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APPELLO PER UNA MOBILITAZIONE DIFFUSA PER IL 13 E 14 APRILE IN SOLIDARIETÀ AD AHMAD SALEM, ACCUSATO DI “TERRORISMO DELLA PAROLA”

Ahmad Salem è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Rossano Calabro da oltre un anno.

Accusato di “terrorismo della parola” (articolo 270 quinquies comma 4, introdotto dal governo con la legge ex-dl 1660) per aver diffuso dei video sulla resistenza palestinese ed aver esortato i fratelli e le sorelle arabe a sollevarsi in sostegno della Palestina.

Il processo a suo carico si sta tenendo a Campobasso, le prossime (e forse ultime) udienze saranno il 14 e il 28 aprile.

(Campobasso, 14 aprile: Giornata di mobilitazione per il processo ad Ahmad Salem)

Questo processo è un tassello del progetto che mira a far scomparire il popolo palestinese, togliendogli anche la voce.

Israele continua senza tregua il genocidio a Gaza, istituisce su base etnica la pena di morte per impiccagione per i combattenti della resistenza.

Provoca una guerra apocalittica in tutta l’Asia Occidentale con dirette ripercussioni sulle vite di tutti gli sfruttati.

L’Italia persegue i palestinesi e i solidali con la causa palestinese.

Lo Stato fornisce supporto alla guerra in Asia Occidentale.

Il governo ribalta la realtà varando il decreto legge antisemitismo, chi lotta contro lo Stato sionista (razzista, colonialista, suprematista) rischia di essere arrestato per odio razziale.

Insorgiamo contro questo sistema marcio e gettiamolo nella pattumiera della storia.

Solidali con tutti i palestinesi e i solidali colpiti dalla repressione.

Sosteniamo la resistenza contro l’oppressione coloniale in tutta l’Asia Occidentale.

Mobilitiamoci per bloccare tutti i rapporti militari, economici e politici tra Italia e Israele.

Contro la guerra dei padroni, solidarietà internazionale tra gli sfruttati.

Libertà per Ahmad e tutti i resistenti rinchiuse nelle carceri italiane.

In occasione della mobilitazione a Campobasso (martedì 14 aprile, ritrovo ore 11 in piazza Municipio), facciamo appello a tutte le realtà sinceramente solidali con la resistenza degli oppressi palestinesi a manifestare in tutte le città nella giornata di lunedì 13 aprile o nella stessa mattinata di martedì 14.

Organizziamo iniziative di supporto e controinformazione: l’allucinante vicenda di Ahmad Salem non deve passare sotto silenzio!

Complici e solidali dal Molise e altrove

Assemblea “sabotiamo la guerra”

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Il parere dell’Orbo sull’aggressione all’Iran e al Libano

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Nel nostro primo testo – l’Appello del settembre 2023 – scrivevamo che il conflitto in Ucraina era il primo capitolo di una più vasta guerra mondiale in formazione tra le potenze egemoni dell’Occidente e tutti i loro rivali capitalistici in ascesa, e che era necessario mobilitarsi per avere una voce, come sfruttati e come rivoluzionari, in un contesto che andava in quella direzione. Se si trattava di una facile previsione, nel Paese dei ciechi l’orbo è re, e i fatti ci hanno dato purtroppo ragione.

Mentre Israele continua il genocidio a Gaza (con più di 1000 morti dallo scorso ottobre) e si annette per legge la Cisgiordania; mentre il movimento per la Palestina appare paralizzato dalla falsa pax trumpiana e l’osceno progetto neofeudale del Board of Peace non conosce contestazioni significative; dopo mesi di propaganda sulle trattative fasulle riguardo un «programma nucleare di Teheran» sostanzialmente inesistente, e sulle brutalità del «regime degli Ayatollah»1… il 28 febbraio Israele e USA hanno attaccato l’Iran e il Libano, facendo precipitare il secondo fronte della guerra globale. Se è probabile che l’iniziativa sia partita dal governo Netanyahu, ossessionato dal delirio teocratico del «Grande Israele» e deciso a sradicare la resistenza palestinese (cosa irrealizzabile senza l’eliminazione dei suoi sostenitori regionali, da cui anche l’attacco al Libano per eliminare Hezbollah), si tratta anche, dopo il Venezuela, del secondo attacco statunitense in due mesi contro uno dei principali fornitori di petrolio della Cina e contro un ganglio strategico delle sue «vie della seta», nonché contro un membro dei BRICS. Oltre a ciò, è piuttosto evidente la volontà degli USA di mettere le mani sulle vaste risorse iraniane (per dirne solo alcune: petrolio, gas, litio, terre rare) e di frenare i processi di dedollarizzazione avviati nella regione dalla penetrazione commerciale cinese, che alla lunga rischierebbero di far saltare il sistema dei «petrodollari» (le riserve di biglietti verdi detenute in tutto il mondo che hanno una funzione centrale nel mantenerne il valore). Se quindi la guerra mondiale non si sta allargando in modo lineare, con un attacco a Mosca che finisce per tirare in ballo Pechino, la direzione rimane la stessa: un massacro planetario, in cui a ogni capitolo gli Stati attaccati tendono a stringere e rinsaldare alleanze e l’Occidente moltiplica gli attacchi – in una spirale senza fine.

