Buongiorno compagni e compagne, ci siamo tutti rifocillati adesso, quindi spero che non vi viene l’abbiocco post pranzo. Prima c’era l’aggressività della fame, adesso magari l’abbiocco post pranzo proverò a non farvelo venire. Mi presento, sono Mimì, appartengo al movimento dei disoccupati 7 novembre di Napoli. E sono coordinatrice a Napoli del Si Cobas. Con un po’ di emozione faccio questo intervento perché il tema della repressione è un tema che sicuramente tocca delle corde rispetto alle quali tutti noi ci interroghiamo per le nostre vite, per come le conduciamo, per quelle che sono le nostre tensioni. Rispetto al nostro ruolo all’interno della società, parto dal fare una panoramica veloce e a volo d’uccello su quello che è il movimento 7 novembre. Parto da questo perché lavoro e non lavoro sono due facce della stessa medaglia. Ci danno la possibilità di osservare con una lente molto precisa quelli che sono i piani patronali e dello Stato come giustamente sottolineava prima Silvano nel suo intervento quando opportunamente operava una distinzione netta tra governo e Stato. Il Movimento 7 novembre è un movimento che nasce intersezionale, nasce dall’esigenza di un territorio che è quello di Napoli e di Bagnoli in particolare, durante una di quelle fasi nelle quali si manifestava esplicita: c’era il decreto Sblocca Italia, c’era Renzi al governo e a Napoli un gruppo di disoccupati ha iniziato ad elaborare l’idea e il piano di legare la necessità di una lotta per il lavoro alla lotta per l’emancipazione di un territorio intero dallo sfruttamento non si realizza soltanto sui corpi delle persone, ma anche sulla terra. Nasce il movimento 7 novembre e nasce come un movimento autonomo, come un movimento che dal basso vuole restituire e riesce a restituire nel corso del tempo ai proletari e alle proletarie della città e di quel territorio la dignità di sentirsi e di riconoscersi nella classe, di riconoscersi come parte. Di una classe che era loro un concetto sconosciuto e di riconoscersi nella fratellanza di classe, laddove esisteva la contrapposizione tra proletario e proletario, tra proletaria e proletaria e tutte le intersezioni che ci possiamo mettere per il mezzo, si è cercato di favorire la presa di coscienza rispetto al proprio ruolo e alla possibilità che questo ruolo apre nella costruzione di una lotta anticapitalista, antimperialista e con un carattere, lasciatemelo dire, spiccatamente femminista. La lotta dei disoccupati 7 novembre è andata avanti. Nella rivendicazione di un’istanza immediata si potrebbe pensare economicista, ma attraverso l’assunzione di consapevolezza del proprio ruolo e del proprio posto nella storia, non in un movimento di lotta finalizzato a prendere ad avere un lavoro, un posto fisso, e La parabola ha consentito che questo movimento assumesse un carattere di autentica messa a disposizione da parte di tanti proletari e di tante proletarie dei propri corpi per l’avanzamento di quella che è la lotta di una classe schiacciata, depressa, divisa e l’evidenza di questa divisione nei luoghi di lavoro, e qui “switcho” un attimo da disoccupata del movimento di lotta dei disoccupati organizzati a coordinatrice sindacale, perché è impossibile parlare di una cosa senza parlare dell’altra. È impossibile non avere la visione complessiva di quello che è un attacco di classe che va avanti da decenni, che si articola nel corso del tempo in maniera sempre più evidente, come un attacco a 360 ° durante tutti i momenti in cui, insieme al movimento dei disoccupati, abbiamo sostenuto gli scioperi e i picchetti dei lavoratori, della logistica del Si Cobas, dei lavoratori o delle lavoratrici, come a Napoli, dei rifiuti, delle terme, di tanti settori produttivi, ci siamo resi conto che l’arma della solidarietà ha giocato un ruolo fondamentale nella crescita e nella presa di coscienza di coloro che sono diventati poi le avanguardie del movimento dei disoccupati 7 novembre e che non sono, non è certo chi vi parla, ma sono i proletari e le proletarie della città che hanno ripreso la loro parola. La rivendicazione del lavoro come un gruppo organizzato è una cosa ben diversa dall’ esigenza di avere il posto, dall’esigenza di avere il salario come singolo individuo. Si esce fuori dalla possibilità di diventare ricattabili, si esce fuori dalla possibilità di essere una banderuola nelle mani di chi gestisce il potere, garantendo sì che le istanze rimangano sempre irrisolte, che le istanze dei proletari e delle proletarie rimangano sempre irrisolti, questa è l’esperienza