Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»
Sulla condanna di Ahmed Salem e il reato di «terrorismo della parola»
Martedì 14 ottobre il tribunale di Campobasso ha condannato, in primo grado, Ahmed Salem alla pena di 4 anni per le accuse di “terrorismo della parola” e di “ istigazione a delinquere con finalità di terrorismo”. Il processo è stato chiuso sbrigativamente dalla giudice Federica Adele dei Santi, con un’udienza di anticipo rispetto a quanto programmato in precedenza e con una condanna più alta di quanto richiesto dalla accusa sostenuta dalla PM Elisa Sabusco (3 anni e 6 mesi).
Ahmed è un giovane palestinese di 25 anni, cresciuto nel campo profughi di Al Baddawi in Libano, esule in Germania, ed è stato arrestato in Italia dove si trovava per fare una richiesta di protezione internazionale. Proprio al momento della richiesta di asilo la polizia ha preso possesso del suo telefonino dove ha rinvenuto video della resistenza palestinese (video di pubblica diffusione, tanto che la difesa ha fatto notare come siano stati pubblicati anche dai principali media italiani) ed un video su TikTok in cui lo stesso Ahmed incitava i fratelli e le sorelle dei popoli arabi a mobilitarsi contro il massacro a Gaza. Questi sono i fatti per cui Ahmed è stato arrestato, rinchiuso in via preventiva in un carcere di massima sicurezza per oltre un anno, ha subìto un processo grottesco, ed è stato infine condannato.
Il reato di “terrorismo della parola” si riferisce al comma 3 dell’articolo 270 quinques, introdotto dal governo Meloni con il decreto sicurezza dell’aprile 2025. Questo comma recita: «chiunque… consapevolmente si procura materiale contenente istruzioni sulla preparazione o sull’uso di congegni bellici micidiali … di armi da fuoco o di altre armi o sostanze chimiche o batteriologiche nocive o pericolose, nonché su di ogni altra tecnica o metodo per il compimento di atti di violenza ovvero di sabotaggi di servizi pubblici essenziali, con finalità di terrorismo, anche se rivolti ad uno Stato estero, un’istituzione o un organismo internazionale, è punito con la reclusione da due a sei anni». Ahmed è la seconda persona condannata per questo reato.
Ahmed è rinchiuso dal febbraio 2025 nel carcere di Rossano Calabro, all’interno della sezione AS2. Le sezioni di Alta Sicurezza 2 sono riservate a imputati di reati di “terrorismo” e servono per separare la parte più cosciente e politicizzata dei detenuti dal resto, in queste sezioni sono rinchiusi compagni anarchici e comunisti. Negli ultimi anni si sono riempite di detenuti accusati del cosiddetto “terrorismo di matrice islamica”. Si tratta di invisibili nei confronti dei quali non c’è stato l’interesse da parte della società ad approfondire né chi fossero, né su cosa si fondassero le accuse loro rivolte, né con quali metodi si siano svolti i loro processi. Su queste persone si sono così normalizzate quelle pratiche di giustizia sommaria che abbiamo visto riprodurre nelle recenti inchieste contro i palestinesi.
Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte una persona “colpevole di Palestina”. In questo processo è emerso in maniera clamorosa il pregiudizio conto i palestinesi e la discriminante etnica: questa condanna è razzista. Ci risulta difficile credere che un italiano di fronte alle stessa situazione sarebbe stato condannato o semplicemente imputato o che, facciamo un esempio a caso, la magistratura possa arrestare un israeliano o un ucraino per le medesime imputazioni. Le cosiddette prove vengono associate al terrorismo unicamente perché sono nella disponibilità di un palestinese, che quindi è colpevole in quanto tale.
Processi come questo non colpiscono solo l’imputato ma un’intera comunità.
Sono punizioni esemplari inflitte intenzionalmente per spaventare e silenziare tutti i palestinesi esuli. Lo Stato dice loro, con un’intimidazione mafiosa, che devono sparire dalla sua vista e stare zitti, perché altrimenti anche a loro può capitare quello che è successo al giovane rifugiato, possono essere inquisiti, arrestati e precipitati in un processo kafkiano. Infatti, è evidente a chiunque voglia vedere la realtà che le opinioni espresse da Ahmed sono condivise dalla grande maggioranza dei palestinesi; che chi proviene da zone di guerre riceve informazioni dettagliate su quello che lì accade (circolano miglia di video della resistenza che mostrano come si preparano gli attacchi agli invasori); che quelle che vengono etichettate come organizzazioni terroristiche (come in questo caso le brigate al Qassam) sono in realtà la legittima resistenza, ed è solo grazie alla resistenza che il popolo palestinese è sopravvissuto fino ad ora ad un tentativo di genocidio; che molti di questi “terroristi” sono semplicemente i parenti, gli amici, i vicini di casa, di chi è stato cacciato dalla sua terra, e che hanno imbracciato le armi per difendersi. In un paese come l’Italia, che ha nella sua storia la lotta di liberazione partigiana, capire questo dovrebbe essere alla portata di tutti.
Quando arriva una allucinante sentenza di condanna in un processo dove il buon senso ti dice che no, non può esserci condanna, qualche domanda te la poni.
I giudici hanno applicato supinamente leggi persecutorie, compiendo quel viatico che nella storia ha sempre condotto i servi dello Stato a riprodurre la banalità del male?
Hanno voluto dare dimostrazione del loro odio di classe accanendosi su Ahmed perché hanno riconosciuto in lui il nemico, il dannato della terra che si solleva fieramente e scuote le fondamenta dell’impero?
Oppure, più prosaicamente, certi processi hanno la sentenza già scritta, ed i giudici non fanno che ubbidire a ordini e pressioni?
In casi come questo porsi delle domande è d’obbligo.
