelle, tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contro narrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalle dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato questa comunità da fuori. È da queste sfide che possiamo comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato, è da recuperare in maniera rielaborata e trasversale, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone. È ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria, color blind e capitanato da una sinistra italiana bianca incapace di rendere una lotta politica conflittuale e anticapitalista, fa fatto emergere la complessità e eterogeneità anche in termini di composizione politica all’interno delle stesse comunità arabe tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere cause più disparate: il paese di provenienza, le generazioni di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la che vuole la comunità araba o anche quella palestinese e questa seconda generazione di cui si parla come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Le divisioni più nette e pericolose è giusto ricordare che sono volute dalle classi dominanti per frammentare e depotenziare un movimento che ha tutte le potenzialità per combattere il sistema ingiusto che è il nemico. Combattere contro un sistema imperialista, capitalista, sionista e fascista impone riconoscere le differenze. E’ una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Queste differenze e il legame più o meno diretto con la Palestina o con altri contesti coloniali influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale. Che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro una identità politica preconfezionata. Esiste una distanza tra dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche. Non si tratta di un rifiuto a prescindere, una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati. Questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La generazione palestina si muove con codici diversi, non è interessato riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionino oggi, che parlino ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica che promuoviamo proprio in spazi come questo. La Palestina, per concludere, non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati, la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare o perlomeno rappresentativa dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in questi meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente, una spiegazione a qualcosa che per molto tempo è stato inspiegabile. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire: io ci sono, io esisto, io ho una voce senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere, nonostante la repressione, la criminalizzazione e la delegittimazione continua. Da cui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranee ai metodi di fare militanza prettamente bianchi italiani. Da qui la necessità di indagare come rilanciare questi anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Tutto questo poi deve formare il modo in cui si pensa al futuro, alla lotta antiimperialista e anticapitalista, alla liberazione della Palestina che parte dall’Italia a prescindere dai governi, dalle contraddizioni che emergono tra le realtà militanti di quello che dicono i giornali e che non dicono. Dei modi perversi con cui le istituzioni reprimono la libertà di espressione e di dissenso, la Palestina che resiste sarà libera a prescindere, non solo nella retorica, ma nell’applicazione reale di quello che questa lotta significa per tutte le realtà che la circondano. Grazie.

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Presentazione del Dossier “Made in Italy per l’industria del genocidio: esportazioni militari ed energetiche per Israele”

