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GUERRA E REPRESSIONE

SABOTIAMO LA GUERRA_INTERVENTO CONCLUSIVO

TESTO

Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio 2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione.

Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno. Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre capacità di intervento.

La fine del mondo unipolare

Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione della nostra assemblea: la guerra.

Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare, tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹

Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni, dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine, nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia statunitense.

L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari.

Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”.

Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi, del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del pianeta.

Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello militare a quello etico.

Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra agli oppressori.

Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro), per arrivare fino a quello della forza militare.

Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova potenza globale. Possiamo simbolicamente ritenere che il punto di passaggio tra questi due assetti globali sia la guerra tra Russia in Ucraina, questo in conseguenza della dimostrata incapacità delle forze atlantiche di sottomettere con la forza la federazione Russa.

La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza (America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale).

La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale, in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra fornisce al massimo un’interpretazione.

Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale, quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica, ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi strutturali e profondi.

Alcune caratteristiche della guerra contemporanea

Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni seguenti siano stati un periodo di pace.

A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo», che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo, impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti dell’industria e della classe militare.

Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze, risorse e capacità tecnologiche.³

Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di dottrina la guerra non è stata più vista dai cittadini occidentali come un fenomeno che ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a comprendere quale tragedia sia la guerra .

Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari contro cui si rivolgono i paesi capitalisti occidentali sono vere e proprie potenze militari quali Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica.

Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla riproposizione di strategie del passato.

Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina, ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio,

l’impiego di grandi masse di soldati o il grande consumo di materiali che servono in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi, avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea.

Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente (che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire l’eliminazione di un popolo).

Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora pronti per essere utilizzati in ambito civile.

La guerra ibrida

Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni: ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del sistema dominante.

Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi. Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso, ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra ibrida.⁵

I fronti della repressione

Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione della libertà di espressione.

Mondo del lavoro

Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a questioni di necessità che di opportunità.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione, se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo di base ne è testimonianza.

La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale (pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità, necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la tenuta.

La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe essere notevolmente aggravato.

Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra. Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia, come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente specializzato, selezionato e fidelizzato.

Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi. Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice, qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono per uccidere i loro fratelli.

Esclusione sociale

«Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città.

Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele, ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una colonia penale extraterritoriale.

Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la funzione di esercito industriale di riserva.

Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati a livello di massa.

Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in quanto detenuti.

L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela, dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo.

Società del controllo

La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del controllo che è un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli sfruttati.

La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente una costante della nostra quotidianità.

Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre (ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo.

Repressione politica

Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa» nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di “antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta.

In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci. Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica.

Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse».

La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic terrorism». Gli Staticapitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte.

Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis, l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che contengono sempre elementi di repressione politica.

Censura

Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura.

Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi si mobilita contro il genocidio in Palestina.

Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente falsificata.

La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali, apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare statunitense).

Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal panorama della comunicazione ufficiale.

Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello dell’operazione Sibilla.⁶

Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione leggi specifiche.

Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta di introduzione del DDL “antisemitismo”.

Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi. ⁷

Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale 41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di partecipazione al dibattito politico.

Conclusioni

A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste conclusioni.

La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo proporzionale.

La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati, non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della repressione è la controinsurrezione.

Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo – ed anzi guardare il mondo unicamente dal punto di vista della repressione può essere fuorviante – né l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il movimento di classe può crescere e rafforzarsi.

Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista.

Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del mondo.

Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose.

Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base per il lavoro da fare.

Viterbo, 8 febbraio 2026

NOTE

¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf

²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992)

³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo (1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della «balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo (2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti. L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani.

⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream); omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi (gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia), inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO, molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il conflitto sociale interno agli Stati avversari.

⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/

⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/

⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/

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DAL TRIBUNALE DI GUERRA DI CAMPOBASSO


Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»