In Iran e in buona parte dell’Asia Occidentale si sta scatenando l’inferno. Inaugurata, nello stesso giorno dell’uccisione di Khamenei senior, dal bombardamento di una scuola elementare in cui sono morte almeno 165 bambine, l’impresa dei liberatori è proseguita a colpi di bombe contro altre scuole, ospedali, centrali elettriche, siti nucleari e anche impianti di desalinizzazione. Lo scorso 7 marzo, il bombardamento delle raffinerie di Teheran ha oscurato il cielo, sprigionando una nube tossica da cui cadono piogge acide, e che si è spostata rapidamente su Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, considerati a rischio di contaminazione. Dal canto suo, la Repubblica islamica ha reagito bombardando basi americane in tutti i Paesi circonvicini, colpendo ripetutamente Tel Aviv con missili e bloccando lo stretto di Hormuz, con l’immediato effetto di far salire il prezzo del petrolio. Se questa guerra continuerà anche solo per qualche mese (e potrebbe durare di più…), gli effetti sull’economia mondiale saranno devastanti, con una spirale inflazionistica in cui il costo dei carburanti trascinerà con sé quello di tutte le altre merci, a partire dai prodotti agricoli. Quello che ci viene annunciato è, come minimo, un immiserimento generalizzato, cui gli Stati non potranno far fronte che alla solita maniera: repressione, arresti, galera per chi dissente. Letti in controluce, la produzione a ciclo continuo di pacchetti sicurezza in Italia, il tentativo di estendere il 41-bis ai compagni cominciato dall’internamento di Alfredo Cospito, la legge detta “contro l’antisemitismo” (in realtà pro-Israele) o l’illegalizzazione della solidarietà a Palestine Action in Gran Bretagna, ci dicono una cosa: al di là dei suoi singoli capitoli, lo stato di guerra permanente inaugurato con l’Ucraina durerà a lungo. Da qui una legislazione che non solo vieta di combatterlo, ma persino – sempre più – di contestarlo.

Di fronte a questo quadro, tocca porsi una domanda: per quale diavolo di motivo un movimento contro la guerra, ovvero contro gli interventi militari dei “nostri”, stenta a prendere piede? Al di là di ragioni più generali – l’assuefazione al militarismo indotta da trent’anni e più di “missioni di pace”, l’assenza di un qualche palestinese per cui tifare – crediamo che su questo pesi non poco il soft power dei media occidentali. Che cerca di incastrare tutti quanti – “comuni cittadini” e ancor più militanti – in una falsa dialettica: o con i “liberatori”, o con gli Ayatollah. Per questo, non casualmente, lo sguinzagliamento dei borghesi della diaspora iraniana contro le prime, poche manifestazioni di protesta. Una tattica volta a confondere le idee e fiaccare psicologicamente chi non intende scivolare nella spirale della guerra mondiale. Da qui la necessità di chiarirsi le idee: non tanto per sapere cosa fare, ma soprattutto per capire cosa dire,esbloccare la situazione prima che sia troppo tardi.