Giovani Palestinesi d’Italia – Viterbo, 12/04/2026

TESTO PRESENTAZIONE /DOSSIER COMPLETO

Condividere le informazioni chiave del dossier – come strumento di lavoro (toolkit), non come punto di arrivo – sviluppando proposte tattiche e strategiche per il territorio.
Costruire la mobilitazione attorno al dossier per noi significa:
● Portare avanti la ricerca
● Collaborare nei territori con organizzazioni e sindacati
● Integrare i risultati in una coscienza politica in via di sviluppo per la liberazione della Palestina
● Collegare la lotta anti-imperialista alla politica interna e ai movimenti nazionali
● Centrare la diaspora palestinese e la Palestina stessa in questa lotta
● Attraversare diversi contesti politici con le informazioni per organizzare su larga scala
● Rendere le organizzazioni autonome nello sviluppo del proprio lavoro e della propria ricerca sul territorio
Stiamo entrando in una nuova fase in cui gli Stati Uniti e Israele hanno esteso i loro fronti di guerra “calda” verso l’Iran e il Libano. Questa è una guerra che Netanyahu cerca da oltre 20 anni. Questa guerra non è uno sviluppo isolato, ma una continuazione ed escalation delle ambizioni coloniali di insediamento nella regione e una risposta al loro fallimento nel raggiungere i propri obiettivi nel genocidio a Gaza, vale a dire: sradicare ogni resistenza e installare un potere proxy.
Il “Board of Peace” (Consiglio per la Pace) è una parte fondamentale che permette l’escalation nella regione ed è progettato per forzare il disarmo e la sottomissione. In questo momento, sta cercando di prendere tempo e spazio affinché Israele e gli Stati Uniti possano fare guerra sugli altri fronti che minacciano la loro dominazione regionale.
Il progetto coloniale di insediamento sionista, che continua da oltre 75 anni, è parte della spinta imperialista occidentale per terra, risorse e primato globale, opponendosi a qualsiasi possibilità di un mondo multipolare in cui gli Stati Uniti non siano dominanti. La supremazia razzista e l’islamofobia sono centrali nelle narrazioni occidentali che sostengono e costruiscono complicità con l’imperialismo. Questa logica imperialista collega: l’assedio continuato a Cuba, le sanzioni storiche contro Cina e Iran, il rapimento di Maduro in Venezuela, il genocidio in Palestina e i massacri e gli sfollamenti in Libano.
La retorica genocida non è nuova per il carattere dell’imperialismo. Tuttavia, dopo due anni di normalizzazione del genocidio, il presidente del paese più armato del mondo può dire “un’intera civiltà morirà stanotte”, un bambino di 18 mesi può essere torturato davanti ai suoi genitori, e centinaia di bambini in età scolare possono essere massacrati in pochi minuti, e il mondo si limita a guardare.
Nelle sue risposte estreme e irrazionali, gli Stati Uniti e Israele stanno mostrando debolezza. La guerra contro l’Iran, che procede senza una strategia chiara, mostra l’estrema fragilità dell’imperialismo occidentale. Siamo a una svolta storica in cui l’imperialismo è oberato e le sue contraddizioni vengono esposte sempre di più. La complicità dell’Italia nel genocidio a Gaza è stata dimostrata dai dati che abbiamo trovato, e abbiamo prove consistenti che il capitale globale non si sente più vincolato dai quadri del diritto internazionale che esso stesso ha stabilito.
Questa disperazione e la crisi dell’imperialismo rendono necessaria la repressione interna, che si materializza attraverso i DDL Sicurezza e una sorveglianza intimidatoria estesa. Ma il movimento anti guerra sta crescendo e dobbiamo cogliere questo momento per opporci allo spostamento dello Stato italiano verso una guerra generalizzata. Dobbiamo favorire la collaborazione trasversale tra le forze politiche, sviluppare il nostro movimento per fermare il perseguimento della guerra imperialista e rendere le autorità statali italiane responsabili della loro partecipazione al genocidio.