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Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»
Martedì 14 ottobre il tribunale di Campobasso ha condannato, in primo grado, Ahmed Salem alla pena di 4 anni per le accuse di “terrorismo della parola” e di “ istigazione a delinquere con finalità di terrorismo”. Il processo è stato chiuso sbrigativamente dalla giudice Federica Adele dei Santi, con un’udienza di anticipo rispetto a quanto programmato in precedenza e con una condanna più alta di quanto richiesto dalla accusa sostenuta dalla PM Elisa Sabusco (3 anni e 6 mesi).
Ahmed è un giovane palestinese di 25 anni, cresciuto nel campo profughi di Al Baddawi in Libano, esule in Germania, ed è stato arrestato in Italia dove si trovava per fare una richiesta di protezione internazionale. Proprio al momento della richiesta di asilo la polizia ha preso possesso del suo telefonino dove ha rinvenuto video della resistenza palestinese (video di pubblica diffusione, tanto che la difesa ha fatto notare come siano stati pubblicati anche dai principali media italiani) ed un video su TikTok in cui lo stesso Ahmed incitava i fratelli e le sorelle dei popoli arabi a mobilitarsi contro il massacro a Gaza. Questi sono i fatti per cui Ahmed è stato arrestato, rinchiuso in via preventiva in un carcere di massima sicurezza per oltre un anno, ha subìto un processo grottesco, ed è stato infine condannato.
Il reato di “terrorismo della parola” si riferisce al comma 3 dell’articolo 270 quinques, introdotto dal governo Meloni con il decreto sicurezza dell’aprile 2025. Questo comma recita: «chiunque… consapevolmente si procura materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici micidiali … di armi da fuoco o di altre armi o sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché su di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggi di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti ad uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, è punito con la reclusione da due a sei anni». Ahmed è la seconda persona condannata per questo reato.
Ahmed è rinchiuso dal febbraio 2025 nel carcere di Rossano Calabro, all’interno della sezione AS2. Le sezioni di Alta Sicurezza 2 sono riservate a imputati di reati di “terrorismo” e servono per separare la parte più cosciente e politicizzata dei detenuti dal resto, in queste sezioni sono rinchiusi compagni anarchici e comunisti. Negli ultimi anni si sono riempite di detenuti accusati del cosiddetto “terrorismo di matrice islamica”. Si tratta di invisibili nei confronti dei quali non c’è stato l’interesse da parte della società ad approfondire né chi fossero, né su cosa si fondassero le accuse loro rivolte, né con quali metodi si siano svolti i loro processi. Su queste persone si sono così normalizzate quelle pratiche di giustizia sommaria che abbiamo visto riprodurre nelle recenti inchieste contro i palestinesi.
Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte una persona “colpevole di Palestina”. In questo processo è emerso in maniera clamorosa il pregiudizio conto i palestinesi e la discriminante etnica: questa condanna è razzista. Ci risulta difficile credere che un italiano di fronte alle stessa situazione sarebbe stato condannato o semplicemente imputato o che, facciamo un esempio a caso, la magistratura possa arrestare un israeliano o un ucraino per le medesime imputazioni. Le cosiddette prove vengono associate al terrorismo unicamente perché sono nella disponibilità di un palestinese, che quindi è colpevole in quanto tale.
Processi come questo non colpiscono solo l’imputato ma un’intera comunità.
Sono punizioni esemplari inflitte intenzionalmente per spaventare e silenziare tutti i palestinesi esuli. Lo Stato dice loro, con un’intimidazione mafiosa, che devono sparire dalla sua vista e stare zitti, perché altrimenti anche a loro può capitare quello che è successo al giovane rifugiato, possono essere inquisiti, arrestati e precipitati in un processo kafkiano. Infatti, è evidente a chiunque voglia vedere la realtà che le opinioni espresse da Ahmed sono condivise dalla grande maggioranza dei palestinesi; che chi proviene da zone di guerre riceve informazioni dettagliate su quello che lì accade (circolano miglia di video della resistenza che mostrano come si preparano gli attacchi agli invasori); che quelle che vengono etichettate come organizzazioni terroristiche (come in questo caso le brigate al Qassam) sono in realtà la legittima resistenza, ed è solo grazie alla resistenza che il popolo palestinese è sopravvissuto fino ad ora ad un tentativo di genocidio; che molti di questi “terroristi” sono semplicemente i parenti, gli amici, i vicini di casa, di chi è stato cacciato dalla sua terra, e che hanno imbracciato le armi per difendersi. In un paese come l’Italia, che ha nella sua storia la lotta di liberazione partigiana, capire questo dovrebbe essere alla portata di tutti.
Quando arriva una allucinante sentenza di condanna in un processo dove il buon senso ti dice che no, non può esserci condanna, qualche domanda te la poni.
I giudici hanno applicato supinamente leggi persecutorie, compiendo quel viatico che nella storia ha sempre condotto i servi dello Stato a riprodurre la banalità del male?
Hanno voluto dare dimostrazione del loro odio di classe accanendosi su Ahmed perché hanno riconosciuto in lui il nemico, il dannato della terra che si solleva fieramente e scuote le fondamenta dell’impero?
Oppure, più prosaicamente, certi processi hanno la sentenza già scritta, ed i giudici non fanno che ubbidire a ordini e pressioni?
In casi come questo porsi delle domande è d’obbligo.