Noi non siamo tra quelli che riducono le sommosse iraniane a tentativi di rivoluzione colorata. Se quelle rivolte sono state certamente infiltrate, se non innescate, da spie e provocatori USA-sionisti (del Mossad e non solo), quando si tengono manifestazioni di migliaia e migliaia di persone in qualcosa come 800 città, è chiaro che esse contengono ed esprimono un malcontento reale che ha le sue ottime ragioni – tra le quali, va ricordato, anche la crisi economica che ha attraversato l’Iran con l’inasprimento dell’embargo USA, e che ha determinato una sollevazione molto più estesa delle precedenti. Ora, mentre siamo abbastanza convinti che la gran maggioranza di quegli stessi che sono scesi in piazza non vuole affatto l’intervento dei massacratori sionisti e statunitensi (come è emerso da numerosi comunicati della varia sinistra e degli anarchici del Paese, e come emerge dai cortei armati che adesso sfilano a Teheran contro gli aggressori), il punto è che solo gli iraniani – poveri o ricchi, fedeli o infedeli al regime – possono decidere del loro destino. Anziché chiederci cosa faranno loro, il punto è chiederci cosa possiamo fare noi.

Su questo vogliamo essere molto chiari. Se il nostro orizzonte ideale è l’internazionalismo proletario e rivoluzionario (solidarietà con tutti gli sfruttati del mondo contro i loro padroni e oppressori, nazionali e internazionali), in caso di guerra l’unico modo coerente per declinarlo è una pratica disfattista. Il che significa dare sempre addosso ai padroni nostrani e non fare mai nulla che possa favorirli. Se anche volendo non potremmo trovare, alle nostre latitudini, nessun bersaglio concreto per aiutare direttamente gli iraniani a liberarsi dal loro governo e dalla loro borghesia (per l’assenza di collaborazioni di qualsiasi tipo data dall’embargo), fare quel poco che si potrebbe – come protestare sotto le ambasciate iraniane nel caso di nuove repressioni – sarebbe semplicemente deleterio, perché ci arruolerebbe nelle file dei padroni di casa nostra (e li favorirebbe nel diventare i nuovi padroni dell’Iran). Per questo la nostra solidarietà con i rivoltosi iraniani (beninteso: con quelli che sono o stanno dalla parte della nostra classe, non quelli che perseguono il regime change occidentale per fare meglio i loro affari) non può essere che indiretta, cominciando dall’aiutare il popolo iraniano a sgombrarsi la strada dai suoi affamatori e bombardatori, sui quali possiamo e dobbiamo agire. Sapendo anche che se questi vincessero, applicherebbero all’Iran le stesse ricette già viste in Iraq, Libia e Siria, affidando il Paese – più che a un insostenibile «ritorno dello Scià» – a bande di predoni lasciati agire purché garantiscano gli interessi economici e militari dell’Occidente (o a una qualche giunta al servizio del FMIcome quella installata a Kiev). Pensiamo che questo gli sfruttati iraniani lo sappiano meglio di noi, e che non abbiano alcune intenzione di passare dalla padella degli Ayatollah alla brace dei razziatori occidentali. Quanto ai borghesi di cui sopra, i loro cori per il genocida Netanyahu, le loro bandiere israeliane, i loro applausi per un intervento militare che si abbatte indiscriminatamente sul loro stesso popolo (e che ha già fatto morire circa 600 bambini), bastano a denunciarli per quello che sono.

In seconda battuta, una reale liberazione dell’Iran (e non un regime change) non può che avvenire nel quadro di uno sconvolgimento di tutta la regione, il quale a sua volta può essere provocato solo dalla disfatta dell’imperialismo mondiale. In questo senso, attaccare la nostra classe dominante e le sue manovre militari non è solo l’unica posizione possibile per dei sovversivi: si tratta anche dell’unico intervento che in prospettiva – da un lato indebolendo la presa dei “nostri”, dall’altro dando forza e coraggio alle masse oppresse dell’Asia Occidentale – potrebbe contribuire anche al crollo dei vari regimi monarchico-islamici nella regione (nient’affatto meno oppressivi di quello iraniano). La maggior parte dei quali – conviene ribadirlo – è schierato con l’Occidente e con Israele, e la cui caduta travolgerebbe in breve l’infame Stato sionista. Se queste possono sembrare ipotesi campate in aria a chi non conosce la situazione locale, e non considera l’effetto-domino che potrebbe essere innescato dalla disfatta dell’imperialismo, si pensi che le folle che assaltano le ambasciate USA in Iraq, Bahrein e Pakistan stanno già andando in questa direzione.