La Palestina è stata per decenni il laboratorio della repressione globale. Le tecniche e le tecnologie usate sui palestinesi sono condivise e scambiate con l’Italia. Abbiamo prodotto questo dossier e lo presentiamo oggi per fornire un mezzo diretto per opporsi all’imperialismo qui in Italia. È ironico vedere le dichiarazioni di Trump che definiscono l’Iran un “tigre di carta”, quando l’Iran è quasi completamente autosufficiente nella propria catena di approvvigionamento militare. In confronto, la nostra ricerca mostra come la rete logistica sovraccarica e satura che fornisce armi a Israele sia oberata e vulnerabile.
Questo lavoro e il lavoro di Embargo non sono un fine a sé stesso, ma un mezzo attraverso cui sviluppare la nostra stessa lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia, in solidarietà con la lotta per una Palestina liberata. Infatti, nonostante le ripetute rassicurazioni pubbliche del Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Italia avrebbe limitato le esportazioni di armamenti verso Israele, questa ricerca rivela una realtà sostanzialmente diversa. Una fitta rete di aziende italiane, enti collegati allo Stato e infrastrutture logistiche hanno consegnato a Israele almeno 416 spedizioni di carattere militare e oltre 224 chilotonnellate di carburante provenienti dall’Italia – quantitativi confermati attraverso registri di spedizione che rappresentano probabilmente solo una frazione della reale portata dei trasferimenti.
Il dossier è stato redatto per mettere in luce le contraddizioni tra le dichiarazioni pubbliche rilasciate dal governo italiano e dai suoi rappresentanti e la realtà delle spedizioni internazionali inviate a sostegno del genocidio in Palestina. Le informazioni contenute nel dossier sollevano serie preoccupazioni riguardo all’attuazione e all’applicazione degli obblighi giuridici esistenti. Nel mettere in luce queste contraddizioni speriamo di rafforzare il movimento per un embargo bilaterale: infatti non è sufficiente concentrarsi solo sulle armi esportate in Israele – le relazioni economiche che sostengono il complesso militare-industriale israeliano, dal carburante che alimenta i suoi carri armati agli strumenti di precisione che mantengono i suoi aerei da combattimento, devono essere intese come operanti in entrambe le direzioni. Sia delle importazioni che delle esportazioni verso Israele.
Abbiamo strutturato il dossier in modo da evidenziare i dettagli di spedizioni specifiche provenienti da tutta Italia, anche tramite una MAPPA INTERATTIVA. Abbiamo descritto in dettaglio i nodi di trasporto chiave che sono essenziali per questa catena di approvvigionamento e la diffusione della complicità in tutta Italia attraverso infrastrutture logistiche e di trasporto su larga scala. Infine, concludiamo il dossier elencando gli obblighi giuridici che l’Italia ha nel quadro del proprio diritto costituzionale, ma anche del diritto europeo e internazionale.
Tra i dati più preoccupanti che abbiamo scoperto nel corso della nostra ricerca si trovano le seguenti sezioni:
Le spedizioni di armi provenienti dalle diverse regioni d’Italia sono descritte in dettaglio nel dossier che copre l’intero territorio nazionale. È significativo che la regione che emerge come principale snodo dei trasferimenti militari sia la Lombardia, la quale, nel periodo 2023-2025, ha effettuato 214 spedizioni. I principali snodi di trasporto sono stati l’aeroporto Malpensa (Milano) e, via mare, i porti di Genova, Ravenna e Venezia. Il principale responsabile di forniture è stato Leonardo SpA, che ha inviato oltre 140 unità di hardware a Elbit Systems e Mobius Protection Systems. Queste spedizioni includono hardware strutturale pesante, componenti di munizioni e apparecchiature di sorveglianza.
Dal Lazio sono state effettuate 24 spedizioni tra novembre 2023 e giugno 2025. Queste spedizioni coinvolgono direttamente lo Stato italiano e le istituzioni militari: l’Aeronautica Militare e la sua unità d’élite delle forze speciali – il 17º Stormo Incursori – hanno facilitato la consegna di armi e componenti informatici a Orion Advanced Systems, uno dei principali fornitori di spolette per l’Aeronautica Militare