Soprattutto quando hai visto che dietro i processi ai palestinesi c’è spesso lo zampino dei servizi segreti israeliani, o nelle aule noti la presenza ingombrante degli uomini dell’antimafia o dei vertici degli apparati di polizia. In questo caso abbiamo notato il codazzo di polizia attorno ai giudici; la richiesta di utilizzare come consulenti i dirigenti della Digos dell’Aquila che già avevano istruito il processo ad Anan; infine abbiamo assistito alla militarizzazione delle aule del tribunale e del centro cittadino, una messa in scena che ci è parso finalizzata a impressionare la corte, e creare il clima di assedio di un vero processo per “terrorismo”.
La sentenza emessa dal tribunale di Campobasso è un atto politicamente grave, e questo non perché sono stati giudicati fatti gravi: l’accusa rivolta ad Ahmed, infatti, non è quella di avere compiuto azioni armate, né di essere in procinto di farlo e neppure di avere intenzione di attuarle. Questa sentenza è grave perché inserisce nella categoria di terrorismo fatti banali, cioè azioni che chiunque si interessi di quello che accade nel mondo compie o potrebbe compiere, come, appunto, esprimere il proprio dissenso contro l’oppressione coloniale o documentarsi sul web.
Il fine di questa condanna, a nostro avviso, non è solo quello di punire il malcapitato palestinese, ma anche quello di creare un precedente, che normalizzi l’applicazione dello “psico-reato” orwelliano del “terrorismo della parola”, e dare allo Stato la possibilità di arrestare qualsiasi oppositore anche solo per le suo opinioni o per la sua identità politica. Per questa ragione questo processo riguarda tutti.
Oggi, la volontà di introdurre la censura contro i nemici dello Stato è evidente, basti pensare ai recenti tentativi fatti contro gli anarchici, nelle inchieste “Scripta scelera” e “Sibilla” per
“apologia aggravata con la finalità di terrorismo” e “stampa clandestina”.
Per arrivare a reprimere parole e idee le leggi antiterrorismo sono state dilatate fino all’assurdo. Ci chiediamo, dov’è posto il limite per il quale un’azione diventa propedeutica a compiere un atto terroristico, quando si supera perfino il concetto di intenzione? Se seguiamo la linea interpretativa proposta dalla procura di Campobasso qualsiasi processo formativo si potrebbe considerare auto-addestramento, quando attuato da un soggetto considerato in quanto tale eversivo; ad esempio essere iscritti ala facoltà di chimica, praticare arti marziali, guardare uno degli infiniti video sulle armi che il web ci propone senza che neppure ci sforziamo di ricercarli, possono essere considerati atti altrettanto propedeutici all’azione “terrorista” quanto quelli compiuti dal giovane palestinese. Quindi questo processo ci dice chiaramente che “terrorista” è potenzialmente chiunque osi protestare o sia inviso allo Stato, e non vi è alcun bisogno che imbracci le armi.
Come si è arrivati a questo? Originariamente l’articolo 270 bis del codice penale (associazione con finalità di terrorismo) era stato introdotto per contrastare le organizzazioni della lotta armata degli anni 70/80, in tempi più recenti (soprattutto col Decreto Pisanu del 2005/2006) sono state aggiunte varie fattispecie con lo scopo di dilatare il concetto di terrorista ora incarnato da una figura fluida e
generica che si adatta a qualsiasi antagonista (dal No Tav, all’islamista: qualsiasi individuo che agisce al di fuori di un’organizzazione formale e/o non conflittuale).
Questa estensione del concetto di terrorismo ci dimostra come quando il conflitto sociale retrocede la repressione avanza, cioè lo Stato abbassa la soglia di punibilità. E così, lasciando fare, oggi siamo arrivati alle condanne per reati immaginari.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
La repressione che colpisce i palestinesi in Italia è strettamente collegata a quanto sta accadendo in Asia occidentale, è parte del progetto di colonialismo di insediamento di Israele, del genocidio in corso, del progetto di costruzione di una grande Israele, punta di lancia del imperialismo statunitense nella regione. Tutto questo ci ha condotti ad una catastrofica guerra. Le inchieste giudiziarie contro i palestinesi ne sono una parte, quindi mobilitarsi contro la guerra e in solidarietà ai popoli oppressi, vuol dire anche difendere i palestinesi in Italia dagli attacchi che stanno subendo. La lotta al fianco di Ahmed non è terminata con la condanna di primo grado, ma l’ingiustizia da lui subìta deve essere uno sprone per mobilitarci con ancora più forza e determinazione.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
Il reato “di terrorismo della parola” è uno strumento della contro-insurrezione che serve a zittire chiunque lotti contro il sistema dominante. Se la sonora batosta subita in Iran ha definitivamente bollito il cervello di Donald Trump, anche i suoi tirapiedi fascistelli che governano in Italia sembrano sull’orlo di una crisi di nervi. Solo in queste ultime settimane abbiamo assistito al divieto di portare un saluto collettivo a due compagni anarchici morti durante un’azione, alla richiesta, da parte della questura di Roma agli organizzatori di un presidio a sostegno del popolo Libanese, di non esporre bandiere della resistenza libanese. Arriviamo fino al prossimo varo del decreto legge “salva sionismo” con il quale chi lotta contro lo Stato sionista (razzista, colonialista, suprematista) rischia di essere arrestato per odio razziale.
Se la guerra proseguirà e la crisi si farà sentire tutti gli sfruttati potrebbero presto subire l’attacco repressivo da parte dello Stato. Mobilitiamoci contro la guerra, conto la censura del “terrorismo della parola”. A sostegno di chi è colpito dalla repressione. Ora più che mai non un passo indietro, trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
Sabotiamo la guerra