Se queste sono ovviamente delle ipotesi, non possiamo e non vogliamo sottacere un pensiero (ma sarebbe il caso di dire: un fatto) che in questo momento ci angoscia come angoscia tutti i sinceri nemici di questo mondo: nelle condizioni presenti, lacaduta dello Stato iraniano sarebbe un colpo forse mortale per la resistenza palestinese, oltre che l’ennesima soddisfazione per l’imperialismo, che lo confermerebbe nelle proprie capacità e attizzerebbe la sua volontà di sferrare attacchi ulteriori anche altrove. Se l’Asse USA-Israele non incontrasse una disfatta contro l’Iran – diciamo una sua “Stalingrado” –, la conferma del suo delirio di onnipotenza sarebbe la più grave minaccia per le sorti dell’umanità. Gaza diventerebbe un Metodo. Se la Repubblica islamica cadesse, il proletariato iraniano dovrebbe farsi carico in proprio della resistenza armata contro gli sterminatori di Tel Aviv e di Washington, cioè qualcosa di una difficoltà titanica. Viceversa, la ritirata degli Stati Uniti (dovessero pure cantare vittoria!) e a rimorchio la fine dei bombardamenti sionisti fornirebbero uno straordinario carburante materiale e spirituale agli oppressi del mondo intero. E rimetterebbero al centro la lotta di classe (antimperialista e tout court)anche in Iran. Per questo non ci può essere alcuna equidistanza da parte nostra nello scontro tra USA-Israele e Iran! Noi auspichiamo con tutto il cuore la disfatta del suprematismo occidentale! Se poi il pensiero degli iraniani oppressi e duramente repressi dal loro Stato ci riempie di rabbia, il genocidio compiuto sui palestinesi, che non troverebbe più argine se venisse smantellato «l’Asse della resistenza», ci angoscia e ci fa infuriare ancora di più, essendo obiettivamente più grave. Si tratta di contraddizioni che – prima ancora di aprirsi nelle nostre teste – sono nella realtà: finché ci saranno gli Stati (e le classi), gli sfruttati (gli esseri umani) saranno sempre divisi. Solo un movimento internazionale per la Palestina molto più contudente di quanto ha saputo essere finora (e che non potrebbe che fare tutt’uno con un movimento più generale contro l’imperialismo occidentale) potrebbe sciogliere questo nodo, sostituendo al protagonismo della Repubblica islamica quello della mobilitazione diretta degli sfruttati e delle persone di buona volontà.

Ci conforta l’idea che se nell’ora attuale non è sempre facile capire cosa dire (e bisognerebbe cercare di calibrarlo a seconda dei fatti che accadono concretamente, i quali andrebbero attentamente studiati), non abbiamo dubbi su cosa fare: solo dare addosso al nostro imperialismo potrà farlo cadere; solo la caduta dell’imperialismo potrà destabilizzare l’ordine internazionale; solo la caduta di quest’ordine potrà aprire un processo che abbatta le separazioni, permettendo a tutti gli sfruttati del mondo (occidentali, iraniani, russi, cinesi, africani e di ogni Paese) di ritrovarsi sempre più vicini contro tutto ciò che li opprime e li umilia.

Per il resto, lasciare che la guerra imperialista prosegua indisturbata sarebbe semplicemente una disfatta per il proletariato mondiale, aprendo un abisso in cui rischiamo di scomparire anche noi – come sfruttati e ribelli occidentali. Se poi si considera che da entrambi gli schieramenti vengono bombardati siti atomici, e che tra gli aggressori c’è anche Israele, ovvero l’unica potenza nucleare al mondo che detiene un numero segreto di testate in barba a qualsiasi trattato e trattativa, il rischio è anche di scomparire tout court come umanità – e buonanotte ai suonatori.

Mentre la guerra del capitale minaccia la nostra stessa esistenza, a noi la scelta: o approfittare dell’occasione per scatenare la rivolta contro i padroni di casa nostra, che sono anche i padroni del mondo intero, o lasciargli fare il loro gioco. Che se non si concluderà per forza nella catastrofe nucleare, ci sta già facendo scivolare in un regime di controllo e repressione, necessario ad amministrare la nostra crescente miseria.

Mentre il governo italiano (insieme ad altri otto Stati, tra i quali i pacifisti spagnoli)invia una fregata militare nelle acque di Cipro; mentre aerei e droni già fanno la spola tra l’Asia Occidentale e le basi di Sigonella e Trapani-Birgi; mentre il MUOS di Niscemi è attivo 24 ore su 24 per permettere ai liberatori di concordare via radio il prossimo bombardamento; mentre si accelerano i piani di mobilità militare per le ferrovie… ricordiamoci che appena trent’anni fa, durante la prima guerra del Golfo, le reti venivano tagliate e le basi invase. Ricordiamoci che le fabbriche che producono ordigni, i vagoni e le navi che trasportano munizioni e soldati, le televisioni e i giornali che sostengono i massacratori, possono essere disturbati, ostacolati, attaccati.