che il movimento dei disoccupati lascia e da questa esperienza si apprende che non c’è stato un giorno, non c’è stato un minuto in cui i tentativi di affossare, di sviare, di sventrare, di corrompere, di distruggere un movimento di lotta che stava effettivamente cambiando. All’interno di una città in cui c’è una enorme contraddizione, in cui diciamo una ci sono molte grandi, enormi ed evidenti contraddizioni, è sicuramente d’ insegnamento che noi possiamo guardare, quello che i disoccupati e le disoccupate hanno compreso: che la loro lotta non era perimetrata, che la loro lotta doveva essere presente e doveva essere vettore e doveva essere volano per tutte le altre lotte che si costruivano, che si strutturavano, che nascevano non soltanto nel proprio territorio. La forza di questo movimento che ci ha condotto negli ultimi tempi ad avere una piccola vittoria, un piccolo avanzamento, perché la platea dei disoccupati adesso non è più tale in quanto sono tirocinanti, il che prelude, diciamo, alla stabilizzazione. Ci vorranno altre lotte, ma questa vittoria è venuta fuori perché il movimento dei disoccupati ha saputo parlare al resto del mondo e saputo essere nel resto del mondo e saputo essere presente nella storia, ha saputo fungere da anello di congiunzione tra le lotte dei territori e le lotte politiche e sindacali, anche nazionali. La solidarietà che hanno saputo portare alle lotte, tra virgolette, altrui è quella che poi hanno saputo raccogliere nel momento in cui è stato necessario perché gli attacchi sono stati numerosi e sono venuti da tutte le parti, sicuramente dal fronte padronale, sicuramente dal fronte delle istituzioni, sicuramente anche all’interno è stato necessario superare tantissime contraddizioni, mantenere la schiena dritta e l’autonomia da qualsiasi srena istituzionale è stato quello che, diciamo, ha consentito la piccola vittoria che oggi abbiamo tra le mani, ma è stato anche quello che ha dato luogo ad un apparato repressivo che si è scagliato contro una enorme quantità di partecipanti e di aderenti al movimento, non soltanto alle avanguardie. Decine di processi, diverse condanne già comminate e diverse ancora sono in pendenza. Ci sono compagni che hanno da poco ricevuto, per i disordini del 2019 al Teatro Sannazzaro, quando la vertenza sembrava essere andata, esere stata sconfitta in qualche modo, due anni e due mesi che si sommano alle altre condanne già prese da diversi compagni, e questo però non ci ha fermato e soprattutto ci ha dato modo di leggere con chiarezza il significato, di quello che è il procedimento che ha aperto contro di noi, che è quello per associazione a delinquere 43 tra noi, tra sindacato Si Cobas, movimento dei disoccupati 7 novembre e collettivo politico Iskra, associazione a delinquere e che noi siamo in attesa di vederne l’evoluzione, ma vi garantisco che vedersi processati in aula bunker sotto Poggioreale non è stato divertente ed è stata un’esperienza assolutamente, diciamo, importante da restituire quando ti ritrovi dietro le sbarre, dove hai visto in televisione essere processati la camorra, diventa evidente qual è il disegno: sei criminale se cerchi un posto di lavoro, sei criminale se questo posto di lavoro non te lo vuoi comprare pagando 50 € in cambio del voto. Sei criminale se non aspetti che ti venga dato, ma cerchi l’ascolto e il rispetto che è necessario. Sei criminale se cerchi di sfuggire alla marginalità sociale che ti ha costretto ad una vita di espedienti. Sei criminale se cerchi di dare un futuro ai tuoi figli. Sei criminale se parli di un’altro mondo possibile. Sei criminale se intendi che la giustizia sociale parta dall’avere tutti una casa, tutti un lavoro, tutti la possibilità di baciare in fronte i propri figli prima di metterli a dormire, sapendo che domani non suoneranno le sirene dei l’antiaereo sulle loro teste, perché non c’è la guerra sulle loro teste. Sei criminale se solidarizzi con la Palestina, sei criminale adesso, anche se dici che Netanyahu è un assassino, c’è un’evidenza che è quella dell’esigenza da parte dell’attuale governo, dello Stato, a togliere gli strumenti di agibilità politica a una classe che faceva fatica a svegliarsi, adesso viene svegliata nonostante tutti gli strumenti di moral suasion, soft power che sono stati usati nel corso degli anni per irriggimentare quella classe, per farle pensare di non essere tale, per farla sviare da quella che è il proprio, la propria funzione, il proprio compito storico. Siamo di fronte ad un attacco di classe, diciamo, che ha