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Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano

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Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce, come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione.

Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano, facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese (cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei «petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza fine.

In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno. Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine, l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole, ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele) o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo.

Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei “nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali – l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”, l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale. Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma soprattutto per capire cosa dire,esbloccare la situazione prima che sia troppo tardi.

Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800 città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese, e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.

Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare, alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani (beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero, applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria, affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMIcome quella installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a denunciarli per quello che sono.

In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale. In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei “nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa direzione.

Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni presenti, lacaduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo, che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout court)anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato «l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo, sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà.

Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni, permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi, cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto ciò che li opprime e li umilia.

Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità – e buonanotte ai suonatori.

Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad amministrare la nostra crescente miseria.

Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti spagnoli)invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati.

Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro. Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi.

Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran, la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria…

La posta in gioco è oggi totale.

Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti possiamo prendere la mira.

22 marzo 2026

assemblea “sabotiamo la guerra”

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Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa sarebbe stato diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come loro, come noi.

Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori.

Ciao Sara. Ciao Sandro.

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Sabotiamo la guerra e la repressione testi / texts

UNA PROPOSTA CHIARA_ Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio





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Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti, compreso quello interno della repressione.
Il 7 febbraio
più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già stati oltre un migliaio
di
morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni

radicali
che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo Stato porta avanti contro la nostra classe.
Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il livello della partecipazione è stato buono.
Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e benpensanti.
E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra, prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di unire le lotte di chi vi si oppone.
Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi).
Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali, raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli interventi:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/
Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori.
Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato, questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di eco nazionale.
E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda.
Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo” – Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati.
Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”, tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione, fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi.
Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva, anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare.
Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva, non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno.
In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti, magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali.


Assemblea Sabotiamo la Guerra

Rete dei comitati e collettivi di lotta



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Finché ci sarà uno Stato… Presa di posizione sulla guerra Israele-Iran

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FIN QUANDO CI SARA’ UNO STATO NON CI SARA’ MAI PACE

Presa di posizione dell’assemblea “Sabotiamo la guerra” sulla guerra Israele-Iran

L’attacco sferrato da Israele all’Iran la notte tra il 12 e il 13 giugno rappresenta una svolta drammatica verso la mondializzazione della guerra. Dopo oltre tre anni di guerra tra NATO e Federazione Russia in Ucraina, dopo due anni di genocidio in corso a Gaza, le forti tensioni in Asia Occidentale sfociano in una nuova guerra fra potenze regionali, entrambe in possesso di armi altamente tecnologiche, entrambe dotate di una industria nucleare, e che si è immediatamente aperta con uno spregiudicato quanto criminale attacco proprio contro le strutture nucleari iraniane.