Mentre scriviamo queste righe, infine, un treno carico di armamenti è stato bloccato a Pisa da alcune decine di dimostranti, e costretto a tornare indietro. Se anche solo azioni come questa si moltiplicassero, il costo già alto che i belligeranti sono costretti a pagare per questa guerra diventerebbe insostenibile. Per andare in questa direzione, dobbiamo scomporre il mondo-guerra nei suoi diversi ingranaggi.

Paradossalmente, questa lezione ci viene impartita dall’alto proprio dall’Iran, la cui risposta all’aggressione israelo-statunitense si basa su una sorta di guerriglia di Stato, cioè su di un uso assai intelligente dell’asimmetria delle forze (secondo la dottrina difesa a mosaico decentralizzata). Non solo perché un drone iraniano costa 35 mila dollari, mentre il costo per intercettarlo si aggira per USA-Israele sui 4 milioni di dollari; non solo perché la costosissima difesa di Israele lascia sguarnite le basi statunitensi nel Golfo; ma perché l’Iran sta colpendo, nei suoi gangli essenziali, la logistica globale e la capacità degli USA di proteggere i propri alleati-servi nella regione (una pessima pubblicità per la deterrenza statunitense). Dal punto di vista sociale e di classe, la presunta onnipotenza dei nostri padroni deriva dal fatto che ci pensano come forze inerti, o tutt’al più capaci di muoverci soltanto “a volo uniforme”. Per questo il transumanista e afrikaner Peter Thiel – i cui sistemi di IA vengono usati anche nei bombardamenti in Iran – ha dichiarato: «Nel XXI secolo, l’Anticristo è un luddista che vuole fermare tutta la scienza». Il sabot, allora, è l’arma dell’apocalisse proletaria…

La posta in gioco è oggi totale.

Si tratta di non abituarsi alla guerra, ma fermarla – e rivolgerla contro chi la vuole, la provoca, la estende. Persino l’Orbo vede di chi si tratta – e tutti possiamo prendere la mira.

22 marzo 2026

assemblea “sabotiamo la guerra”

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Mentre chiudiamo queste riflessioni, siamo straziati da una tragedia. Due anarchici, Sara e Sandro, sono morti a Roma per l’esplosione di un ordigno che stavano fabbricando in un casolare abbandonato. Erano compagni nostri e anche amici stretti di diversi tra noi, e entrambi avevano preso parte in più occasioni alla nostra assemblea. Non possiamo ovviamente sapere contro cosa sarebbe stato diretto l’esplosivo che li ha uccisi: conoscendoli siamo sicuri che Sandro e Sara ne avrebbero fatto buon uso, colpendo strutture o responsabili del sistema di dominio e sfruttamento, e non altri oppressi e sfruttati come loro, come noi.

Ricordiamo la loro grande sensibilità e generosità, la loro schiettezza e onestà, la loro convinzione anarchica e rivoluzionaria. Continueranno a camminare con noi, perché li porteremo sempre nei nostri cuori.

Ciao Sara. Ciao Sandro.

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Sabotiamo la guerra e la repressione testi / texts

UNA PROPOSTA CHIARA_ Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio





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Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti, compreso quello interno della repressione.
Il 7 febbraio
più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già stati oltre un migliaio
di
morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni

radicali
che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo Stato porta avanti contro la nostra classe.
Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il livello della partecipazione è stato buono.
Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e benpensanti.
E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra, prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di unire le lotte di chi vi si oppone.
Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi).
Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali, raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli interventi:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/
Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori.
Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato, questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di eco nazionale.
E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda.
Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo” – Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati.
Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”, tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione, fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi.
Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva, anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare.
Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva, non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno.
In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti, magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali.