precedenti, sicuramente siamo di fronte a un attacco di classe al quale dobbiamo essere in grado di dare una risposta. Torno un attimo alla vertenza dei disoccupati, quando si doveva compiere l’atto finale che avrebbe garantito a tutti quanti noi di accedere a questi tirocini che preludevano poi ad ad avere un posto di lavoro fisso nelle cooperative con attività indispensabili al territorio, dalla manutenzione delle aree pubbliche alla bonifica dei territori, eccetera eccetera eccetera. Non faccio l’elenco su questo, è più bravo Eddy, però quando noi eravamo arrivati alla all’apice, al momento in cui doveva essere definita una platea che entrava in quei posti di lavoro il gioco delle istituzioni qual è stato? Chiudere il numero e infilare la loro gente, sono andati a raccogliere disoccupati che pure sono disoccupati come quelli che stanno iscritti alle nostre liste. Uno ad uno, dammi 50 € che ti faccio andare a lavorare, se me ne dai 100 faccio andare a lavorare pure tua moglie. Il numero, la torta aveva 10 fette, gli invitati erano diventati 12. Questo avrebbe dovuto significare che qualcuno che ha sacrificato la propria vita o qualcuno che ha sacrificato i propri figli o qualcuno che ha preso acqua, freddo, vento, con il sole, con la pioggia in qualsiasi stagione, chea attraversato le piazze della città prendendo denunce, sfidando tutte quelle che erano le restrizioni imposte dalle istituzioni cittadine, dalle questure, dalle prefetture. Non ci dimentichiamo che durante l’epidemia, la pandemia, durante il Covid, i disoccupati a Napoli sono stati quelli che neanche un giorno hanno rispettato il divieto di uscire. Tutti i giorni siamo usciti, abbiamo distribuito le spese, tutti i giorni siamo usciti, abbiamo fatto manifestazioni, tutti i giorni siamo usciti, abbiamo occupato le strade, perché nel momento in cui si cede la sovranità della propria forza di piazza si arretra e noi non potevamo arretrare, stiamo pagando, pagheremo, avremmo pagato lo stesso. Il punto è questo, lo dico, diciamo che c’è una certa nei ragionamenti che si fanno, no? Nei seminari c’è un’attenzione molto fondata e anche necessaria a quali sono gli strumenti che noi possiamo usare per opporci alla repressione. Quali sono gli strumenti che noi possiamo usare per contrattaccare? È la domanda che ci dovremmo fare sicuramente, continuare a fare esattamente di più e meglio e in maniera più organizzata quello che si deve fare, ovvero se ci tolgono la casa, proseguire nelle occupazioni diventa un reato. Adesso c’è lo sfratto coatto, anche se occupi la seconda casa, ce ne stanno di terza e di quarte che si potranno ben guardare per occuparle. Il posto di lavoro diventa una moneta di scambio, organizzando la classe e andando a pretendere che ci sia l’assunzione di responsabilità non da parte del padronato che governa insieme alle istituzioni, ma da parte di quelle istituzioni di prossimità che con qualche conto se lo devono pur fare. Durante l’ultima fase, il gioco di restringere la nostra platea per metterci una corda al collo ha funzionato con un espediente che è stato usato molte volte nella storia, perché Napoli ha una lunga tradizione del movimento dei disoccupati. Una lunga tradizione in cui si sono sempre viste due tendenze: o il movimento si è mantenuto indipendente e ha conquistato non migliori condizioni, ma vere condizioni di vita, oppure la lotta si è venduta alle istituzioni perché tertium non datur. Non c’è la possibilità di fare una via di mezzo: o ti vendi o non ti vendi, e quando non ti vendi e tieni la schiena dritta, i metodi che utilizzano per spezzartela quella schiena, passano dalle minacce della questura ai fogli di via, agli avvisi orali, alle decine di procedimenti penali, passano attraverso il tentativo di corrompere i disoccupati, passano attraverso la malavita organizzata. Hanno fatto una cosa assolutamente legale per quella che erano le loro possibilità. Le hanno fatte tutte, ma diciamo il gioco, che è stato loro molto facile, è stato quello di strutturare per l’accesso a questo lavoro la tombola, il click day, una piattaforma sulla quale tu ti dovevi registrare, nella quale inviavi la tua candidatura mentre in questa candidatura doveva essere prevista la clausola di un particolare tipo di formazione che avevamo fatto solo noi della platea dei dei disoccupati 7 novembre, il bando per questo click day, perché si tratta sempre di bandi pubblici, non conteneva questa clausola. Questo dava la possibilità a chiunque avesse gli stessi requisiti senza quello qualificante, poter