Da una parte, vi è l’Iran che non dispone di armi atomiche né esistono prove che le stia costruendo e che si sottopone ai controlli delle agenzie internazionali. Dall’altra, Israele, che possiede armi atomiche senza dichiararle, non rispetta trattati né accetta controlli e compie abitualmente attacchi militari senza porsi alcun limite etico.

Se il diritto internazionale e le organizzazioni che lo rappresentano hanno avuto la funzione di garantire l’ordine mondiale, cioè precisi rapporti di forza e di dominio tra gli Stati, oggi, il fatto che vengano messi in discussione, in primis da Israele e dagli Stati uniti, è un chiaro segnale della crisi globale, della rottura dei precedenti equilibri e di ritorno alla guerra come mezzo di risoluzione delle rivalità interstatali.

L’Iran è stato attaccato poco dopo essersi sottoposto a controlli dei suoi impianti nucleari e durante le trattative con gli Stati Uniti in merito all’arricchimento dell’uranio. Risulta evidente l’intento di Israele di fare fallire le trattative e ogni ipotesi di risoluzione politica dei dissidi.

I Paesi alleati hanno immediatamente operato per respingere il contrattacco iraniano, abbattendo decine di razzi e droni, mentre si corre il serio pericolo di una partecipazione diretta dei Paesi occidentali (a partire dagli USA) nei bombardamenti. Il che rappresenterebbe un’ulteriore drammatica precipitazione della crisi.

Gli Stati Uniti negli ultimi trent’anni hanno condotto la cosiddetta “guerra infinita”, una serie ininterrotta di guerre, attacchi militari e operazioni di destabilizzazione (dall’attacco all’Iraq al cambio di regime in Siria). Attualmente i loro obiettivi si espandono su diversi fronti: quello Russo, quello dell’intera Asia Occidentale e, in prospettiva, quello dell’Indo-Pacifico. I conflitti in corso si stanno estendendo e ne nascono di nuovi, in una tendenza verso la guerra mondiale che allo stato dell’arte appare inarrestabile. Sullo sfondo si profilano tensioni sia politiche che militari fra gli Stati Uniti e la Cina.

Nel mentre, all’interno dei Paesi occidentali e in particolar modo proprio all’interno della potenza dominante nordamericana, sono in corso gravissime crisi sociali che talvolta sembrano assumere i connotati della guerra civile. Sappiamo che storicamente gli Stati risolvono le loro più gravi crisi interne con la guerra.

Tornando alle vicende di questi giorni. La responsabilità di questa nuova e gravissima esclation risiede nell’iniziativa criminale dello Stato di Israele. Un’entità fondata sul colonialismo di insediamento, sul suprematismo razzista, sul fanatismo religioso, sulla militarizzazione della società, avanguardia nelle tecnologie di controllo e nella sua sperimentazione sulla popolazione palestinese colonizzata, deportata e sterminata. Nell’azione del 7 ottobre 2023, fra le varie contraddizioni che ha aperto, c’è sicuramente quella di aver smascherato il vero volto di questa entità. Israele sta mettendo in atto un genocidio, ma non riesce a sconfiggere la resistenza di un popolo, contraddizione che prova a sublimare rilanciando con sempre nuove avventure: dall’invasione del Libano alle innumerevoli provocazioni anche a carattere terroristico, fino agli eventi di venerdì notte.

Bisogna quindi ribadire con forza che a Gaza è in corso un genocidio: dobbiamo fare in modo che questa nuova guerra non serva a nasconderne il compimento.

Israele è, da un lato, la punta di lancia dell’imperialismo occidentale e l’attore che da decenni svolge il lavoro sporco per conto degli Stati Uniti e dell’Europa; contemporaneamente, però, la sua leadership politica fuori controllo è in grado di condizionare a suo vantaggio le politiche delle potenze occidentali. I nostri governanti sono pienamente corresponsabili delle atrocità commesse da Israele, senza il sostegno di queste potenze Israele non potrebbe condurre le proprie avventure militari e forse nemmeno sopravvivere.

L’opposizione intransigente al progetto sionista non ci porta però a sostenere la repubblica islamica dell’Iran. Una potenza regionale, con una oligarchia di petrolieri e un’industria, anche militare, molto sviluppata. Non parliamo “semplicemente” di un’odiosa teocrazia, che tortura e impicca gli oppositori e opprime in particolar modo le donne, elemento che ama sottolineare la propaganda liberale occidentale. Parliamo di un regime che mette il suo potere oscurantista al servizio della propria borghesia per reprimere nel terrore le lavoratrici e i lavoratori.

Si pensi, per fare un esempio fra i tantissimi che potremmo citare – che in qualche modo ci parla tanto della misoginia quanto del classismo all’interno del regime – al caso della sindacalista Sharifeh Mohammadi, condannata a morte per la sua attività di coordinamento con gli scioperi radicali che sempre più spesso negli ultimi anni hanno attraversato il Paese.

Dal 2005 oltre 500 sindacalisti sono stati arrestati, imprigionati, o in alcuni casi condannati a morte ed espulsi per aver creato un’organizzazione sindacale indipendente e per aver svolto attività sindacali nel quadro degli accordi e degli standard internazionali sul lavoro.

In una guerra fra tali odiosi regimi, gli unici eroi sono i disertori.

Come anarchici e rivoluzionari ci auguriamo la caduta del governo teocratico iraniano, un regime oppressivo che è sorto soffocando nel sangue una generazione di compagni rivoluzionari. Allo stesso tempo sappiamo che un regime deve cadere sotto i colpi dell’insurrezione autenticamente popolare, mentre i cambi di regime progettati e attuati dai capitalisti occidentali, come la storia recente insegna, non fanno che sostituire un oppressore con un oppressore ancora più feroce e asservito alle potenze straniere, trasformando interi paesi in inferni sulla terra. Tenendo presente tutto ciò, invitiamo tutti i rivoluzionari e le persone di buona volontà a guardare con gli occhi ben aperti a un possibile sommovimento in Iran (che è al momento il principale obiettivo strategico di Israele), stando ben attenti a distinguere il grano dal loglio e a non abboccare a quelle false flag che sono da oltre un decennio le principali armi del soft power occidentale per corrompere e cooptare il dissenso, portandolo sul terreno altamente compatibile dei “diritti” liberali. In ogni caso, se anche si producesse un autentico moto di classe (non impossibile in un Paese in cui gli ayatollah sono andati al potere incarcerando e impiccando i rivoluzionari), questo non dovrebbe spostare di un millimetro la nostra opposizione intransigente al Sistema-Israele e a tutto l’imperialismo occidentale che lo nutre.

In generale, in una guerra tra Stati, tanto più se questi sono potenze regionali con importanti alleati internazionali, gli oppressi non hanno alleati né amici tra i governanti, ma sono solo carne da cannone per le loro sporche guerre. Convinti che fin quando ci sarà uno Stato non ci sarà mai pace, la nostra posizione rimane quella internazionalista: contro ogni Stato, a partire dal nostro. Quindi, dal nostro lato del fronte, non vogliamo sottacere le responsabilità del governo e dei padroni italiani, che hanno le mani sporche del sangue palestinese. Non possiamo dimenticare che la marina militare italiana dirige l’operazione Aspide, coordinando una coalizione a cui partecipano sette Paesi dell’Unione Europea: il compito di questa missione è contrastare l’azione yemenita che, attaccando le navi, è riuscita a lungo a bloccare un’importante via di comunicazione commerciale e a recare un fortissimo danno all’economia mondiale, mettendo in atto una delle più efficaci forme di sostegno e solidarietà alla popolazione di Gaza.

Il governo italiano offre a Israele un appoggio politico incondizionato. L’esercito italiano e quello israeliano sono sempre più integrati, i militari si addestrano reciprocamente, l’industria bellica italiana è il terzo esportatore verso Israele (dopo Stati Uniti e Germania), mentre l’Italia compra dall’alleato sionista sistemi d’arma ad alta tecnologia. Finanche le amenità del Bel Paese sono uno dei luoghi prescelti da Israele per la “decompressione” dei propri militari dopo i combattimenti.

I servizi segreti italiani condividono informazioni e tecnologie con gli apparati israeliani, come dimostra da ultimo il caso Paragon. Non dimentichiamo peraltro come la magistratura italiana sia schierata a supporto della repressione israeliana. Come dimostra lo scandaloso processo in corso all’Aquila contro Annan Yaeesh che vorrebbe far passare la resistenza armata palestinese, legittima anche per il diritto internazionale, per terrorismo. L’Italia supporta la logistica militare di Israele, come avviene con l’approdo nei porti italiani, ad esempio delle navi ZIM, e la ricerca tecnologica finalizzata alla supremazia militare, come avviene in numerosi atenei.