Assemblea Sabotiamo la Guerra

Rete dei comitati e collettivi di lotta



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Finché ci sarà uno Stato… Presa di posizione sulla guerra Israele-Iran

Scarica in formato pdf: Finchè ci sarà uno Stato

FIN QUANDO CI SARA’ UNO STATO NON CI SARA’ MAI PACE

Presa di posizione dell’assemblea “Sabotiamo la guerra” sulla guerra Israele-Iran

L’attacco sferrato da Israele all’Iran la notte tra il 12 e il 13 giugno rappresenta una svolta drammatica verso la mondializzazione della guerra. Dopo oltre tre anni di guerra tra NATO e Federazione Russia in Ucraina, dopo due anni di genocidio in corso a Gaza, le forti tensioni in Asia Occidentale sfociano in una nuova guerra fra potenze regionali, entrambe in possesso di armi altamente tecnologiche, entrambe dotate di una industria nucleare, e che si è immediatamente aperta con uno spregiudicato quanto criminale attacco proprio contro le strutture nucleari iraniane.

Da una parte, vi è l’Iran che non dispone di armi atomiche né esistono prove che le stia costruendo e che si sottopone ai controlli delle agenzie internazionali. Dall’altra, Israele, che possiede armi atomiche senza dichiararle, non rispetta trattati né accetta controlli e compie abitualmente attacchi militari senza porsi alcun limite etico.

Se il diritto internazionale e le organizzazioni che lo rappresentano hanno avuto la funzione di garantire l’ordine mondiale, cioè precisi rapporti di forza e di dominio tra gli Stati, oggi, il fatto che vengano messi in discussione, in primis da Israele e dagli Stati uniti, è un chiaro segnale della crisi globale, della rottura dei precedenti equilibri e di ritorno alla guerra come mezzo di risoluzione delle rivalità interstatali.

L’Iran è stato attaccato poco dopo essersi sottoposto a controlli dei suoi impianti nucleari e durante le trattative con gli Stati Uniti in merito all’arricchimento dell’uranio. Risulta evidente l’intento di Israele di fare fallire le trattative e ogni ipotesi di risoluzione politica dei dissidi.

I Paesi alleati hanno immediatamente operato per respingere il contrattacco iraniano, abbattendo decine di razzi e droni, mentre si corre il serio pericolo di una partecipazione diretta dei Paesi occidentali (a partire dagli USA) nei bombardamenti. Il che rappresenterebbe un’ulteriore drammatica precipitazione della crisi.

Gli Stati Uniti negli ultimi trent’anni hanno condotto la cosiddetta “guerra infinita”, una serie ininterrotta di guerre, attacchi militari e operazioni di destabilizzazione (dall’attacco all’Iraq al cambio di regime in Siria). Attualmente i loro obiettivi si espandono su diversi fronti: quello Russo, quello dell’intera Asia Occidentale e, in prospettiva, quello dell’Indo-Pacifico. I conflitti in corso si stanno estendendo e ne nascono di nuovi, in una tendenza verso la guerra mondiale che allo stato dell’arte appare inarrestabile. Sullo sfondo si profilano tensioni sia politiche che militari fra gli Stati Uniti e la Cina.

Nel mentre, all’interno dei Paesi occidentali e in particolar modo proprio all’interno della potenza dominante nordamericana, sono in corso gravissime crisi sociali che talvolta sembrano assumere i connotati della guerra civile. Sappiamo che storicamente gli Stati risolvono le loro più gravi crisi interne con la guerra.

Tornando alle vicende di questi giorni. La responsabilità di questa nuova e gravissima esclation risiede nell’iniziativa criminale dello Stato di Israele. Un’entità fondata sul colonialismo di insediamento, sul suprematismo razzista, sul fanatismo religioso, sulla militarizzazione della società, avanguardia nelle tecnologie di controllo e nella sua sperimentazione sulla popolazione palestinese colonizzata, deportata e sterminata. Nell’azione del 7 ottobre 2023, fra le varie contraddizioni che ha aperto, c’è sicuramente quella di aver smascherato il vero volto di questa entità. Israele sta mettendo in atto un genocidio, ma non riesce a sconfiggere la resistenza di un popolo, contraddizione che prova a sublimare rilanciando con sempre nuove avventure: dall’invasione del Libano alle innumerevoli provocazioni anche a carattere terroristico, fino agli eventi di venerdì notte.

Bisogna quindi ribadire con forza che a Gaza è in corso un genocidio: dobbiamo fare in modo che questa nuova guerra non serva a nasconderne il compimento.

Israele è, da un lato, la punta di lancia dell’imperialismo occidentale e l’attore che da decenni svolge il lavoro sporco per conto degli Stati Uniti e dell’Europa; contemporaneamente, però, la sua leadership politica fuori controllo è in grado di condizionare a suo vantaggio le politiche delle potenze occidentali. I nostri governanti sono pienamente corresponsabili delle atrocità commesse da Israele, senza il sostegno di queste potenze Israele non potrebbe condurre le proprie avventure militari e forse nemmeno sopravvivere.

L’opposizione intransigente al progetto sionista non ci porta però a sostenere la repubblica islamica dell’Iran. Una potenza regionale, con una oligarchia di petrolieri e un’industria, anche militare, molto sviluppata. Non parliamo “semplicemente” di un’odiosa teocrazia, che tortura e impicca gli oppositori e opprime in particolar modo le donne, elemento che ama sottolineare la propaganda liberale occidentale. Parliamo di un regime che mette il suo potere oscurantista al servizio della propria borghesia per reprimere nel terrore le lavoratrici e i lavoratori.

Si pensi, per fare un esempio fra i tantissimi che potremmo citare – che in qualche modo ci parla tanto della misoginia quanto del classismo all’interno del regime – al caso della sindacalista Sharifeh Mohammadi, condannata a morte per la sua attività di coordinamento con gli scioperi radicali che sempre più spesso negli ultimi anni hanno attraversato il Paese.

Dal 2005 oltre 500 sindacalisti sono stati arrestati, imprigionati, o in alcuni casi condannati a morte ed espulsi per aver creato un’organizzazione sindacale indipendente e per aver svolto attività sindacali nel quadro degli accordi e degli standard internazionali sul lavoro.

In una guerra fra tali odiosi regimi, gli unici eroi sono i disertori.

Come anarchici e rivoluzionari ci auguriamo la caduta del governo teocratico iraniano, un regime oppressivo che è sorto soffocando nel sangue una generazione di compagni rivoluzionari. Allo stesso tempo sappiamo che un regime deve cadere sotto i colpi dell’insurrezione autenticamente popolare, mentre i cambi di regime progettati e attuati dai capitalisti occidentali, come la storia recente insegna, non fanno che sostituire un oppressore con un oppressore ancora più feroce e asservito alle potenze straniere, trasformando interi paesi in inferni sulla terra. Tenendo presente tutto ciò, invitiamo tutti i rivoluzionari e le persone di buona volontà a guardare con gli occhi ben aperti a un possibile sommovimento in Iran (che è al momento il principale obiettivo strategico di Israele), stando ben attenti a distinguere il grano dal loglio e a non abboccare a quelle false flag che sono da oltre un decennio le principali armi del soft power occidentale per corrompere e cooptare il dissenso, portandolo sul terreno altamente compatibile dei “diritti” liberali. In ogni caso, se anche si producesse un autentico moto di classe (non impossibile in un Paese in cui gli ayatollah sono andati al potere incarcerando e impiccando i rivoluzionari), questo non dovrebbe spostare di un millimetro la nostra opposizione intransigente al Sistema-Israele e a tutto l’imperialismo occidentale che lo nutre.

In generale, in una guerra tra Stati, tanto più se questi sono potenze regionali con importanti alleati internazionali, gli oppressi non hanno alleati né amici tra i governanti, ma sono solo carne da cannone per le loro sporche guerre. Convinti che fin quando ci sarà uno Stato non ci sarà mai pace, la nostra posizione rimane quella internazionalista: contro ogni Stato, a partire dal nostro. Quindi, dal nostro lato del fronte, non vogliamo sottacere le responsabilità del governo e dei padroni italiani, che hanno le mani sporche del sangue palestinese. Non possiamo dimenticare che la marina militare italiana dirige l’operazione Aspide, coordinando una coalizione a cui partecipano sette Paesi dell’Unione Europea: il compito di questa missione è contrastare l’azione yemenita che, attaccando le navi, è riuscita a lungo a bloccare un’importante via di comunicazione commerciale e a recare un fortissimo danno all’economia mondiale, mettendo in atto una delle più efficaci forme di sostegno e solidarietà alla popolazione di Gaza.

Il governo italiano offre a Israele un appoggio politico incondizionato. L’esercito italiano e quello israeliano sono sempre più integrati, i militari si addestrano reciprocamente, l’industria bellica italiana è il terzo esportatore verso Israele (dopo Stati Uniti e Germania), mentre l’Italia compra dall’alleato sionista sistemi d’arma ad alta tecnologia. Finanche le amenità del Bel Paese sono uno dei luoghi prescelti da Israele per la “decompressione” dei propri militari dopo i combattimenti.