israeliana. Il trasporto aereo è stato gestito attraverso gli scali di Roma Fiumicino (FCO) e Milano Malpensa (MXP) tramite vettori quali EL AL, ITA Airways, Lufthansa e Poste Air Cargo, mentre il trasporto marittimo ha utilizzato i porti di Salerno e Genova. Una parte significativa di questa attività ha riguardato componenti elettronici di alta precisione e hardware aerospaziale. Aziende con sede a Roma, tra cui Elettronica S.p.A. (Gruppo ELT) e Almaviva S.p.A., hanno fornito sensori, gruppi radar e torrette di disturbo a Elbit Systems e Israel Aerospace Industries (IAI) per l’impiego in sistemi di guerra elettronica e di elaborazione dei segnali. Nel settore aerospaziale, Leonardo S.p.A. e Sicamb S.p.A. hanno fornito componenti aeronautici e materiali elettronici, mentre D. Marchiori S.r.l. ha esportato set di test per dati aerodinamici alla divisione Unmanned Aerial Systems (UAS) di Elbit. Questa divisione è responsabile dello sviluppo e della produzione di varie piattaforme senza pilota, tra cui la famiglia di droni aerei Hermes e il sistema senza pilota Seagull. Questi set di test sono strumenti standard del settore, utilizzati per la calibrazione di precisione dei sistemi di controllo di volo e pitot-statici, necessari per la prontezza operativa.
Inoltre, ci teniamo a sottolineare che la spedizione e il trasferimento di petrolio greggio e gasolio dall’Italia a Israele forniscono il carburante necessario per sostenere le operazioni militari israeliane, in particolare le invasioni terrestri e l’espansione degli insediamenti. Una rivelazione scioccante è stata la scoperta di spedizioni di petrolio greggio e gasolio verso Israele nascoste grazie alla disattivazione o alla manipolazione dei transponder AIS (sistema di identificazione automatica) delle navi. In totale ci sono oltre 224 chilotonnellate di carburante provenienti dall’Italia. L’importanza di questa catena di fornitura, sia di carburante che di armi, non risiede solo nel sostegno che fornisce al settore militare ed energetico israeliano, ma anche nel modo in cui il commercio militare sostiene l’economia israeliana. Sia le forniture ai produttori militari israeliani che gli acquisti da essi effettuati fanno la base di l’infrastruttura che consente a Israele di testare, perfezionare ed esportare tecnologia militare “testata sul campo” contro i palestinesi.
Per questo motivo riteniamo che l’unica soluzione sia un embargo bilaterale.
Aggiungiamo che, un altro elemento fondamentale di questo contesto è costituito dalle spedizioni indirette attraverso gli Stati Uniti, di cui è chiave, la partecipazione di Leonardo a programmi di produzione internazionali, come il programma F-35. Le divisioni Elicotteri ed Elettronica di Leonardo, compresa la filiale di Montevarchi, fanno parte di più ampie catene di fornitura multinazionali legate alla produzione di elicotteri. Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha approvato una possibile vendita a Israele di elicotteri AH-64E Apache e relative attrezzature per un valore di 3,8 miliardi di dollari. Anche in questo caso vi è un coinvolgimento diretto dello Stato in queste vendite e nel relativo supporto: il 30,2% delle azioni di Leonardo è detenuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano – lo Stato è il maggiore azionista: influenza diretta sulle decisioni principali.
Ribadiamo, la portata della complicità che abbiamo scoperto è enorme. L’aeroporto di Roma Fiumicino ha smistato spedizioni provenienti da 8 diverse regioni e da produttori chiave, tra cui Leonardo; Fiumicino era secondo solo a Milano Malpensa nel ruolo di smistamento di armi verso Israele. Malpensa è il principale hub italiano per il trasporto aereo di merci e smista spedizioni che includono parti aerospaziali, componenti idraulici ed elettrici, polveri metalliche infiammabili, adesivi chimici e forniture relative ad armi e munizioni. Destinate principalmente a Elbit Systems e alle sue controllate. In questi due aeroporti siamo stati informati dai lavoratori sindacalizzati della presenza di un’agenzia di sicurezza e sorveglianza, la ICTS, la cui società è stata fondata da ex membri dello Shin Bet; ciò dimostra ulteriormente l’intreccio degli interessi italo-israeliani in materia di difesa e sicurezza.