accedere a questa piattaforma, candidarsi, fare questo click e chi arrivava prima rientrava negli 800 posti che avevano messo a disposizione, chi entrava dopo doveva aspettare poi un secondo corso, eccetera eccetera. Signori, questa cosa ha fatto impazzire una platea di 700 disoccupati e disoccupate. La mattina del click day la piattaforma si è bloccata e beh, e si è bloccata per 15 minuti. In quei 15 minuti è successo il panico, la rabbia proletaria quando esce fuori è una benedizione, perché è vera. Ne sono scaturiti due arresti, tra cui una ero io, mi sono fatta una nottata nella cella della Medina che fa più schifo di Santa Maria Capua Vetere, fanno più schifo la cella della questura che i carceri, però da proletaria, da madre, da militante, da sindacalista ho pensato che non è che mi era andata tanto male perché io avevo la consapevolezza che sarei uscita il giorno dopo. Anan non ha mai potuto avere la consapevolezza di quando sarebbe uscito. Adesso sa che uscirà tra 5 anni. Esiste quindi anche un aspetto che è quello del nostro privilegio occidentale bianco, che ci dovrebbe vedere, diciamo, coinvolti a esercitare in maniera cooperante questo privilegio cooperante con i nostri fratelli e sorelle di classe, comunque collocati, è più simile a me. La madre palestinese che non sa se domani suo figlio lo vedrà, che è la signora che vedo uscire dal cinema il venerdì sera, cinema che io non mi posso permettere. Dico questo perché? Perché oggi si parla di repressione. Oggi si parla, nell’ambito della repressione, di quello che spero, mi auguro, è anche il nostro compito e se, come sindacalista, mi rendo conto che c’è una differente velocità con cui questo attacco sindacalista di un sindacato del quale la maggior parte degli iscritti sono migranti, c’è una diversa velocità, con la quale questa repressione colpisce chi ha qualche privilegio in più e chi invece è un lavoratore straniero che vive in Italia col permesso di soggiorno o chi è un sottoproletario della sanità che ha fatto 10 anni di galera e oggi cerca di trovare un’altro destino per i propri figli. È evidente che è su costoro, quindi parte anche su di me, e parlo come parte in causa in questo senso può darsi che io non sia proprio, super partes nel dire che non possiamo aspettare. Erano troppi sofismi. Non possiamo lasciare che a calcare le piazze e a riempirle sia sempre qualche forma di un sentimento umanitario. Non possiamo lasciare che il nostro compito, diciamo, sia l’assunzione di consapevolezza che porta i nostri corpi a militare nelle piazze. Noi abbiamo. Il compito primario di lavorare all’interno dei nostri settori sociali di riferimento per allargare la presa di coscienza, per allargare il fronte di quella che deve essere un’opposizione che deve diventare massiva. Guardate, ieri abbiamo fatto un corteo, mentre qui c’era il corteo in contemporanea si faceva a Bagnoli anche un bel corteo, un corteo che è contro la Coppa America, che diventa l’ennesima aggressione verso un territorio violentato e stuprato in ogni modo negli ultimi 30, quarant’anni, quello di Bagnoli. E c’erano migliaia di persone che non si vedono normalmente in piazza, una partecipazione delle persone, passeggini, cani, il vecchio, la signora, che di quelle che normalmente neanche si affacciano quando passano i cortei ai quali siamo abituati noi, ma che ha rappresentato un momento fondamentale perché ci ha restituito la consapevolezza che anche un apparato repressivo che era stato schierato non si erano risparmiati, ha dovuto mantenere fermo il proprio assetto, ha dovuto consentire ad un corteo legge o non legge, promungata, non promungata, firmata, non firmata, timbrata, non timbrata comunque per via Coroglio noi non avremmo dovuto mai potuto andare, invece siamo andati, ci siamo presi via Coroglio, siamo arrivati al cantiere e ed è stato un momento sicuramente in cui la risposta corretta a quello che è l’attacco repressivo è stata data. La risposta corretta è coinvolgere i settori di classe, che siano i lavoratori. Nel momento in cui arrivano ai nostri lavoratori le revoche dei permessi di soggiorno, come è successo a Brescia al nostro coordinatore Abbas, abbiamo il dovere di scendere, di bloccare i magazzini. Nel momento in cui ci dicono che il nostro territorio non è nostro, abbiamo il dovere di scendere ad occuparlo, abbiamo il dovere di allargare la mobilitazione. e di far cadere questo governo dalle piazze.
Basta, sono stata più corta, ma io sono femmina, so essere anche sintetica.
Mimì_ movimento 7 novembre Napoli