I servizi segreti italiani condividono informazioni e tecnologie con gli apparati israeliani, come dimostra da ultimo il caso Paragon. Non dimentichiamo peraltro come la magistratura italiana sia schierata a supporto della repressione israeliana. Come dimostra lo scandaloso processo in corso all’Aquila contro Annan Yaeesh che vorrebbe far passare la resistenza armata palestinese, legittima anche per il diritto internazionale, per terrorismo. L’Italia supporta la logistica militare di Israele, come avviene con l’approdo nei porti italiani, ad esempio delle navi ZIM, e la ricerca tecnologica finalizzata alla supremazia militare, come avviene in numerosi atenei.

Ormai nei mezzi di comunicazione di massa italiani è quasi impossibile ricevere informazioni che non siano sfacciata propaganda di guerra. Questi mezzi di comunicazione sono parte integrante della macchina bellica, affermazione che è rafforzata dalla considerazione che nell’attuale strategia di guerra occidentale sempre più frequentemente lo spettacolo determina le scelte sul campo.

Nonostante una propaganda martellante gli sfruttati sono generalmente contrari alla guerra, in particolare il genocidio di Gaza ha profondamente scosso l’opinione pubblica; ma non basta una ribellione delle coscienze. Peraltro la classi più povere delle società occidentali stanno già pagando a caro prezzo il costo della guerra: dall’inflazione alla repressione. Di recente, il capo della NATO Rutte ha affermato che se gli europei non vogliono tagliare la loro spesa sanitaria a favore di quella militare (l’obiettivo dichiarato è di raggiungere il 5% del PIL!) allora dovranno imparare a parlare russo. D’altro canto, le politiche repressive sempre più efferate dei nostri governanti, di cui il pacchetto sicurezza di recente approvazione (dove si reprimono i blocchi stradali, i picchetti sindacali, le proteste in carcere, anche in forma pacifica, e si introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”) è soltanto il più recente e probabilmente non definitivo approdo, vanno lette a tutti gli effetti come delle vere e proprie politiche di guerra, anche alla luce di quelle tensioni sociali di cui si faceva cenno.

Nei prossimi mesi sarà importante per anarchici e solidali saper collegare la resistenza contro questa offensiva (così come la solidarietà con i nostri compagni in varie forme perseguitati) alla lotta complessiva contro la guerra, di cui queste operazioni sono la manifestazione sul fronte interno.

La propaganda sempre più faziosa e pervasiva, il cablaggio tecnologico delle facoltà critiche, le sconfitte storiche del movimento operaio, una certa predilezione per l’autoisolamento da parte delle minoranze agenti, al momento pesano sul senso di impotenza e rassegnazione. Lo stesso livello tecnologico della guerra guerreggiata – si pensi al confronto aeronautico e balistico tra Israele e Iran, per non parlare delle tecnologie messe in campo da NATO e Russia in Ucraina – spinge verso un sentimento di ineluttabilità, nell’impossibilità per le umane forze degli sfruttati di fare qualcosa per fermarli. Eppure la variante umana e di classe è determinante.

Sono le braccia dei portuali a caricare le armi sulle navi dirette a Israele: quelle braccia, come ci hanno mostrato in Marocco, a Marsiglia, a Genova, possono decidere di fermarsi. Sono i corpi dei proletari russi e ucraini a venire gettati nelle trincee, a massacrarsi vicendevolmente per gli interessi delle classi dirigenti russe e statunitensi (mentre Putin e Trump dialogano amabilmente al telefono); eppure quei corpi possono disertare, e lo fanno a decine di migliaia.

La resistenza armata del popolo palestinese, che non ha amici tra le grandi potenze, riesce con la propria volontà e la propria azione ad opporsi ad una delle più terribili e avanzate macchine belliche presenti sula terra. Israele ha un dominio tecnologico esorbitante, eppure vediamo come i combattenti palestinesi riciclano le bombe inesplose del nemico per farne degli ordigni artigianali. La fantasia degli oppressi non conosce confini. E gli oppressi, come diceva Errico Malatesta, sono sempre in condizione di legittima difesa, i mezzi da adoperare, purché coerenti con i fini dell’uguaglianza e della libertà per tutti gli esseri umani, sono solo una questione d’opportunità.

Dal nostro lato dei molteplici fronti, lottiamo per la disfatta del nostro campo: per la sconfitta della NATO, per la distruzione del sionismo. Trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni!

Assemblea “Sabotiamo la guerra”

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