Ora riguardo al trasporto via mare; dall’ottobre 2023 sono state registrate almeno 22 spedizioni di natura militare dai porti marittimi italiani, 18 delle quali destinate a Elbit Systems. La maggior parte
delle spedizioni è stata caricata nei porti di Ravenna e Genova, a dimostrazione dell’importanza dell’attività di mobilizzazione osservate in questi porti nell’ultimo anno. Tra queste spedizioni figurano 44 pallet di giubbotti antiproiettile della Polizia di Stato. Sebbene, rispetto alle esportazioni dall’Italia che transitano per gli aeroporti, il numero di esportazioni via mare sia molto inferiore, i porti italiani fungono da punti di carico chiave per gli hub di trasbordo delle spedizioni provenienti da altri paesi: Gioia Tauro – spedizione di acciaio di grado militare verso Israele, un trasbordo dalla R.L Steels and Energy Ltd di Daulatabad, India – trasportato allo stabilimento della IMI Systems. Questo parla di una spedizione osservata nel dicembre 2025; recentemente abbiamo visto una spedizione dello stesso tipo che, grazie alle recenti mobilitazioni a Gioia Tauro, hanno visto alcune navi trattenute nel porto.
A seconda delle responsabilità giuridiche esistenti, l’Italia è uno Stato parte del Trattato sul commercio delle armi, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 2 aprile 2013.
Ai sensi dell’articolo 6, uno Stato parte non può autorizzare alcun trasferimento di armi convenzionali (oggetto del Trattato) se, al momento dell’autorizzazione, è a conoscenza del fatto che le armi verranno utilizzate per commettere genocidio, crimini contro l’umanità o gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra del 1949. Nella sua ordinanza del 26 gennaio 2024 relativa a Gaza, la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto l’esistenza di un “rischio reale e imminente” di atti di genocidio a Gaza. Il decreto è vincolante per gli Stati terzi che sono parti della Convenzione, come l’Italia. Legge italiana n. 185 del 1990 vieta il transito di armamenti verso paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali e dei diritti umani.
Risulta quindi opportuno considerare le affermazioni della Meloni, secondo cui l’autorizzazione alle spedizioni sarebbe stata sospesa a partire dal 2023, discutibili, se non completamente false. Inoltre, di fronte alla realtà delle stime ufficiali di più di 80.000 morti in Palestina, almeno 1.000 morti in Iran, almeno 1.000 morti in Libano e oltre 800.000 sfollati, la rassicurazione che le licenze precedentemente autorizzate rimanessero soggette a una revisione caso per caso – con il rifiuto dell’esportazione se ritenute suscettibili di essere utilizzate nella “crisi in corso” – è offensiva. Tutte le licenze sarebbero dovute essere annullate. In questo, i tentativi del governo di apportare modifiche alle Legge n. 185/1990, attualmente all’esame della camera dei deputati, sono proposte per ridurre la trasparenza nel controllo dei trasferimenti di materiali militari, limitando il ruolo della società civile, e riducendo il livello di chiarezza e precisione finora previsto nello stilare e consegnare una relazione annuale relativa ai trasferimenti di materiali militari approvati dallo Stato.
Ci chiediamo quindi: Chi si prenderà la responsabilità delle omissioni e false dichiarazioni riguardanti le spedizioni di armi ad israele? chi sarà responsabile di aver supportato e sapendolo, complice di genocidio, permesso tali spedizioni anche dopo il 7 ottobre? Il governo continua a cercare di mettere a tacere chi continua a porre queste domande anche sotto le limitazioni e gli attacchi che vengono lanciati su chi parla e lotta per una palestina libera – ed è per questo che solo le mobilitazioni e la solidarietà, una presa di posizione davanti ad un potere che vende guerra per parlare di pace, sono il motivo per cui abbiamo stilato questo dossier. Una risposta politica ad una politica che mente e nasconde, complice di genocidio.