Soprattutto quando hai visto che dietro i processi ai palestinesi c’è spesso lo zampino dei servizi segreti israeliani, o nelle aule noti la presenza ingombrante degli uomini dell’antimafia o dei vertici degli apparati di polizia. In questo caso abbiamo notato il codazzo di polizia attorno ai giudici; la richiesta di utilizzare come consulenti i dirigenti della Digos dell’Aquila che già avevano istruito il processo ad Anan; infine abbiamo assistito alla militarizzazione delle aule del tribunale e del centro cittadino, una messa in scena che ci è parso finalizzata a impressionare la corte, e creare il clima di assedio di un vero processo per “terrorismo”.
La sentenza emessa dal tribunale di Campobasso è un atto politicamente grave, e questo non perché sono stati giudicati fatti gravi: l’accusa rivolta ad Ahmed, infatti, non è quella di avere compiuto azioni armate, né di essere in procinto di farlo e neppure di avere intenzione di attuarle. Questa sentenza è grave perché inserisce nella categoria di terrorismo fatti banali, cioè azioni che chiunque si interessi di quello che accade nel mondo compie o potrebbe compiere, come, appunto, esprimere il proprio dissenso contro l’oppressione coloniale o documentarsi sul web.
Il fine di questa condanna, a nostro avviso, non è solo quello di punire il malcapitato palestinese, ma anche quello di creare un precedente, che normalizzi l’applicazione dello “psico-reato” orwelliano del “terrorismo della parola”, e dare allo Stato la possibilità di arrestare qualsiasi oppositore anche solo per le suo opinioni o per la sua identità politica. Per questa ragione questo processo riguarda tutti.
Oggi, la volontà di introdurre la censura contro i nemici dello Stato è evidente, basti pensare ai recenti tentativi fatti contro gli anarchici, nelle inchieste “Scripta scelera” e “Sibilla” per
“apologia aggravata con la finalità di terrorismo” e “stampa clandestina”.
Per arrivare a reprimere parole e idee le leggi antiterrorismo sono state dilatate fino all’assurdo. Ci chiediamo, dov’è posto il limite per il quale un’azione diventa propedeutica a compiere un atto terroristico, quando si supera perfino il concetto di intenzione? Se seguiamo la linea interpretativa proposta dalla procura di Campobasso qualsiasi processo formativo si potrebbe considerare auto-addestramento, quando attuato da un soggetto considerato in quanto tale eversivo; ad esempio essere iscritti ala facoltà di chimica, praticare arti marziali, guardare uno degli infiniti video sulle armi che il web ci propone senza che neppure ci sforziamo di ricercarli, possono essere considerati atti altrettanto propedeutici all’azione “terrorista” quanto quelli compiuti dal giovane palestinese. Quindi questo processo ci dice chiaramente che “terrorista” è potenzialmente chiunque osi protestare o sia inviso allo Stato, e non vi è alcun bisogno che imbracci le armi.
Come si è arrivati a questo? Originariamente l’articolo 270 bis del codice penale (associazione con finalità di terrorismo) era stato introdotto per contrastare le organizzazioni della lotta armata degli anni 70/80, in tempi più recenti (soprattutto col Decreto Pisanu del 2005/2006) sono state aggiunte varie fattispecie con lo scopo di dilatare il concetto di terrorista ora incarnato da una figura fluida e
generica che si adatta a qualsiasi antagonista (dal No Tav, all’islamista: qualsiasi individuo che agisce al di fuori di un’organizzazione formale e/o non conflittuale).
Questa estensione del concetto di terrorismo ci dimostra come quando il conflitto sociale retrocede la repressione avanza, cioè lo Stato abbassa la soglia di punibilità. E così, lasciando fare, oggi siamo arrivati alle condanne per reati immaginari.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
La repressione che colpisce i palestinesi in Italia è strettamente collegata a quanto sta accadendo in Asia occidentale, è parte del progetto di colonialismo di insediamento di Israele, del genocidio in corso, del progetto di costruzione di una grande Israele, punta di lancia del imperialismo statunitense nella regione. Tutto questo ci ha condotti ad una catastrofica guerra. Le inchieste giudiziarie contro i palestinesi ne sono una parte, quindi mobilitarsi contro la guerra e in solidarietà ai popoli oppressi, vuol dire anche difendere i palestinesi in Italia dagli attacchi che stanno subendo. La lotta al fianco di Ahmed non è terminata con la condanna di primo grado, ma l’ingiustizia da lui subìta deve essere uno sprone per mobilitarci con ancora più forza e determinazione.
La condanna di Ahmed è un atto di guerra.
Il reato “di terrorismo della parola” è uno strumento della contro-insurrezione che serve a zittire chiunque lotti contro il sistema dominante. Se la sonora batosta subita in Iran ha definitivamente bollito il cervello di Donald Trump, anche i suoi tirapiedi fascistelli che governano in Italia sembrano sull’orlo di una crisi di nervi. Solo in queste ultime settimane abbiamo assistito al divieto di portare un saluto collettivo a due compagni anarchici morti durante un’azione, alla richiesta, da parte della questura di Roma agli organizzatori di un presidio a sostegno del popolo Libanese, di non esporre bandiere della resistenza libanese. Arriviamo fino al prossimo varo del decreto legge “salva sionismo” con il quale chi lotta contro lo Stato sionista (razzista, colonialista, suprematista) rischia di essere arrestato per odio razziale.
Se la guerra proseguirà e la crisi si farà sentire tutti gli sfruttati potrebbero presto subire l’attacco repressivo da parte dello Stato. Mobilitiamoci contro la guerra, conto la censura del “terrorismo della parola”. A sostegno di chi è colpito dalla repressione. Ora più che mai non un passo indietro, trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni.
Complici e solidali
Sabotiamo la guerra