Ormai nei mezzi di comunicazione di massa italiani è quasi impossibile ricevere informazioni che non siano sfacciata propaganda di guerra. Questi mezzi di comunicazione sono parte integrante della macchina bellica, affermazione che è rafforzata dalla considerazione che nell’attuale strategia di guerra occidentale sempre più frequentemente lo spettacolo determina le scelte sul campo.

Nonostante una propaganda martellante gli sfruttati sono generalmente contrari alla guerra, in particolare il genocidio di Gaza ha profondamente scosso l’opinione pubblica; ma non basta una ribellione delle coscienze. Peraltro la classi più povere delle società occidentali stanno già pagando a caro prezzo il costo della guerra: dall’inflazione alla repressione. Di recente, il capo della NATO Rutte ha affermato che se gli europei non vogliono tagliare la loro spesa sanitaria a favore di quella militare (l’obiettivo dichiarato è di raggiungere il 5% del PIL!) allora dovranno imparare a parlare russo. D’altro canto, le politiche repressive sempre più efferate dei nostri governanti, di cui il pacchetto sicurezza di recente approvazione (dove si reprimono i blocchi stradali, i picchetti sindacali, le proteste in carcere, anche in forma pacifica, e si introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”) è soltanto il più recente e probabilmente non definitivo approdo, vanno lette a tutti gli effetti come delle vere e proprie politiche di guerra, anche alla luce di quelle tensioni sociali di cui si faceva cenno.

Nei prossimi mesi sarà importante per anarchici e solidali saper collegare la resistenza contro questa offensiva (così come la solidarietà con i nostri compagni in varie forme perseguitati) alla lotta complessiva contro la guerra, di cui queste operazioni sono la manifestazione sul fronte interno.

La propaganda sempre più faziosa e pervasiva, il cablaggio tecnologico delle facoltà critiche, le sconfitte storiche del movimento operaio, una certa predilezione per l’autoisolamento da parte delle minoranze agenti, al momento pesano sul senso di impotenza e rassegnazione. Lo stesso livello tecnologico della guerra guerreggiata – si pensi al confronto aeronautico e balistico tra Israele e Iran, per non parlare delle tecnologie messe in campo da NATO e Russia in Ucraina – spinge verso un sentimento di ineluttabilità, nell’impossibilità per le umane forze degli sfruttati di fare qualcosa per fermarli. Eppure la variante umana e di classe è determinante.

Sono le braccia dei portuali a caricare le armi sulle navi dirette a Israele: quelle braccia, come ci hanno mostrato in Marocco, a Marsiglia, a Genova, possono decidere di fermarsi. Sono i corpi dei proletari russi e ucraini a venire gettati nelle trincee, a massacrarsi vicendevolmente per gli interessi delle classi dirigenti russe e statunitensi (mentre Putin e Trump dialogano amabilmente al telefono); eppure quei corpi possono disertare, e lo fanno a decine di migliaia.

La resistenza armata del popolo palestinese, che non ha amici tra le grandi potenze, riesce con la propria volontà e la propria azione ad opporsi ad una delle più terribili e avanzate macchine belliche presenti sula terra. Israele ha un dominio tecnologico esorbitante, eppure vediamo come i combattenti palestinesi riciclano le bombe inesplose del nemico per farne degli ordigni artigianali. La fantasia degli oppressi non conosce confini. E gli oppressi, come diceva Errico Malatesta, sono sempre in condizione di legittima difesa, i mezzi da adoperare, purché coerenti con i fini dell’uguaglianza e della libertà per tutti gli esseri umani, sono solo una questione d’opportunità.

Dal nostro lato dei molteplici fronti, lottiamo per la disfatta del nostro campo: per la sconfitta della NATO, per la distruzione del sionismo. Trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni!

Assemblea “Sabotiamo la guerra”

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SABOTIAMO LA GUERRA

Appello per una mobilitazione internazionale ed internazionalista contro la guerra in Ucraina

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l’imprevisto palestinese nella guerra globale

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La guerra dei sonnambuli

Riflessioni dall’incontro di Sabotiamo la guerra del 24 marzo 2024 a Genova

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