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iniziative / events

APPELLO PER UNA MOBILITAZIONE DIFFUSA PER IL 13 E 14 APRILE IN SOLIDARIETÀ AD AHMAD SALEM, ACCUSATO DI “TERRORISMO DELLA PAROLA”

Ahmad Salem è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Rossano Calabro da oltre un anno.

Accusato di “terrorismo della parola” (articolo 270 quinquies comma 4, introdotto dal governo con la legge ex-dl 1660) per aver diffuso dei video sulla resistenza palestinese ed aver esortato i fratelli e le sorelle arabe a sollevarsi in sostegno della Palestina.

Il processo a suo carico si sta tenendo a Campobasso, le prossime (e forse ultime) udienze saranno il 14 e il 28 aprile.

(Campobasso, 14 aprile: Giornata di mobilitazione per il processo ad Ahmad Salem)

Questo processo è un tassello del progetto che mira a far scomparire il popolo palestinese, togliendogli anche la voce.

Israele continua senza tregua il genocidio a Gaza, istituisce su base etnica la pena di morte per impiccagione per i combattenti della resistenza.

Provoca una guerra apocalittica in tutta l’Asia Occidentale con dirette ripercussioni sulle vite di tutti gli sfruttati.

L’Italia persegue i palestinesi e i solidali con la causa palestinese.

Lo Stato fornisce supporto alla guerra in Asia Occidentale.

Il governo ribalta la realtà varando il decreto legge antisemitismo, chi lotta contro lo Stato sionista (razzista, colonialista, suprematista) rischia di essere arrestato per odio razziale.

Insorgiamo contro questo sistema marcio e gettiamolo nella pattumiera della storia.

Solidali con tutti i palestinesi e i solidali colpiti dalla repressione.

Sosteniamo la resistenza contro l’oppressione coloniale in tutta l’Asia Occidentale.

Mobilitiamoci per bloccare tutti i rapporti militari, economici e politici tra Italia e Israele.

Contro la guerra dei padroni, solidarietà internazionale tra gli sfruttati.

Libertà per Ahmad e tutti i resistenti rinchiuse nelle carceri italiane.

In occasione della mobilitazione a Campobasso (martedì 14 aprile, ritrovo ore 11 in piazza Municipio), facciamo appello a tutte le realtà sinceramente solidali con la resistenza degli oppressi palestinesi a manifestare in tutte le città nella giornata di lunedì 13 aprile o nella stessa mattinata di martedì 14.

Organizziamo iniziative di supporto e controinformazione: l’allucinante vicenda di Ahmad Salem non deve passare sotto silenzio!

Complici e solidali dal Molise e altrove

Assemblea “sabotiamo la guerra”

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testi / texts

Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano

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Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce, come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione.

Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano, facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese (cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei «petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza fine.

In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno. Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine, l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole, ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele) o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo.

Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei “nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali – l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”, l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale. Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma soprattutto per capire cosa dire,esbloccare la situazione prima che sia troppo tardi.

Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800 città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese, e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.

Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare, alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani (beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero, applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria, affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMIcome quella installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a denunciarli per quello che sono.

In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale. In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei “nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa direzione.

Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni presenti, lacaduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo, che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout court)anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato «l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo, sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà.

Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni, permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi, cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto ciò che li opprime e li umilia.

Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità – e buonanotte ai suonatori.

Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad amministrare la nostra crescente miseria.

Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti spagnoli)invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati.

Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro. Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi.

Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran, la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria…

La posta in gioco è oggi totale.

Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti possiamo prendere la mira.

22 marzo 2026

assemblea “sabotiamo la guerra”

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Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa sarebbe stato diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come loro, come noi.

Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori.

Ciao Sara. Ciao Sandro.

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Sabotiamo la guerra e la repressione

L’uso della categoria “terrorismo” applicata alla resistenza palestinese

AUDIO TESTO

di Mjriam Abu Samra

Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia al ragionamento

Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia.

E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi.

Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro.

Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i “popoli del terzo mondo”.

Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli Stati Uniti.

Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che fosse concordata tra tutti i presenti.

L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo globale. Perché?

Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa. Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo.

Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo?

Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi, anche in Europa e in Italia.

Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi.

Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica, come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo di strutture di potere e il linguaggio che le legittima.

Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori.

Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere all’interno delle società occidentali.

Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo.

Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas, per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale, per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come appunto dicevo prima, universali.

Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina, ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri, ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato, possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria.

E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica, che spinga le masse al cambiamento.

Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia.