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GUERRA E REPRESSIONE

SABOTIAMO LA GUERRA_INTERVENTO CONCLUSIVO

TESTO

Questo testo è il contributo di un compagno dell’assemblea Sabotiamo la Guerra al convegno «Sabotiamo la guerra e la repressione» che si è tenuto l’8 febbraio 2026 a Viterbo. Il testo è stato in parte rielaborato per la pubblicazione.

Con questo testo cerchiamo di fare una panoramica, a grandi linee, del tema guerra e repressione e degli argomenti proposti dagli interventi del convegno. Partiamo da i rapporti internazionali nel periodo in cui ci troviamo, per poi delineare quelle che sono le caratteristiche attuali della guerra e arrivare così a definire il legame tra guerra e repressione, per finire con alcuni spunti su come rapportarsi con queste fondamentali questioni. Lo scopo è quello di definire dei temi che meritano di essere approfonditi, sia per arrivare a comprendere la realtà nella quale siamo immersi sia per affilare le nostre capacità di intervento.

La fine del mondo unipolare

Partiamo quindi affrontando la questione che sta all’origine della costituzione della nostra assemblea: la guerra.

Dal nostro punto di vista esiste un unico principale conflitto in corso, da cui tutti i singoli episodi di guerra derivano come diversi terremoti lungo una linea di faglia e dai quali si sfoga la tensione esistente. Il conflitto principale consiste in «un ampio scontro tra blocchi di Paesi capitalisti per la spartizione del mondo, in cui sono in gioco la supremazia economica, militare, tecnologica e la ridefinizione degli equilibri internazionali.»¹

Si tratta di un importante passaggio storico che segna la fine del mondo unipolare, cioè di un assetto degli equilibri mondiali durato per quarant’anni, dove una potenza, gli Stati Uniti (e attorno ad essi un ampio numero di Paesi vassalli occidentali, portatori di loro specifici interessi, ma sempre in un quadro di compatibilità con i disegni di Washington) pretendeva di dominare il mondo e determinare le politiche globali. Questo periodo è giunto al termine, nuove realtà sono emerse e sono in grado di mettere in discussione la supremazia statunitense.

L’avvento del mondo unipolare si era imposto a partire della dissoluzione dell’Unione Sovietica, avvenuta tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, e quindi alla fine di un periodo in cui il mondo era spartito in aree di influenza egemonizzate da due potenze nucleari.

Il mondo unipolare si è auto-rappresentato attraverso il concetto di “fine della storia”², uno snodo epocale a partire dal quale si sarebbe aperta una fase finale di conclusione della storia in quanto tale, un punto di arrivo in cui la democrazia liberale si proponeva come “il migliore dei mondi possibili”.

Si è fondato sul trionfo del modello economico della globalizzazione, sul predominio dell’ideologia neoliberista, su una concezione estrattivista e neo-coloniale del pianeta. Questo assetto è stato garantito dalle armi di un autoproclamato gendarme globale, gli Stati Uniti, che dispongono, ancora oggi, del più grande apparato industriale-militare, di centinaia di basi militari all’estero, e sono gli unici in grado di proiettare forza in ogni area del pianeta.

Oggi questo ordine è giunto alla sua fase conclusiva, dimostra tutti i suoi limiti, e i paesi che lo rappresentano attraversano una profonda crisi che si manifesta a tutti livelli, da quello finanziario a quello tecnologico, da quello militare a quello etico.

Non siamo certamente appassionati di guerra né utilizziamo lo strumento della geopolitica per orientarci, in quanto non riteniamo che il mondo sia un Risiko in cui le dinamiche sono determinate unicamente da forze statali. Quello che ci interessa analizzare è l’influsso di grandi temi sulle vite di tutti, il nostro punto di vista è quello della lotta di classe, con l’intento di capire come noi sfruttati possiamo cambiare il corso della storia. Pace agli oppressi, guerra agli oppressori.

Negli ultimi anni, attorno al gruppo dei BRICS, si sono aggregate le principali economie emergenti ed alternative al precedente polo dominante. Si tratta di un insieme di paesi in grado di competere per la supremazia a livello mondiale su diversi piani, a partire da quello della demografia passando per quello del possesso delle risorse energetiche e delle materie prime, per quello della competizione tecnologica e della capacità produttiva industriale, per quello della finanza (tramite l’importante progetto di creare un sistema finanziario alternativo a quello a guida statunitense, riducendo la dipendenza dal dollaro), per arrivare fino a quello della forza militare.

Il centro del mondo capitalista si sta quindi spostando dall’Occidente, inteso come Stati Uniti e i loro alleati, all’Asia o meglio Eurasia, in quanto Cina e Russia sono i principali attori attorno ai quali si sta aggregando la nuova potenza globale. Possiamo simbolicamente ritenere che il punto di passaggio tra questi due assetti globali sia la guerra tra Russia in Ucraina, questo in conseguenza della dimostrata incapacità delle forze atlantiche di sottomettere con la forza la federazione Russa.

La tendenza alla guerra è quindi originata dalla scontro tra vecchi e nuovi protagonisti, con questi ultimi che mirano ad emanciparsi dall’egemonia statunitense e conquistare un loro spazio nel mondo, ed i primi, con al seguito i loro alleati – o meglio sottoposti – che cercano di mantenere tramite l’uso della forza militare l’egemonia globale e l’ordine mondiale da loro stabilito, o perlomeno, in seconda battuta, un’egemonia su quella grande parte del globo che ancora riescono a dominare e che dichiarano di loro esclusiva pertinenza (America, Europa, Giappone e Corea del Sud, Asia occidentale).

La guerra, come prodotto della crisi e tentativo di uscirne arrivando alle estreme conseguenze, è destinata a perdurare, espandersi e aumentare di intensità fino al punto in cui non verranno stabiliti e sanciti nuovi equilibri internazionali. Lo scontro per la supremazia globale in atto è un fatto politico totale, cioè che a cascata determina tutti gli eventi politici di diversa scala di importanza ed ed estensione geografica. Singoli episodi di rilevanza locale, in campo militare politico e sociale vanno quindi ricondotti alla medesima origine. Quanto accade, in fatto di conflitti, non è assolutamente transitorio od episodico, ma si tratta di processi di medio e lungo periodo. Non è neppure espressione di tale o talaltra corrente politica al potere, ma di una strategia più profonda che mantiene una sostanziale continuità, di cui l’una o l’altra fornisce al massimo un’interpretazione.

Questi processi incidono pesantemente sull’andamento delle società che ne sono investite, e possono giungere a trasformarle fortemente. La repressione rientra tra i fenomeni sociali connessi e prodotti da questa dinamica più generale, quindi anche la tendenza all’aumento della repressione non è legata a fenomeni transitori e contingenti, quali appunto la presenza al governo di una determinata forza politica, che al massimo può darne una coloritura ideologica, ma bensì alle necessità da parte del potere di governare gli effetti di processi strutturali e profondi.

Alcune caratteristiche della guerra contemporanea

Se dopo il crollo dell’Unione Sovietica il rischio di una guerra nucleare e della fine dell’umanità sembrava sospeso, questo non vuol dire che gli anni seguenti siano stati un periodo di pace.

A partire dall’affermazione del nuovo ordine mondiale, che ha cominciato a mostrarsi con le guerre in Jugoslavia ed è stato in seguito dichiarato esplicitamente dopo l’11 settembre 2001, inizia una serie ininterrotta di conflitti che sono stati definiti «la guerra infinita». Si è trattato di interventi militari, giustificati dal paravento di dichiarazioni propagandistiche quali «esportare la democrazia» e «sconfiggere il terrorismo», che avevano lo scopo reale di realizzare l’egemonia occidentale sul mondo, impossessarsi di risorse, conquistare mercati ed aumentare i profitti dell’industria e della classe militare.

Questi conflitti hanno avuto la caratteristica di essere state guerre asimmetriche, cioè contro avversari che avevano una forte disparità di forze, risorse e capacità tecnologiche.³

Queste guerre sono state combattute dai paesi occidentali utilizzando una forza militare professionale, che di fatto si è costituita come classe militare e ha così acquisito la forza per influenzare le decisioni dei governi affinché alimentino guerre a ciclo continuo. L’esercito professionale ha permesso di superare un problema emerso con la guerra del Vietnam, cioè il fatto che le società dei paesi occidentali a capitalismo avanzato non accettavano più che i loro figli, militari di leva, morissero in guerra. A partire da questo cambio di dottrina la guerra non è stata più vista dai cittadini occidentali come un fenomeno che ha ripercussioni dirette sulla società, ma come un evento in cui muoiono solo gli altri. I recenti sviluppi dei conflitti militare potrebbero modificare questa convinzione diffusa, fare comprendere come la guerra abbia un fronte interno e aiutare gli occidentali a stare con i piedi per terra, tornando a comprendere quale tragedia sia la guerra .

Questo perché a partire dalla guerra in Ucraina la situazione è cambiata, gli avversari da assoggettare non sono più realtà deboli, ma ora gli avversari contro cui si rivolgono i paesi capitalisti occidentali sono vere e proprie potenze militari quali Russia e Cina ed i loro alleati. Si tratta di forze in grado di sostenere uno scontro ad armi pari: la guerra diventa sempre più simmetrica.

Le caratteristiche di queste nuove guerre mescolano aspetti innovativi alla riproposizione di strategie del passato.

Per quanto riguarda il passato, in conflitti come quello combattuto in Ucraina, ritornano caratteristiche tipiche delle due guerre mondiali, ed infatti, da allora, questa è la prima guerra tra due eserciti di pari livello combattuta in Europa. Queste caratteristiche sono, ad esempio,

l’impiego di grandi masse di soldati o il grande consumo di materiali che servono in una guerra di attrito. Il motivo per cui evidenziamo questi elementi è perché sono fattori che comportano grandi consumo di risorse ed hanno quindi forti ripercussioni sulla società. Per sostenere guerre di questo tipo gli Stati devono fare grandi investimenti economici nella produzione di armi, avvicinandosi progressivamente all’economia di guerra, e tornare alla coscrizione obbligatoria. Come vediamo questi sono processi che i paesi dell’Unione Europea hanno recentemente avviato, e questo ci dovrebbe seriamente allarmare: l’ipotesi di partecipare ad una grande guerra viene seriamente presa in considerazione dai leder dei paesi dell’Unione europea.

Per quanto riguarda il futuro, invece, sappiamo che la guerra è un potente fattore di innovazione tecnologica. I recenti conflitti hanno portato delle tragiche novità. La guerra in Ucraina è la prima guerra combattuta autonomamente (che non vuol dire interamente) dalle macchine, in questa guerra i droni pilotati dall’intelligenza artificiale stabiliscono chi uccidere. L’attacco all’Iran del giugno 2025 («la guerra dei 12 giorni») è stata la prima guerra a distanza della storia (combattuta con missili e forze aeree senza contatto diretto tra gli eserciti). L’attacco a Gaza è stato il primo genocidio algoritmico della Storia (gli strumenti di controllo elettronico e l’intelligenza artificiale sono stati utilizzati per pianificare e gestire l’eliminazione di un popolo).

Le innovazioni tecnologiche sperimentate in questi conflitti sono pronte per essere riversate a breve nel mondo civile. Per quanto riguarda il tema del convegno – la repressione – l’intelligenza artificiale, i droni, i sistemi di identificazione, progettati, sperimentati e sviluppati in guerra, sono ora pronti per essere utilizzati in ambito civile.

La guerra ibrida

Una delle forme più diffuse che ha assunto il conflitto globale è quello della guerra ibrida. Si tratta di una strategia militare non chiaramente definita ma che sostanzialmente mescola e utilizza contemporaneamente un insieme molto variegato di strumenti convenzionali e non convenzionali, che possono essere dispiegati in maniera palese od occulta al fine di indebolire od imporre determinate condizioni all’avversario.⁴ Le caratteristiche della guerra ibrida possono rendere difficile la sua identificazione e la comprensione dei fenomeni: ad esempio gli occidentali hanno compiuto nel corso dei decenni precedenti una vastissima serie di operazioni in Ucraina finalizzate a provocare la guerra, per cui risulta scorretto definire la guerra in Ucraina come una premeditata e deliberata aggressione russa di stampo imperialistico. Confrontarsi con la guerra ibrida quindi, per le sue caratteristiche, richiede attenzione ed è necessario fare un’analisi non condizionata dalla narrazione propagandistica del sistema dominante.

Un esempio di guerra ibrida che abbiamo indicato è quello della repressione dei militanti palestinesi in Italia, della quale abbiamo segnalato diversi episodi. Questa azione repressiva è stata condotta dalla magistratura e dai vertici degli apparati antiterrorismo (Dipartimento Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo in testa). Le operazioni sono partite su impulso di Israele, utilizzando prove fornite dallo Stato sionista, con lo scopo di avvantaggiarlo nella sua opera genocida contro il popolo palestinese e nelle aggressioni militari contro diversi paesi dell’Asia occidentale. Queste operazioni giudiziarie indotte da, e coordinate con, un paese belligerante, non solo rappresentano una prova della corresponsabilità del governo italiano con i crimini contro l’umanità in corso, ma sono a nostro avviso operazioni di guerra ibrida in quanto rientrano nelle strategie militari di Israele. Lo scopo è quello di colpire l’unica forza reale in grado di contrastare e fermare il progetto coloniale sionista: il popolo palestinese e le organizzazioni della resistenza che lo supportano. Colpire la diaspora palestinese vuol dire colpire l’unica forza in grado di rappresentare realmente il popolo palestinese, fare sentire la sua voce ed indirizzare correttamente la solidarietà ed il sostegno internazionale. Il processo e la condanna ad Anan Yaeesh sono la prova evidente di queste operazioni di guerra ibrida.⁵

I fronti della repressione

Ci sono alcuni ambiti specifici rispetto ai quali, secondo noi, va preso in considerazione un possibile significativo aumento della repressione: l’attacco al mondo del lavoro; la guerra ai poveri, ovvero alla parte esclusa della popolazione; l’attacco ai movimenti di lotta sociale e politica; la limitazione della libertà di espressione.

Mondo del lavoro

Il rapporto tra guerra e repressione, per il dominio capitalista, è legato sia a questioni di necessità che di opportunità.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro la guerra rappresenta l’opportunità per i capitalisti di portare a compimento una piena transizione verso il modello di società neo-liberista. Questo processo è in corso da tempo in Europa, infatti a partire dall’affermazione del mondo unipolare i paesi europei hanno progressivamente abbandonato un modello di società di stampo socialdemocratico per avvicinarsi al modello neo-liberista. Questo ha comportato l’introduzione sistematica del lavoro precario ed ha eroso le relative conquiste in merito alle condizioni di sfruttamento che la classe operaia aveva ottenuto con il precedente ciclo di lotta degli anni Sessanta e Settanta. Oggi vediamo i risultati di questo lavoro di erosione e, dal punto di vista della repressione, se i rapporti tra capitale e mondo del lavoro per decenni sono parsi totalmente pacificati nel segno della concertazione, negli ultimi anni siamo tornati a vedere i manganelli abbattersi sulle teste dei lavoratori e le inchieste giudiziarie colpire i sindacalisti. L’esperienza di una parte del sindacalismo di base ne è testimonianza.

La guerra potrebbe essere l’occasione per i padroni per accelerare e portare a termine processi già in corso. La crisi e l’economia di guerra offrono l’opportunità di mettere completamente all’angolo la classe lavoratrice e aumentare i livelli di sfruttamento, per liberalizzare completamente il mercato del lavoro e infine per privatizzare ciò che resta dello Stato sociale (pensioni, sanità, scuola). Questo permetterebbe di costruire quella società fortemente classista, escludente, razzista e militarizzata che sta nelle corde di quei ristretti circoli di persone che dominano il mondo. La repressione è necessaria per garantire questa transizione. Il modello di società che si sta affermando, essendo intrinsecamente più ricco di contraddizioni e disparità, necessita maggiormente della forza poliziesca e del carcere per garantirne la tenuta.

La repressione che abbiamo già visto all’opera verso le classi lavoratrici e l’introduzione di leggi più punitive verso le tradizionali pratiche di lotta dei lavoratori (limitazione del diritto di sciopero, aumento delle pene per i blocchi stradali ed i picchetti) sono state azioni preventive di un attacco a tutti i lavoratori che con l’instaurazione di un’economia di guerra potrebbe essere notevolmente aggravato.

Per quanto riguarda la necessità, agli Stati in guerra serve una classe lavoratrice collaborativa e disciplinata. La guerra moderna è principalmente guerra di materiali, quindi è legata alla produzione, vince chi ha più armi e armi migliori dell’avversario. Senza produzione quindi non può esserci guerra. Oggi l’automazione permette di ridurre numericamente il personale direttamente impiegato nella produzioni di armi; quindi nelle fabbriche ad alta tecnologia, come quelle di Leonardo, non ci sono tanto i tradizionali operai ma un numero ristretto di tecnici ed ingegneri: si tratta di personale altamente specializzato, selezionato e fidelizzato.

Nonostante questo la produzione è molto complessa e sparsa sul territorio e non può essere blindata, perché richiede molti passaggi, flussi di materiali e interventi di diverse tipologie di lavoratori. Questo rende molto difficile per il sistema controllare ed assicurare la produzione ed il traffico di armi. Esistono molti punti dove senza la collaborazione dei lavoratori la macchina bellica si blocca. La guerra ha ancora bisogno degli uomini e non è ancora completamente fatta solo da macchine. Quindi oggi è ancora possibile sabotare la guerra tramite le tradizionali armi della classe operaia, quali lo sciopero, il blocco, il sabotaggio. I blocchi nei porti del Mediterraneo, avvenuti per impedire che venissero inviate armi ad Israele ed Arabia Saudita, hanno dimostrato come i lavoratori, se lo decidono, hanno la capacità di sabotare la guerra. Uno degli aspetti repressivi che potrà colpire la classe lavoratrice, qualora si opponesse alla produzione bellica, è quindi quello della militarizzazione della produzione e della repressione dei lavoratori che non vogliono collaborare alla produzione di armi e al traffico di armi che servono per uccidere i loro fratelli.

Esclusione sociale

«Contro il nemico interno, che siano immigrati o criminalità o sinistra radicale, gli Stati Uniti devono combattere una vera e propria guerra». Questa dichiarazione è stata fatta da Donald Trump, non in una delle sue abituali sparate televisive, ma durante una riunione alla base militare di Quantico in cui, caso raro, erano riuniti tutti i generali dell’esercito statunitense. Sono parole che ci dicono molto sul fatto che le classi dominanti hanno coscienza di combattere una vera e propria guerra sul fronte interno, in conseguenza delle enormi contraddizioni che sono venute a galla all’interno della società capitalista avanzata, tra le quali il fatto che una parte consistente della popolazione è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e che la crisi aggraverà queste situazione. Il potere non solo si sta organizzando per combattere una guerra sul fronte interno ma l’ha già iniziata, come dimostrano le aggressioni dell’ICE, che con il classico stile della calata squadrista, ha messo sotto assedio e terrorizzato interi quartieri e città.

Questi rastrellamenti hanno dato corso a deportazioni di massa, tra cui quelle nel famigerato carcere CECOTin Salvador, costruito dal presidente Najib Bukele, ma che di fatto è un carcere voluto e finanziato dagli Stati Uniti per avere una colonia penale extraterritoriale.

Lo scopo fondamentale della guerra sul fronte interno è quello di gestire militarmente quelle masse eccedenti che, nelle future prospettive di sviluppo del sistema capitalista, con tutta probabilità non svolgeranno più neppure la funzione di esercito industriale di riserva.

Gli strumenti attraverso i quali gli Stati possono fare guerra agli esclusi sembrano essere: l’incarcerazione, l’espulsione, il controllo, tutti sviluppati a livello di massa.

Per instaurazione di una società carceraria ci riferiamo ad una società nella quale l’esperienza del carcere diventa una costante molto probabile nella vita di uno sfruttato. Una società in cui si crea un business carcerario e la repressione viene privatizzata per fare in modo che il sistema capitalista tragga profitto dalla valorizzazione dei corpi degli esclusi, divenuti merce in quanto detenuti.

L’espulsione di massa riguardano la popolazione immigrata, considerata come forza lavoro non più utile in una fase di recessione economica e produttiva prolungata. Questa massa di lavoratori, a basso costo e basso livello di tutela, dopo essere stata utilizzata per coprire i vuoti nel mercato del lavoro e soprattutto per abbassarne il costo, ora viene sottoposta a processi di espulsione per ridimensionare i numeri degli inoccupati e le problematiche che questa condizione crea nella società. Il concetto di remigrazione è il paravento ideologico reazionario attraverso il quale si giustifica questo processo.

Società del controllo

La guerra offre l’occasione di instaurare pienamente quella società del controllo che è un sogno per gli sfruttatori ed un incubo per gli sfruttati.

La società del controllo è una gabbia fatta di norme legali e dispositivi elettronici che già circonda la vita di ognuno al fine di condizionarla e limitarla. Sistemi di questo tipo sono stati introdotti e sperimentati a livello di massa durante l’epidemia di Covid19 e sono pronti per essere messi in campo di fronte ad un’emergenza per divenire progressivamente una costante della nostra quotidianità.

Un aspetto attraverso il quale si instaura questo modello di società è quello della limitazione della libertà di movimento, ad esempio con progetti che prevedono che la vite delle persone si svolga all’interno di spazi limitati e predeterminati («città dei 15 minuti») oppure ai divieti di accesso a determinate aree che diventano riservate a specifiche classi e precluse ad altre (ad esempio tramite l’applicazione del DASPO urbano o la creazione di ZTL (zone a traffico limitato). Un altro aspetto è quello che riguarda la diffusione dei dispositivi di controllo elettronico che ormai imperversano nella nostra società. L’introduzione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, quindi della capacità delle macchine di elaborare autonomamente l’enorme massa di dati che questi sistemi incamerano, può permettere enormi sviluppi di questi strumenti di controllo. La guerra rappresenta un elemento che sviluppa gli strumenti di controllo, ne accelera l’introduzione e ne giustifica l’utilizzo.

Repressione politica

Nel 2025 il presidente USA ha firmato un ordine esecutivo che iscrive «antifa» nella liste delle organizzazioni terroristiche. Con il termine generico di “antifa” il decreto intende «un’ organizzazione militarista e anarchica che chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico»: la dichiarazione di guerra ai gruppi radicali del movimento antagonista è fatta.

In questa lista di gruppi terroristici sono stati inseriti anche gruppi non statunitensi, tra cui il gruppo italiano Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale (Fai/Fri), oltre ad altri gruppi tedeschi e greci. Questa inclusione ci dice che l’indicazione che i padroni danno ai loro servi è quella del via libera alla mano pesante nella repressione politica.

Il ministro della difesa Guido Crosetto l’ha presto recepita. In riferimento al corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha infatti dichiarato: «Non sono manifestanti, sono guerriglieri, sono bande armate che hanno come obiettivo quello di colpire lo Stato e chi lo serve, non un governo ma lo Stato… Devono essere combattuti come le brigate Rosse».

La categoria che viene utilizzata è quella del terrorismo interno, «Domestic terrorism». Gli Staticapitalisti occidentali in crisi, vogliono etichettare e trattare come terroristi tutti i movimenti di lotta politica e sociale che siano in grado di portare una critica reale al sistema dominante, restringendo gli spazi di agibilità politica e criminalizzando le lotte.

Il processo di recrudescenza della legislazione finalizzata alla repressione politica è in crescita costante da anni, anche in assenza di considerevoli forze rivoluzionarie, si caratterizza quindi come processo di contro-insurrezione preventiva. Gli atti di questo attacco sono numerosi e non ci dilungheremo qui nell’analizzarli, basta citare: l’estensione dell’articolo 270 bis, l’applicazione del reato di devastazione e saccheggio, l’utilizzo del reato di associazione a delinquere, l’utilizzo di misure di prevenzione e sicurezza quali la sorveglianza speciale, l’utilizzo del regime detentivo di isolamento e tortura 41-bis, l’utilizzo a ciclo continuo di legislazione emergenziale (i vari decreti e pacchetti sicurezza di cui parliamo in questo convegno) e che contengono sempre elementi di repressione politica.

Censura

Un campo di azione, in cui la repressione è tornata a farsi sentire, dopo che per decenni se ne era interessata poco o nulla, è quello della censura.

Il modo di condurre la guerra dei paesi occidentali pone in particolare rilievo l’aspetto della comunicazione. Per questo consideriamo il sistema dell’informazione parte integrante della macchina bellica. Conseguentemente l’informazione ufficiale, quella definita mainstream, da tempo si caratterizza come strumento di propaganda di guerra e fonte di disinformazione. Le finalità di questa propaganda sono quelle di giustificare i piani di guerra e le aggressioni coloniali, ma anche di demotivare, depotenziare, delegittimare le mobilitazioni contro la guerra, come, ad esempio, è avvenuto tramite la spettacolarizzazione dell’attacco del 7 ottobre o accusando di antisemitismo chi si mobilita contro il genocidio in Palestina.

Risulta ormai estremamente difficile comprendere quanto accade nel mondo affidandosi ai media ufficiali, a nostro avviso non è possibile farlo neppure tramite un approfondito vaglio critico, in quanto ci troviamo spesso di fronte ad una descrizione della realtà non semplicemente di parte, ma completamente falsificata.

La corruzione e il decadimento qualitativo dei grandi mezzi di informazione ha comportato la sfiducia da parte degli utenti e negli ultimi anni cresce costantemente la parte della popolazione che si rivolge a fonti di informazione indipendenti. La risposta a questa sfiducia verso i mezzi di informazione è attuata in parte tramite la colonizzazione di internet con un informazione falsamente indipendente ed alternativa, favorita dai canali di comunicazione e da loro algoritmi (non è inutile fare notare anche che questi canali, apparentemente liberi, sono di proprietà privata ed in maggior parte appartengono a società strettamente legate all’apparato industriale militare statunitense).

Un altro modo per limitare l’informazione critica ed antagonista è la tradizionale censura. La censura è applicata a partire dall’interno del sistema dominante, ai cui membri è imposto di “serrare le righe”: ad esempio chiunque faccia parte del sistema informativo, culturale o accademico, e si permetta di mettere in discussione le scelte di guerra scellerate fatte dai governi occidentali, viene immediatamente attaccato, messo alla berlina ed espulso dal panorama della comunicazione ufficiale.

Per quanto riguarda la libertà di espressione dei movimenti antagonisti le cose stanno ben peggio. Mentre nei decenni precedenti lo Stato reprimeva le iniziative di lotta e le azioni illegali ma concedeva una sostanziale libertà di parola e di opinione, oggi non è più scontato che sia concesso esprimere liberamente le proprie idee. Dobbiamo prendere in considerazione l’ipotesi di una forte restrizione della libertà di espressione e di un attacco a tutti i canali di informazione antagonisti. Il movimento anarchico ha subito negli ultimi anni questo tipo di attacchi, ci riferiamo alla chiusura di siti internet ed al sequestro di pubblicazioni cartacee: un caso emblematico è quello dell’operazione Sibilla.⁶

Per zittire i movimenti di opposizione sono state varate o sono in discussione leggi specifiche.

Tra queste misure repressive segnaliamo l’introduzione del reato di “terrorismo della parola” (modifica al quarto comma dell’art. 270 quinquies) e la proposta di introduzione del DDL “antisemitismo”.

Un caso eclatante in cui è stato fatto ricorso alle accuse di “terrorismo della parola” è quello di Ahmad Salem, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da un anno nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies, in seguito al semplice possesso di alcuni video che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi. ⁷

Infine è importante ricordare che all’apice del sistema repressivo in Italia, ed anche all’apice del sistema di censura, si trova il regime carcerario speciale 41-bis. Un regime carcerario specificatamente pensato per impedire ogni forma di comunicazione interno-esterno. Ai compagni prigionieri all’interno del 41 bis è impedita quindi qualsiasi possibilità di comunicazione, di espressione o di partecipazione al dibattito politico.

Conclusioni

A partire dalle questioni che abbiamo analizzato possiamo trarre queste conclusioni.

La crisi del sistema capitalista produce la guerra e la guerra produce un aumento della repressione. L’aumento della repressione è quindi l’espressione sul fronte interno di quello che la guerra è sul fronte esterno. La crisi sta aumentando e si avvicina al punto di esplosione, la guerra apre continuamente nuovi fronti e rischia di precipitare verso un conflitto globale di proporzioni inedite, conseguentemente la repressione non può che aumentare in modo proporzionale.

La tendenza alla guerra rappresenta per il sistema dominante un’opportunità per aumentare i livelli di sfruttamento e di oppressione sul fronte interno, la repressione è uno strumento utile per ottenere questi obiettivi e contemporaneamente è necessario per il dominio per difendersi dai tentativi delle classi sfruttate di metterlo in discussione. La repressione, nelle sue forme diversificate, è quindi rivolta contro tutta la classe degli sfruttati, non contro delle minoranze politiche o sociali, ed il fine ultimo della repressione è la controinsurrezione.

Quella della repressione non è di certo l’unica chiave di lettura del mondo – ed anzi guardare il mondo unicamente dal punto di vista della repressione può essere fuorviante – né l’unico settore in cui si manifesta la lotta di classe, ma rappresenta certamente un fronte di lotta in cui è necessario impegnarsi e che, se si evita un approccio umanitario e vittimista, può rappresentare un settore in cui il movimento di classe può crescere e rafforzarsi.

Non vogliamo descrivere un futuro distopico nel quale non vi è nessuna possibilità di sfuggire alla macchina poliziesca capitalista, al contrario riteniamo che l’aumento della repressione, per quanto doloroso, sia una manifestazione della crisi e della debolezza del sistema dominante e segnali quindi l’apertura di una finestra temporale in cui è possibile lottare per una reale e radicale messa in discussione del dominio capitalista.

Contro ogni forma di rassegnazione, la resistenza di Gaza ci ha svelato che è possibile resistere e vincere contro la macchina assassina del capitale ed i suoi eserciti ipertecnologici. Un esempio chiaro per tutti gli sfruttati del mondo.

Ancora una volta gli oppressi hanno dimostrato di essere l’unica forza reale in grado di cambiare l’ordine presente delle cose.

Concludiamo dicendo che se esistono le condizioni oggettive favorevoli per la lotta di classe, soggettivamente ci troviamo di fronte una situazione disastrosa: la realtà italiana dei movimenti di lotta sociale. Fare chiarezza in un periodo di grande confusione, favorire un cambio di mentalità dopo decenni di riflusso, distinguersi da chi vive di compromessi con il sistema e assumere posizioni chiare in favore della ripresa dell’ipotesi rivoluzionaria è la base per il lavoro da fare.

Viterbo, 8 febbraio 2026

NOTE

¹https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2024/09/sabotiamo_ita.pdf

²Francis Fukuyama, The End of History and the Last Man (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992)

³Gli interventi militari capeggiati dagli Stati Uniti iniziano a ridosso dell’affermazione del nuovo ordine mondiale con la prima guerra del golfo (1990-1991). Proseguono con gli attacchi alla Jugoslavia (1991-2001) che hanno causato la dissoluzione del paese e sperimentato il modello della «balcanizzazione» di un’area come destabilizzazione permanente. La guerra in Afganistan (dal 2001 al 2021) vinta dai talebani. La seconda guerra del golfo (2003-2011) in seguito alla quale l’Iraq è diventato uno «Stato fallito» ma sostanzialmente dominato dagli USA. L’intervento militare internazionale nella Libia del 2011 che ha portato alla distruzione del paese, ad un conflitto tra fazioni tuttora in corso ed alla tragedia della tratta degli emigranti. L’intervento militare in Siria che ha contribuito alla distruzione del paese e recentemente a porlo sotto il brutale controllo delle milizie mercenarie capeggiate da Abu Mohammad Al Jolani.

⁴Azioni di guerra ibrida possono essere: attacchi terroristici (ad esempio quello attuato tramite cerca-persone in Libano): sabotaggi (North Stream); omicidi mirati (abitualmente usati da Stati Uniti ed Israele); sanzioni e dazi (gli Stati Uniti applicano embargo, sanzioni primarie e secondarie a decine di paesi); sequestro e furto di beni (fondi russi bloccati dall’UE, sequestro delle petroliere venezuelane); interferenze e brogli elettorali (Romania e Moldavia), inchieste giudiziarie pilotate (la corte suprema di Panama ha annullato le concessioni dei porti alle compagnie cinesi in seguito a pressioni statunitensi); lotta alla droga (strumento dell’ingerenza degli Stati Uniti in Sud America); controllo dell’immigrazione (ingerenze degli europei in Africa e degli statunitensi in Sud America); attacchi informatici (Cyber War e spionaggio informatico sono all’ordine del giorno); utilizzo di proxy (a partire dall’esercito ucraino costruito per combattere la Russia al posto della NATO, molto diffusi in Asia occidentale e Africa); finanziamento e manipolazione dei movimenti antagonisti, allo scopo di amplificare e insieme indirizzare il conflitto sociale interno agli Stati avversari.

⁵https://ilrovescio.info/2026/01/25/la-condanna-di-anan-yaeesh-e-guerra-ibrida/

⁶https://lanemesi.noblogs.org/post/2025/01/18/questa-e-la-lebbra-che-chiamate-civilta-dichiarazioni-spontanee/

⁷https://ilrovescio.info/2026/04/18/campobasso-tribunale-di-guerra-sulla-condanna-di-salem-e-il-terrorismo-della-parola/

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Sabotiamo la guerra e la repressione

PRIGIONIERI RIVOLUZIONARI, REPRESSIONE E LOTTE ANTIMPERIALISTE NEL MONDO

TESTO/AUDIO

PRIGIONIERI/E RIVOLUZIONARI/E, REPRESSIONE E LOTTE ANTIMPERIALISTE NEL MONDO
Allora aggiungo alcune cose in continuità, all’intervento che ha fatto adesso Carlo.
Innanzitutto ricordando che in Italia, oltre appunto 41 bis, abbiamo un gruppo di
prigionieri e prigioniere rivoluzionarie che sono in carcere da 44 anni. Proprio in questi giorni cade questo “anniversario” per molti di loro, un numero che fa veramente paura. Militanti quasi tutti/e catturati/e nel fatidico anno 1982. L’ 82 è stato l’apice di tutto il ciclo degli anni ’70. Nell’80 furono arrestate circa 1000 persone e altrettante, circa 1200 nell’82, numeri che danno la dimensione dello scontro. Naturalmente la maggioranza aveva una partecipazione limitata ai movimenti, quindi ha subito condanne anche pesanti ma non ergastoli. Gli ergastoli hanno colpito solo una parte di questi/e militanti, fra cui appunto questi/e che sono tuttora in carcere, che sono esattamente 15.
Tutti/e militanti, tra l’altro, delle Brigate Rosse. Dico la loro identità perché ci tengono, sono condannati agli ergastoli perché hanno partecipato a operazioni di un certo livello e sono ancora dentro perché non hanno mai accettato una forma di ravvedimento, di resa, di capitolazione, di dissociazione, mentre purtroppo in Italia abbiamo assistito ad un penoso spettacolo di vari tradimenti che hanno decimato le fila rivoluzionarie negli anni. Soprattutto alla fine degli anni ’80.
L’importanza di questa loro resistenza è stata assunta politicamente dal Soccorso Rosso internazionale, e mi presento anche per chi non lo sa, io faccio parte di questa che è un’entità modesta ma trasversale ad alcuni paesi in Europa e fino alla Turchia
E spendo due parole al riguardo, essa venne formata alla fine degli anni ’90, in dialettica con prigionieri/e rivoluzionari/e in carcere. Un percorso di aggregazione proprio sul rifiuto
delle derive di dissociazione e resa. Cioè, al di là dei tanti errori che si possono fare nei
percorsi rivoluzionari o di liberazione sociale, anticoloniale e antimperialista, comunque gli
errori ce li dobbiamo vedere fra di noi nei ranghi nostri e non trasformarli in materia di commercio con gli oppressori, con i dominanti. Questa è una regola proprio basilare,
minima, che è sempre stata vera in tutti i cicli storici, perché anche se in Italia ha avuto
proporzioni un po’ pesanti, questo fenomeno di deriva però è esistito in tutti i cicli
rivoluzionari dall’inizio del 900. Bisogna esserne coscienti e saper affrontare la contraddizione.
Questi/e militanti che resistono in carcere sono veramente un esempio, ma ce ne sono stati diversi/e che sono usciti anni prima pur facendo il loro dovere (come si diceva, avendo condanne “minori”) e sono stati comunque tanti/e. Insieme rappresentano proprio la coerenza e il coraggio perché è chiaro che, oltretutto, non rinunciando e rafforzando la propria identità, non è che sono diventati dei residui, delle specie di zombie che stanno chiusi lì. A volte c’è la visione del carcere come un buco nero, dove si è sottratti/e alla vita, ma non è così. Questo dipende proprio dalla risposta che i militanti danno: se è una risposta attiva, viva, resistono. E qui citerò subito un esempio, un militante che partecipò
alla formazione del soccorso rosso internazionale all’epoca, George Abdallah.
George Abdallah forse la maggioranza l’han sentito nominare ultimamente, quando è stato
liberato dopo 41 anni di carcere dalla Francia ed è tornato al suo paese in Libano. E lì, tra
l’altro, ha ripreso un ruolo politico attivo, ma che lui manteneva già in carcere, perché ha sempre mantenuto viva questa dialettica con l’esterno, coi movimenti. Quando è stato liberato, a chi gli chiedeva, appunto (soprattutto i giornalisti o questi intellettualini che prima si citava): ”ma come ha fatto a sopravvivere a quarantun’anni di carcere?”
Lui, molto serenamente, rispondeva: “Non è merito mio. È merito del collettivo, dei movimenti, del mio rapporto con loro. È un merito sempre collettivo.” E questa è proprio una bellissima risposta, perché a noi non piacciono gli eroi; come scrisse Bertolt Brecht, “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Abbiamo bisogno di eroismo, sì, perché a quei livelli lì è anche eroismo, ma non di eroi. E lui rende merito a quella che è la dimensione collettiva
comunitaria. D’altronde è già risuonato negli interventi precedenti sulle cose da fare oggi.
Qual’è una delle cose fondamentali? È costruire solidarietà e senso comunitario. Senza queste cose qua non sarebbero esistiti né i cicli di lotta degli anni ’70, né la classe operaia che ha avuto questa forza e questa grande dignità e identità in certi anni. E su quella base lì poi si possono fare altri passi. Però questa di sicuro è la prima cosa, secondo me, da alimentare. Sono d’accordo, appunto con chi ha parlato prima, che le dobbiamo alimentare oggi, tanto più nelle società come le nostre occidentali, che sono estremamente disgregate, perché lo sappiamo che uno dei punti di forza del popolo palestinese e di tanti altri popoli oppressi è che questo spirito, questa vita comunitaria, comunque in buona parte ce l’hanno ancora, nonostante gli sforzi del capitalismo di inondarli con vari veleni disgreganti. Quindi questa cosa qua è per capirsi sul valore di questi/e prigionieri/e e del fondamento della loro resistenza..
Allora, quando si formò alla fine degli anni ’90, l’SRI ebbe un preambolo prima di tutto all’interno delle prigioni, cioè furono dei nuclei di prigionieri che formarono una piattaforma di mutuo soccorso, di mutuo aiuto. L’idea era di costruire delle relazioni attive che sostenessero quelli/e che in una data situazione, in Turchia, o in Spagna o in Italia, iniziavano una lotta; per farla risuonare ovunque e costruire anche dei momenti comuni di lotta attraverso i paesi. Questa piattaforma significativamente la chiamarono Piattaforma 19 giugno 1999 perché fu fatta nel ’99. Mentre Il 19 giugno, molti lo sapranno, è una data storica, l’enorme massacro che il regime capitalista del Perù, a direzione socialdemocratica all’epoca, operò contro i prigionieri/e del Partito Comunista del Perù Sendero Luminoso, che conduceva la guerra popolare di lunga durata. Massacrarono in un paio di giorni 300 donne e uomini in due prigioni, che da tempo erano in lotta e creavano grossi problemi al controllo statale. E siccome i prigionieri/e lottarono fino alla fine, Sendero Luminoso trasformò in loro onore il 19 giugno nella giornata che chiamarono effettivamente “giornata dell’eroismo rivoluzionario”, per assumere in seguito la denominazione “giornata internazionale dei rivoluzionari/e prigionieri/e” Nel ’99 appunto viene ripresa questa data significativa per dare un senso anche di continuità fra le lotte, fra le rivoluzioni nel mondo.
Contemporaneamente formammo il Soccorso Rosso Internazionale all’esterno, che, tra l’altro, comprendeva e comprende ex prigionieri/e. Ancora una cosa sulle date, ricordiamoci, si è parlato appunto dei precedenti del 41 bis, come si è arrivati all’articolo
90, alle carceri speciali, il 1982. Il gennaio ’82 soprattutto è molto simbolico, perché?
Fu il punto forse più alto della lotta rivoluzionaria in Italia. All’epoca era in corso il sequestro Dozier. Dozier era un generalone americano. comandante della NATO su ampia area euro mediterranea, un boia che aveva fatto carriera in Vietnam. Era stato catturato dalle Brigate Rosse e fu liberato solo grazie alle torture che venivano inflitte ai militanti arrestati/e in quei mesi. All’epoca il governo italiano aveva deciso un salto preciso nello scontro, passando all’uso sistematico della tortura scientifica. E purtroppo i risultati li ottenevano.
Quindi in quella vicenda lì si incrociano almeno tre elementi. Intanto il punto alto della lotta rivoluzionaria, perché la NATO fu toccata ad uno dei punti più alti che mai fosse successo in Europa, dall’altro, appunto, la questione della tortura, la questione di come lo Stato e l’imperialismo rispondono a questo livello dello scontro. Naturalmente la tortura italiana fu fatta da sgherri sotto supervisione e coadiuvati dalla onnipresente CIA. Molti militanti crollarono, uno di quelli che resistette, praticamente a tre giorni di tortura, Cesare Di Lenardo, un giovane operaio all’epoca. Parliamo di un ventenne, 22 anni o giù di lì. Lui è ancora in carcere oggi, 44 anni dopo, con una fermezza ideologica e politica, quella che citavo precedentemente. E quando si parla di questo, loro dicono: “Non ci presentate come super donne e super uomini, noi siamo espressione della forza della lotta di classe, della lotta antimperialista di quel ciclo là in Italia” . Anche questo è un segno di modestia e di senso collettivo, che è importante che noi raccogliamo, perché voglio dire che se in un paese occidentale si è espresso un tale livello di forza, di dignità, bisogna capirne il valore, il fondamento. Credo che un salto di qualità è stato fatto, è una forza che resta per noi come classe. Appunto, quando spesso parliamo di classe, la classe cos’è? La classe è avere anche questa identità qua. Siamo fieri della rivoluzione sovietica, della rivoluzione cinese, del Vietnam, e oggi dell’eroismo palestinese. Tante cose che fan parte di un nostro patrimonio, sono quelle cose che ci fanno dire, come è stato detto, che è possibile resistere, è possibile lottare, è possibile andare avanti, perché spesso il nostro nemico è la demoralizzazione, l’autocensura, il non avere più coraggio, la speranza di lottare. Queste sono dimostrazioni che si può resistere, che si può andare oltre.
E su questo mi riaggancio anche al discorso su Alfredo Cospito. Perché? La
mobilitazione per lui è stato un salto di qualità enorme, perché per la prima volta non solo si è rotto il tabù del 41 bis che in sostanza lo Stato gestiva con la narrazione contro i mafiosi (che poi anche quello è tutto da discutere, visto che i grossi mafiosi sono al potere, in galera ci sono “i picciotti”). Lì si è rotto questo tabù. Si è visto intanto che cos’è un trattamento di tortura che comunque non merita nessuno. E secondo, si è arrivati a una mobilitazione che ha coinvolto, per esempio, i sindacati di base. Adesso qui avevamo appunto rappresentanti del Si Cobas. Ci ricordiamo che in quell’epoca là il SI Cobas, anche l’USB e altri sono scesi in piazza, hanno fatto dei segni di solidarietà, hanno aperto i microfoni durante i comizi, dicendo sì, oltre alla repressione contro i sindacati, contro i picchetti, eccetera, c’è anche questa repressione. Cioè c’è stato un salto di qualità fondamentale a riconoscersi come classe, come fronte, di fronte a una repressione che in varie gradazioni ci coinvolge tutti.
Appunto, prima Carlo diceva: il rischio del 41 bis non è solo la cosa in sé, ma che informa l’insieme della repressione, che tutto è tenuto dalla stessa logica di classe e imperialista.
Tra l’altro, oggi c’è un’altra cosa, un’altra dimensione che ci dà la possibilità di dare una continuità a questo salto di qualità. Oggi ci sono più di 10 militanti o semplici proletari palestinesi che sono stati arrestati, incarcerati in questi ultimi mesi. I vecchi compagni che li accolgono nelle loro sezioni, a Rossano, a Terni, ad Alessandria e altrove, nelle sezioni speciali, ne sono ben contenti, perché si ritrovano questi giovani, spesso espressione di tutto un’altro mondo, che loro non conoscono o conoscono in parte, e si creano queste commistioni di solidarietà. Ovviamente in carcere la solidarietà è molto facile, diciamo così, nella sofferenza le persone si uniscono facilmente e anche di mondi diversi. Cioè ci sono i palestinesi, ci sono arabi già da prima, ci sono curdi, ci sono pakistani, albanesi, tutti imputati, ovviamente per associazione sovversiva, banda armata, eccetera, che si ritrovano con questi vecchi compagni e con più giovani, incarcerati più recentemente, soprattutto dell’area anarchica. Quindi noi abbiamo una situazione anche carceraria che evolve in un senso interessante. Certo, non è interessante stare in galera, ma se ci si è, voglio dire, bisogna cogliere gli aspetti positivi: la difesa dei prigionieri, quella politica non umanitaria, la difesa del senso del perché si è in carcere, delle ragioni e delle motivazioni di lotta è l’atto principale.
Abbiamo avuto l’esempio di Anna, della sua lettera, luminosa anche lei, sullo stesso stile dei vecchi/e compagni/e e di Alfredo Cospito. Cioè questo tipo di attitudine è fondamentale di fronte alla repressione: non cedere, non cedere. Poi è difficile, è chiaro, ed è lì che conta anche la solidarietà, quello che diceva George Abdallah. Lui ha resistito, ma non solo per questo suo non cedimento, ma perché è stato sostenuto. Pensiamo che per George Abdallah alle ultime manifestazioni davanti al carcere (e parliamo di un carcere piazzato in un enclave tipo Tolmezzo o Lampedusa, per dare l’idea delle distanze) e ci andavano 2/3.000 persone. Quindi questa solidarietà lui la riceveva eccome.
Sulla questione del fronte contro la repressione cito solo en passant così tutti i fatti
che ultimamente ci possono interessare. Dei palestinesi, già detto, ci sono attualmente
resistenze in carcere in Irlanda, in Grecia, in Spagna, in Euskadi, in Germania. Addirittura
queste vecchie militanti della Raf che sono catturate trent’anni dopo e che sono sempre
come quelli citati, determinate nelle loro posizioni. E gli/le antifascisti/e a Budapest, di cui abbiamo visto ultimamente le condanne per Maya, Gabri e Anna a 7/8 anni, e di carcere
ungherese coi nazisti come carcerieri. Abbiamo i portuali, in particolare fra i sindacati di
base, che sono accusati di associazione a delinquere, cioè abbiamo anche questi
passaggi repressivi che noi possiamo assumere proprio in una logica di fronte.
Se ognuno si fa il suo caso a sé, è chiaro che diventano casi difficili o in cui si perde
questo filo di appartenenza. Invece la questione è proprio di stare insieme. Direi anche, pur con le con le distanze politiche che ci sono, il caso dell Askatasuna. Non so quanti qui, ma almeno un’area politica come la mia un po’ di diffidenza l’abbiamo sempre avuta, perché nel passato, insomma, hanno giocato un po’ ai “buoni e i cattivi”; tenevano le distanze, hanno fatto anche alcune cose, diciamo pure brutte. Però in questo caso qua, dopo gli scontri di del 31 gennaio, hanno avuto una posizione, bisogna dire, corretta, non hanno fatto prese di distanza, hanno difeso la manifestazione in tutte le sue componenti, quindi coprendo quelli che hanno fatto gli scontri e dicendo che appunto il futuro sta nella lotta,
che bisogna andare avanti e che bisogna difendere tutti, eccetera. Quindi ci sono degli avanzamenti che bisogna anche saper registrare. No, non è che la gente resta sempre o brutta o arretrata, ci sono degli avanzamenti. Credo che sul fronte dell’antirepressione effettivamente oggi c’è questo avanzamento, perché la percezione del pericolo di guerra, del fatto che la guerra può arrivare anche qui, che il mondo sta degenerando in quel senso, ce l’ha molta gente, anche della gente comune, e questa è una cosa che possiamo cogliere, che possiamo cogliere e trasformare in un punto di forza nostro se avanziamo anche noi. Cioè il fatto che il sistema non ha più delle possibilità di sviluppo e cose da offrire, se non che l’orrore della guerra imperialista che, lo disse pure il Papa, ci sarà la terza guerra mondiale, anzi ci siamo già dentro, e su questo piano qua, noi dobbiamo offrire alla gente, alla nostra classe, una prospettiva che sia credibile e cominciare a costruirla. Un ultimo esempio, Minneapolis negli Stati Uniti, lì sembra proprio guerra civile strisciante. E assistiamo al fatto che masse enormi sfuggono a quello che è il controllo, la narrazione dominante, sfuggono, al ricatto istituzionale, cominciano a porsi sul terreno della lotta, dell’organizzazione indipendente, eccetera. Diciamo che chiaramente bisognerà, facendo tutti i passi intermedi, piccoli anche, offrire sempre di più queste due prospettive: solidarietà e resistenza. Così come ci affianchiamo ai palestinesi e ad altri popoli che sono in lotta nel mondo. Cito solo, per esempio, il processo rivoluzionario in India, di cui non si parla proprio, che si trova in un passaggio molto difficile, una guerra di sterminio. Anche lì c’è una guerra popolare rivoluzionaria da decenni e soprattutto negli ultimi anni, ma stanno affrontando dei massacri micidiali. Sono lì dei punti avanzati della rivoluzione nel mondo. Siccome credo che abbiamo una visione della rivoluzione come un processo storico che prenderà grandi epoche, neanche una sola, ma che va un po’ di qui, un po’ di là, un po’ in Asia, un po’ in Africa, un po’ nelle Americhe, un po’ anche, si spera, in Europa. Questo bisogna cogliere e solidarizzarsi assolutamente a quelli che sono i punti avanzati che ci sono oggi e quindi dobbiamo vederli per quelli che sono oggi e sostenerli in tutti i modi. E appunto, io concluderei su una cosa: che solidarietà e resistenza ci servono per costruire sempre più le nostre forze e che, come abbiamo detto in una in una formulazione sintetica, trasformando un po’ quella più teorica di Lenin, noi siamo nell’epoca in cui
la nostra unica prospettiva è trasformare le guerre dei padroni in guerra ai padroni.
Questa è la prospettiva in cui situare la stessa solidarietà e resistenza. E buonasera a tutti/e.
SOCCORSO ROSSO INTERNAZIONALE

Categorie
Sabotiamo la guerra e la repressione

FRONTE INTERNO: LOTTE SINDACALI E REPRESSIONE

TESTO

Buongiorno compagni e compagne, ci siamo tutti rifocillati adesso, quindi spero che non vi viene l’abbiocco post pranzo. Prima c’era l’aggressività della fame, adesso magari l’abbiocco post pranzo proverò a non farvelo venire. Mi presento, sono Mimì, appartengo al movimento dei disoccupati 7 novembre di Napoli. E sono coordinatrice a Napoli del Si Cobas. Con un po’ di emozione faccio questo intervento perché il tema della repressione è un tema che sicuramente tocca delle corde rispetto alle quali tutti noi ci interroghiamo per le nostre vite, per come le conduciamo, per quelle che sono le nostre tensioni. Rispetto al nostro ruolo all’interno della società, parto dal fare una panoramica veloce e a volo d’uccello su quello che è il movimento 7 novembre. Parto da questo perché lavoro e non lavoro sono due facce della stessa medaglia. Ci danno la possibilità di osservare con una lente molto precisa quelli che sono i piani patronali e dello Stato come giustamente sottolineava prima Silvano nel suo intervento quando opportunamente operava una distinzione netta tra governo e Stato. Il Movimento 7 novembre è un movimento che nasce intersezionale, nasce dall’esigenza di un territorio che è quello di Napoli e di Bagnoli in particolare, durante una di quelle fasi nelle quali si manifestava esplicita: c’era il decreto Sblocca Italia, c’era Renzi al governo e a Napoli un gruppo di disoccupati ha iniziato ad elaborare l’idea e il piano di legare la necessità di una lotta per il lavoro alla lotta per l’emancipazione di un territorio intero dallo sfruttamento non si realizza soltanto sui corpi delle persone, ma anche sulla terra. Nasce il movimento 7 novembre e nasce come un movimento autonomo, come un movimento che dal basso vuole restituire e riesce a restituire nel corso del tempo ai proletari e alle proletarie della città e di quel territorio la dignità di sentirsi e di riconoscersi nella classe, di riconoscersi come parte. Di una classe che era loro un concetto sconosciuto e di riconoscersi nella fratellanza di classe, laddove esisteva la contrapposizione tra proletario e proletario, tra proletaria e proletaria e tutte le intersezioni che ci possiamo mettere per il mezzo, si è cercato di favorire la presa di coscienza rispetto al proprio ruolo e alla possibilità che questo ruolo apre nella costruzione di una lotta anticapitalista, antimperialista e con un carattere, lasciatemelo dire, spiccatamente femminista. La lotta dei disoccupati 7 novembre è andata avanti. Nella rivendicazione di un’istanza immediata si potrebbe pensare economicista, ma attraverso l’assunzione di consapevolezza del proprio ruolo e del proprio posto nella storia, non in un movimento di lotta finalizzato a prendere ad avere un lavoro, un posto fisso, e La parabola ha consentito che questo movimento assumesse un carattere di autentica messa a disposizione da parte di tanti proletari e di tante proletarie dei propri corpi per l’avanzamento di quella che è la lotta di una classe schiacciata, depressa, divisa e l’evidenza di questa divisione nei luoghi di lavoro, e qui “switcho” un attimo da disoccupata del movimento di lotta dei disoccupati organizzati a coordinatrice sindacale, perché è impossibile parlare di una cosa senza parlare dell’altra. È impossibile non avere la visione complessiva di quello che è un attacco di classe che va avanti da decenni, che si articola nel corso del tempo in maniera sempre più evidente, come un attacco a 360 ° durante tutti i momenti in cui, insieme al movimento dei disoccupati, abbiamo sostenuto gli scioperi e i picchetti dei lavoratori, della logistica del Si Cobas, dei lavoratori o delle lavoratrici, come a Napoli, dei rifiuti, delle terme, di tanti settori produttivi, ci siamo resi conto che l’arma della solidarietà ha giocato un ruolo fondamentale nella crescita e nella presa di coscienza di coloro che sono diventati poi le avanguardie del movimento dei disoccupati 7 novembre e che non sono, non è certo chi vi parla, ma sono i proletari e le proletarie della città che hanno ripreso la loro parola. La rivendicazione del lavoro come un gruppo organizzato è una cosa ben diversa dall’ esigenza di avere il posto, dall’esigenza di avere il salario come singolo individuo. Si esce fuori dalla possibilità di diventare ricattabili, si esce fuori dalla possibilità di essere una banderuola nelle mani di chi gestisce il potere, garantendo sì che le istanze rimangano sempre irrisolte, che le istanze dei proletari e delle proletarie rimangano sempre irrisolti, questa è l’esperienza che il movimento dei disoccupati lascia e da questa esperienza si apprende che non c’è stato un giorno, non c’è stato un minuto in cui i tentativi di affossare, di sviare, di sventrare, di corrompere, di distruggere un movimento di lotta che stava effettivamente cambiando. All’interno di una città in cui c’è una enorme contraddizione, in cui diciamo una ci sono molte grandi, enormi ed evidenti contraddizioni, è sicuramente d’ insegnamento che noi possiamo guardare, quello che i disoccupati e le disoccupate hanno compreso: che la loro lotta non era perimetrata, che la loro lotta doveva essere presente e doveva essere vettore e doveva essere volano per tutte le altre lotte che si costruivano, che si strutturavano, che nascevano non soltanto nel proprio territorio. La forza di questo movimento che ci ha condotto negli ultimi tempi ad avere una piccola vittoria, un piccolo avanzamento, perché la platea dei disoccupati adesso non è più tale in quanto sono tirocinanti, il che prelude, diciamo, alla stabilizzazione. Ci vorranno altre lotte, ma questa vittoria è venuta fuori perché il movimento dei disoccupati ha saputo parlare al resto del mondo e saputo essere nel resto del mondo e saputo essere presente nella storia, ha saputo fungere da anello di congiunzione tra le lotte dei territori e le lotte politiche e sindacali, anche nazionali. La solidarietà che hanno saputo portare alle lotte, tra virgolette, altrui è quella che poi hanno saputo raccogliere nel momento in cui è stato necessario perché gli attacchi sono stati numerosi e sono venuti da tutte le parti, sicuramente dal fronte padronale, sicuramente dal fronte delle istituzioni, sicuramente anche all’interno è stato necessario superare tantissime contraddizioni, mantenere la schiena dritta e l’autonomia da qualsiasi srena istituzionale è stato quello che, diciamo, ha consentito la piccola vittoria che oggi abbiamo tra le mani, ma è stato anche quello che ha dato luogo ad un apparato repressivo che si è scagliato contro una enorme quantità di partecipanti e di aderenti al movimento, non soltanto alle avanguardie. Decine di processi, diverse condanne già comminate e diverse ancora sono in pendenza. Ci sono compagni che hanno da poco ricevuto, per i disordini del 2019 al Teatro Sannazzaro, quando la vertenza sembrava essere andata, esere stata sconfitta in qualche modo, due anni e due mesi che si sommano alle altre condanne già prese da diversi compagni, e questo però non ci ha fermato e soprattutto ci ha dato modo di leggere con chiarezza il significato, di quello che è il procedimento che ha aperto contro di noi, che è quello per associazione a delinquere 43 tra noi, tra sindacato Si Cobas, movimento dei disoccupati 7 novembre e collettivo politico Iskra, associazione a delinquere e che noi siamo in attesa di vederne l’evoluzione, ma vi garantisco che vedersi processati in aula bunker sotto Poggioreale non è stato divertente ed è stata un’esperienza assolutamente, diciamo, importante da restituire quando ti ritrovi dietro le sbarre, dove hai visto in televisione essere processati la camorra, diventa evidente qual è il disegno: sei criminale se cerchi un posto di lavoro, sei criminale se questo posto di lavoro non te lo vuoi comprare pagando 50 € in cambio del voto. Sei criminale se non aspetti che ti venga dato, ma cerchi l’ascolto e il rispetto che è necessario. Sei criminale se cerchi di sfuggire alla marginalità sociale che ti ha costretto ad una vita di espedienti. Sei criminale se cerchi di dare un futuro ai tuoi figli. Sei criminale se parli di un’altro mondo possibile. Sei criminale se intendi che la giustizia sociale parta dall’avere tutti una casa, tutti un lavoro, tutti la possibilità di baciare in fronte i propri figli prima di metterli a dormire, sapendo che domani non suoneranno le sirene dei l’antiaereo sulle loro teste, perché non c’è la guerra sulle loro teste. Sei criminale se solidarizzi con la Palestina, sei criminale adesso, anche se dici che Netanyahu è un assassino, c’è un’evidenza che è quella dell’esigenza da parte dell’attuale governo, dello Stato, a togliere gli strumenti di agibilità politica a una classe che faceva fatica a svegliarsi, adesso viene svegliata nonostante tutti gli strumenti di moral suasion, soft power che sono stati usati nel corso degli anni per irriggimentare quella classe, per farle pensare di non essere tale, per farla sviare da quella che è il proprio, la propria funzione, il proprio compito storico. Siamo di fronte ad un attacco di classe, diciamo, che ha precedenti, sicuramente siamo di fronte a un attacco di classe al quale dobbiamo essere in grado di dare una risposta. Torno un attimo alla vertenza dei disoccupati, quando si doveva compiere l’atto finale che avrebbe garantito a tutti quanti noi di accedere a questi tirocini che preludevano poi ad ad avere un posto di lavoro fisso nelle cooperative con attività indispensabili al territorio, dalla manutenzione delle aree pubbliche alla bonifica dei territori, eccetera eccetera eccetera. Non faccio l’elenco su questo, è più bravo Eddy, però quando noi eravamo arrivati alla all’apice, al momento in cui doveva essere definita una platea che entrava in quei posti di lavoro il gioco delle istituzioni qual è stato? Chiudere il numero e infilare la loro gente, sono andati a raccogliere disoccupati che pure sono disoccupati come quelli che stanno iscritti alle nostre liste. Uno ad uno, dammi 50 € che ti faccio andare a lavorare, se me ne dai 100 faccio andare a lavorare pure tua moglie. Il numero, la torta aveva 10 fette, gli invitati erano diventati 12. Questo avrebbe dovuto significare che qualcuno che ha sacrificato la propria vita o qualcuno che ha sacrificato i propri figli o qualcuno che ha preso acqua, freddo, vento, con il sole, con la pioggia in qualsiasi stagione, chea attraversato le piazze della città prendendo denunce, sfidando tutte quelle che erano le restrizioni imposte dalle istituzioni cittadine, dalle questure, dalle prefetture. Non ci dimentichiamo che durante l’epidemia, la pandemia, durante il Covid, i disoccupati a Napoli sono stati quelli che neanche un giorno hanno rispettato il divieto di uscire. Tutti i giorni siamo usciti, abbiamo distribuito le spese, tutti i giorni siamo usciti, abbiamo fatto manifestazioni, tutti i giorni siamo usciti, abbiamo occupato le strade, perché nel momento in cui si cede la sovranità della propria forza di piazza si arretra e noi non potevamo arretrare, stiamo pagando, pagheremo, avremmo pagato lo stesso. Il punto è questo, lo dico, diciamo che c’è una certa nei ragionamenti che si fanno, no? Nei seminari c’è un’attenzione molto fondata e anche necessaria a quali sono gli strumenti che noi possiamo usare per opporci alla repressione. Quali sono gli strumenti che noi possiamo usare per contrattaccare? È la domanda che ci dovremmo fare sicuramente, continuare a fare esattamente di più e meglio e in maniera più organizzata quello che si deve fare, ovvero se ci tolgono la casa, proseguire nelle occupazioni diventa un reato. Adesso c’è lo sfratto coatto, anche se occupi la seconda casa, ce ne stanno di terza e di quarte che si potranno ben guardare per occuparle. Il posto di lavoro diventa una moneta di scambio, organizzando la classe e andando a pretendere che ci sia l’assunzione di responsabilità non da parte del padronato che governa insieme alle istituzioni, ma da parte di quelle istituzioni di prossimità che con qualche conto se lo devono pur fare. Durante l’ultima fase, il gioco di restringere la nostra platea per metterci una corda al collo ha funzionato con un espediente che è stato usato molte volte nella storia, perché Napoli ha una lunga tradizione del movimento dei disoccupati. Una lunga tradizione in cui si sono sempre viste due tendenze: o il movimento si è mantenuto indipendente e ha conquistato non migliori condizioni, ma vere condizioni di vita, oppure la lotta si è venduta alle istituzioni perché tertium non datur. Non c’è la possibilità di fare una via di mezzo: o ti vendi o non ti vendi, e quando non ti vendi e tieni la schiena dritta, i metodi che utilizzano per spezzartela quella schiena, passano dalle minacce della questura ai fogli di via, agli avvisi orali, alle decine di procedimenti penali, passano attraverso il tentativo di corrompere i disoccupati, passano attraverso la malavita organizzata. Hanno fatto una cosa assolutamente legale per quella che erano le loro possibilità. Le hanno fatte tutte, ma diciamo il gioco, che è stato loro molto facile, è stato quello di strutturare per l’accesso a questo lavoro la tombola, il click day, una piattaforma sulla quale tu ti dovevi registrare, nella quale inviavi la tua candidatura mentre in questa candidatura doveva essere prevista la clausola di un particolare tipo di formazione che avevamo fatto solo noi della platea dei dei disoccupati 7 novembre, il bando per questo click day, perché si tratta sempre di bandi pubblici, non conteneva questa clausola. Questo dava la possibilità a chiunque avesse gli stessi requisiti senza quello qualificante, poter accedere a questa piattaforma, candidarsi, fare questo click e chi arrivava prima rientrava negli 800 posti che avevano messo a disposizione, chi entrava dopo doveva aspettare poi un secondo corso, eccetera eccetera. Signori, questa cosa ha fatto impazzire una platea di 700 disoccupati e disoccupate. La mattina del click day la piattaforma si è bloccata e beh, e si è bloccata per 15 minuti. In quei 15 minuti è successo il panico, la rabbia proletaria quando esce fuori è una benedizione, perché è vera. Ne sono scaturiti due arresti, tra cui una ero io, mi sono fatta una nottata nella cella della Medina che fa più schifo di Santa Maria Capua Vetere, fanno più schifo la cella della questura che i carceri, però da proletaria, da madre, da militante, da sindacalista ho pensato che non è che mi era andata tanto male perché io avevo la consapevolezza che sarei uscita il giorno dopo. Anan non ha mai potuto avere la consapevolezza di quando sarebbe uscito. Adesso sa che uscirà tra 5 anni. Esiste quindi anche un aspetto che è quello del nostro privilegio occidentale bianco, che ci dovrebbe vedere, diciamo, coinvolti a esercitare in maniera cooperante questo privilegio cooperante con i nostri fratelli e sorelle di classe, comunque collocati, è più simile a me. La madre palestinese che non sa se domani suo figlio lo vedrà, che è la signora che vedo uscire dal cinema il venerdì sera, cinema che io non mi posso permettere. Dico questo perché? Perché oggi si parla di repressione. Oggi si parla, nell’ambito della repressione, di quello che spero, mi auguro, è anche il nostro compito e se, come sindacalista, mi rendo conto che c’è una differente velocità con cui questo attacco sindacalista di un sindacato del quale la maggior parte degli iscritti sono migranti, c’è una diversa velocità, con la quale questa repressione colpisce chi ha qualche privilegio in più e chi invece è un lavoratore straniero che vive in Italia col permesso di soggiorno o chi è un sottoproletario della sanità che ha fatto 10 anni di galera e oggi cerca di trovare un’altro destino per i propri figli. È evidente che è su costoro, quindi parte anche su di me, e parlo come parte in causa in questo senso può darsi che io non sia proprio, super partes nel dire che non possiamo aspettare. Erano troppi sofismi. Non possiamo lasciare che a calcare le piazze e a riempirle sia sempre qualche forma di un sentimento umanitario. Non possiamo lasciare che il nostro compito, diciamo, sia l’assunzione di consapevolezza che porta i nostri corpi a militare nelle piazze. Noi abbiamo. Il compito primario di lavorare all’interno dei nostri settori sociali di riferimento per allargare la presa di coscienza, per allargare il fronte di quella che deve essere un’opposizione che deve diventare massiva. Guardate, ieri abbiamo fatto un corteo, mentre qui c’era il corteo in contemporanea si faceva a Bagnoli anche un bel corteo, un corteo che è contro la Coppa America, che diventa l’ennesima aggressione verso un territorio violentato e stuprato in ogni modo negli ultimi 30, quarant’anni, quello di Bagnoli. E c’erano migliaia di persone che non si vedono normalmente in piazza, una partecipazione delle persone, passeggini, cani, il vecchio, la signora, che di quelle che normalmente neanche si affacciano quando passano i cortei ai quali siamo abituati noi, ma che ha rappresentato un momento fondamentale perché ci ha restituito la consapevolezza che anche un apparato repressivo che era stato schierato non si erano risparmiati, ha dovuto mantenere fermo il proprio assetto, ha dovuto consentire ad un corteo legge o non legge, promungata, non promungata, firmata, non firmata, timbrata, non timbrata comunque per via Coroglio noi non avremmo dovuto mai potuto andare, invece siamo andati, ci siamo presi via Coroglio, siamo arrivati al cantiere e ed è stato un momento sicuramente in cui la risposta corretta a quello che è l’attacco repressivo è stata data. La risposta corretta è coinvolgere i settori di classe, che siano i lavoratori. Nel momento in cui arrivano ai nostri lavoratori le revoche dei permessi di soggiorno, come è successo a Brescia al nostro coordinatore Abbas, abbiamo il dovere di scendere, di bloccare i magazzini. Nel momento in cui ci dicono che il nostro territorio non è nostro, abbiamo il dovere di scendere ad occuparlo, abbiamo il dovere di allargare la mobilitazione. e di far cadere questo governo dalle piazze.

Basta, sono stata più corta, ma io sono femmina, so essere anche sintetica.

Mimì_ movimento 7 novembre Napoli

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materiali Sabotiamo la guerra e la repressione

Sabotiamo la guerra e la repressione_testi convegno

I testi del convegno che si è svolto il giorno 8 febbraio a Viterbo verranno pubblicati mano a mano che questi saranno disponibili.

(ascolta gli audio del convegno)

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Sabotiamo la guerra e la repressione

La “generazione Palestina” tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Giovani Palestinesi Italia

TESTO ITA/AUDIO IN ITALIANO

AUDIO IN ARABO

Negli ultimi anni il tema della Palestina ha mosso un senso collettivo che vada oltre la solidarietà verbale, l’indignazione momentanea. Abbiamo visto risvegliarsi una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva e performativa. Grazie anche all’identificazione di un fil rouge che lega molti dei conflitti contemporanei, divisione, marginalizzazione e discriminazione hanno tutti un denominatore comune, lo stesso denominatore che alimenta la macchina di guerra e la logica imperialista che opprime e occupa la Palestina. Ma non solo. Tutte le comunità e soggettività sono soffocate e marginalizzate dallo stesso sistema, onnipresenza nelle loro quotidianità. Che crea un maggior divario economico e sociale a livello mondiale. La morte in Palestina, che agli italiani sembra lontana, è a spese di un governo filo sionista e capitalista, il nostro, il progetto e lo sviluppo tanto inseguito dal governo Meloni, non sono che una falsa illusione, una pretesa sotto cui cresce un piano di riarmo e di guerra. Questa sistematica marginalizzazione trascende ogni confine, incluso il confine sud nord globale. È da questa nuova presa di coscienza che nasce la generazione Palestina. Inizia a riconoscersi, a pensarsi, a immaginarsi come soggetto politico che abbandona un vittimismo forzato e imposto, frutto di narrazioni umanitarie e monolitiche. Ci troviamo oggi quindi a ragionare su questo passaggio, uno strumento chiave per leggere e capire la legittimazione di questi meccanismi attraverso la razzalizzazione. Un progetto attraverso il quale un gruppo dominante attribuisce caratteristiche razziali, disumanizzanti e inferiorizzanti a un gruppo dominato attraverso forme di violenza, producendo una condizione di sfruttamento e esclusione materiale e simbolica. Analizzare le recenti mobilitazioni all’interno di questo quadro permette quindi di capire perché proprio i giovani riconoscono immediatamente, nei dispositivi che colpiscono la Palestina, gli stessi dispositivi che organizzano e determinano la loro vita qui in Europa e in Italia. Le nuove generazioni, composte da giovani delle seconde generazioni, da figli e figlie delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso, stanno descrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si trova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Questo ha generato situazioni in cui abbiamo potuto analizzare e vivere le realtà palestinesi e quelle italiane in conversazione. Motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, a nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, e dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi dalla parte dei palestinesi, ma non troppo. Tutto ciò in un contesto, quello italiano, segnato dal razzismo istituzionale e diffuso che, delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, stiamo infatti assistendo all’entrata in vigore di nuovi pacchetti sicurezza, fortemente indirizzati alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate. Un passaggio importante di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a presentare narrazioni che assumono un atteggiamento paternalistico verso i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, dichiarano la miglior soluzione e creano una versione dei fatti che sia facilmente accettabile per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la generazione palestina ha tentato di rompere questo schema, ha iniziato di parlare direttamente, senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Tramite social media, interventi spontanei in piazza e comunicati scritti da chi vive la Palestina sulla propria pelle, tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contro narrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalle dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato questa comunità da fuori. È da queste sfide che possiamo comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato, è da recuperare in maniera rielaborata e trasversale, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone. È ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria, color blind e capitanato da una sinistra italiana bianca incapace di rendere una lotta politica conflittuale e anticapitalista, fa fatto emergere la complessità e eterogeneità anche in termini di composizione politica all’interno delle stesse comunità arabe tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere cause più disparate: il paese di provenienza, le generazioni di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la che vuole la comunità araba o anche quella palestinese e questa seconda generazione di cui si parla come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Le divisioni più nette e pericolose è giusto ricordare che sono volute dalle classi dominanti per frammentare e depotenziare un movimento che ha tutte le potenzialità per combattere il sistema ingiusto che è il nemico. Combattere contro un sistema imperialista, capitalista, sionista e fascista impone riconoscere le differenze. E’ una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Queste differenze e il legame più o meno diretto con la Palestina o con altri contesti coloniali influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale. Che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro una identità politica preconfezionata. Esiste una distanza tra dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche. Non si tratta di un rifiuto a prescindere, una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati. Questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La generazione palestina si muove con codici diversi, non è interessato riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionino oggi, che parlino ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica che promuoviamo proprio in spazi come questo. La Palestina, per concludere, non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati, la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare o perlomeno rappresentativa dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in questi meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente, una spiegazione a qualcosa che per molto tempo è stato inspiegabile. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire: io ci sono, io esisto, io ho una voce senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere, nonostante la repressione, la criminalizzazione e la delegittimazione continua. Da cui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranee ai metodi di fare militanza prettamente bianchi italiani. Da qui la necessità di indagare come rilanciare questi anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Tutto questo poi deve formare il modo in cui si pensa al futuro, alla lotta antiimperialista e anticapitalista, alla liberazione della Palestina che parte dall’Italia a prescindere dai governi, dalle contraddizioni che emergono tra le realtà militanti di quello che dicono i giornali e che non dicono. Dei modi perversi con cui le istituzioni reprimono la libertà di espressione e di dissenso, la Palestina che resiste sarà libera a prescindere, non solo nella retorica, ma nell’applicazione reale di quello che questa lotta significa per tutte le realtà che la circondano. Grazie.

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Sabotiamo la guerra e la repressione

L’uso della categoria “terrorismo” applicata alla resistenza palestinese

AUDIO TESTO

di Mjriam Abu Samra

Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia al ragionamento

Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia.

E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi.

Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro.

Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i “popoli del terzo mondo”.

Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli Stati Uniti.

Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che fosse concordata tra tutti i presenti.

L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo globale. Perché?

Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa. Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo.

Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo?

Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi, anche in Europa e in Italia.

Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi.

Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica, come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo di strutture di potere e il linguaggio che le legittima.

Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori.

Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere all’interno delle società occidentali.

Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo.

Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas, per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale, per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come appunto dicevo prima, universali.

Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina, ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri, ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato, possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria.

E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica, che spinga le masse al cambiamento.

Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia.

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Palestina- repressione e il caso di Anan Yaeesh

TESTO AUDIO

di Khaled El Qaisi

Buongiorno a tutti. Questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma immagino che diversi elementi poi ritorneranno in altri interventi successivi, tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un po’ tutti si siano imbattuti nel caso di AnanYaeesh, ed è un caso abbastanza emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del 2023.

Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile, la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse in quel lasso o in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione, che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un altro palestinese, sempre della Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora nelle carceri francesi e appunto, questa richiesta di estradizione qui per l’Italia siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un tentativo di creare un precedente, una sorta di apripista che potesse essere utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel corso degli anni diverse inchieste e richieste israeliane con invii di documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni, con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva Anan Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila, relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’ più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che decide se darvi seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno. E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato chiamato a rispondere su sull’estradabilità di un palestinese in pieno genocidio e fortunatamente si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano, andando a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele. Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni passaggi.

L’impianto difensivo, appunto, era basato su ciò che questi punti hanno tentato di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti essere estradato, puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. Questo processo inizia ad aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto, è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha fatto testimoniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano con i paesi del Sud, sud-ovest europeo.

E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza dei tre, ma si va a portare avanti un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale portare avanti una condanna come anche sull’altro fronte, andando a smontare diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente, che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze coloniali, a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche dalla Cassazione nella sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante siano dei gruppi paramilitari armati che portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme all’esercito di occupazione, quelli anche per il diritto internazionale, vengono riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i coloni israeliani, quello che è effettivamente l’operato di questi gruppi paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è sviluppato il dibattimento su questo binario.

Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due assoluzioni su tre, cioè veniva contestato ai 3 il 270 bis e la pena minima per Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese, che questo processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il termine, “tattici, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile al quale abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario, Shahin, e secondo noi è importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è parlato sulla stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso, non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre più palese nel corso degli ultimi anni: abbiamo qui in Italia centinaia di migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, la provenienza è prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una grande partecipazione non soltanto alle mobilitazioni politiche che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte. Lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, portando avanti questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam Shahin, per chi ha letto i documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi:

il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso.

Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a conclusione è il processo appunto di Campobasso. E un brevissimo accenno a quello di Genova.

Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un palestinese a cui viene contestato il 270 quinques che, se ricordate, è questo nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è quello noto, come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. È stato il primo utilizzo di questo articolo, di questo nuovo reato introdotto, per cui vediamo come viene poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile, partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad.

E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha avuto processo di Genova che deve ancora iniziare.

Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto. Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti, arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura. Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere. E per politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a qualche tempo fa ormai anacronistici, e si è comunque, nel corso di questi ultimi mesi, riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire a portare avanti un discorso anche più articolato in questo senso, per cui la grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo di portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno appunto (per chi ha letta) della documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e riportata in quella della DNA: una di queste associazioni, per esempio, ha ricevuto dei fondi dalla USAID statunitense, per darvi un’idea, per cui questo dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco. E che appunto quest’operazione, al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente condividiamo, è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere in questo senso: è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione sulla Palestina e anche, indirettamente, sugli altri temi sociali qui in Italia.

Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle quali si sono attenuti nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti-repressivo, che a nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è la tendenza.

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Sabotiamo la guerra e la repressione

INTRODUZIONE SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE

TESTO / AUDIO

Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri, concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero molti da fare.

Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan, attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso.

Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma, mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo però ci possiamo trovare una “soluzione”.

Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora facciamo anche quello che serve e quello che va fatto.

Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna. Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi sgomberi ?
Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata.
Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera, che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato imperialista in quanto tale.
Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei padroni.
Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a tutto campo.
Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi.

Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3 gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese.
La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri, perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario, necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo schiacciamento dei proletari.

Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”, perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le premesse, con la condanna a di Anan.

Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà un’altra udienza per Ahmad Salem.

Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può, nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui.
Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa.

Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità d’azione e rivoluzione”.

Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più. L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al nemico di classe.
In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di unità d’azione tra rivoluzionari.

Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale. Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale.

Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’ fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione, perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze

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Israele – UE relazioni tecnologiche e plasmazione della repressione

TESTO AUDIO

Un saluto a tutti i presenti, mi dispiace di non essere potuto venire per ascoltare anche gli altri interventi.

Sono Francesco Cibele di Radio Blackout. Cercherò di delineare alcune modalità di interferenza tra apparato tecnico militare sorvegliante israeliano e apparati repressivi europei. Ovviamente, come oramai è già stato definito in modo molto chiaro, Israele utilizza i territori palestinesi come laboratorio di ricerca, sviluppo, perfezionamento e marketing dei suoi prodotti, sia in ambito bellico, sia sorvegliante. La letalità e la sorveglianza di fatto si fondono costantemente. Sappiamo anche benissimo che questa unità di signal intelligence, sorveglianza avanzata dell’esercito israeliano, l’ “unità 8200” è anche un incubatore di startup. La sua finanziaria si chiama 8200 EISP (Enterpreneurship and Innovation Support Program) finanzia startup per veterani e veterane dell”‘unità 8200″. Questi aspetti, appunto, li diamo abbastanza per scontati.

Cerchiamo di andare a vedere come operino intanto a livello di plasmazione determinate aziende. Non facciamo un elenco, ma stiamo cercando di osservare più che altro delle traiettorie di trasformazione e in parte anche come operi la formazione, la cooperazione tra apparati repressivi e via dicendo. Intanto è chiaro che Israele, al di là degli accordi di cooperazione militare, quindi degli accordi con i governi di turno, seppure dotati di una certa stabilità, e gli accordi con le forze dell’ordine per la formazione, soprattutto in ambito di antiterrorismo, cyber-sicurezza e via dicendo, abbia una fortissima diplomazia industriale all’opera. Non c’è bisogno dei governi che stringono accordi: Israele porta avanti una diplomazia sotterranea con accordi industriali, sostanzialmente sia di partnership con aziende del settore, sia di presenza proprio di stabilimenti delle sue aziende in altri paesi. Pensiamo a tutto il caso di Elbit System nel Regno Unito, dove si crea questa rete di diplomazia industriale sostanzialmente molto forte.

Al di là di questo, Israele accede ai fondi europei per la ricerca e questo è un aspetto molto importante. Israele e le aziende militari, anche israeliane, accedono ai fondi europei Horizon. Diciamo che Israele, associato ai programmi quadro di ricerca e innovazione europei dal ’96, inizia a partecipare agli accordi e ai programmi Horizon (quindi finanziati con i fondi Horizon) dal 2014. I programmi Horizon spaziano in diversi generi di contesti, vanno dal medicale all’ambientale, alle tecnologie ambientali, al restauro, alla farmaceutica, eccetera. Quelli che ci interessano maggiormente sono l’ambito della robotica e dell’informatica. Dicevamo che formalmente i programmi militari non possono entrare all’interno dei finanziamenti Horizon. Eppure aziende militari israeliane riescono a bypassare questi limiti. Per esempio, c’è un programma di Elbit System che si occupa dello sviluppo di head-up display (quindi di visori che sovrappongono dati alla realtà) che è passato all’interno del capitolo “Sfide della società – Trasporti green” e via dicendo: come se fosse una tecnologia neutralmente applicabile all’aeronautica. Elbit System, Israeli Aerospace Industries e altre compagnie di scala diversa dell’apparato tecnomilitare israeliano partecipano a questi programmi finanziati dai fondi europei. In particolare, riescono a entrare proprio aziende militari, soprattutto all’interno del portafoglio dell’Internal Security Fund e del Civil Security for Society; sono fondi che si occupano di finanziare ricerca tecnologica in ambito di sorveglianza interna e controllo delle frontiere, quindi biometria, varchi biometrici alle frontiere, accoppiamento di dati raccolti dal volto di una persona rispetto al suo storico di documenti e altre informazioni che riguardano l’individuo.

Al di là di questo, appunto, già si evidenzia molto chiaramente come ci siano delle aree veramente molto liminali tra guerra e repressione. Queste aziende sono settore bellico sorvegliante: sostanzialmente si occupano di tecnologie applicate sia alla letalità sia al controllo e alla repressione.

I programmi dual-use di Horizon non sono solo quelli degli esempi citati dove hanno partecipato aziende israeliane, ma anche contesti quasi incredibili da raccontare: cioè programmi per l’antincendio, droni che calcolano la traiettoria di caduta di oggetti dall’alto: “liquidi antincendio” ovviamente… Peccato che siano aziende come Israely Aerospace Industries che si occupano poi di fare cadere esplosivi addosso alla popolazione di Gaza.

Altri programmi molto importanti sono quelli che riguardano la robotica e l’informatica. Attualmente sono in corso diverse partecipazioni di Israele nei programmi finanziati dai pacchetti dei fondi Horizon (che potete trovare su Cordis, che è il portale in cui vengono pubblicati tutti i progetti e i loro avanzamenti) dove Israele partecipa a diversi progetti in ambito di quantum computing e soprattutto di crittografia. Perché è importante la crittografia? Come i Large Language Models, i chatbot sostanzialmente, programmi importanti perché fanno parte dell’arsenale operativo israeliano per modificare, diciamo, il consenso attraverso la moltiplicazione di pareri, opinioni favorevoli online attraverso chatbot e via dicendo… ma soprattutto perché la maggior parte dei prodotti che Israele vende all’apparato repressivo riguardano proprio il “bucare” le protezioni dei dispositivi.

Diciamo che ci sono due grandi famiglie di prodotti di questo tipo: ci sono quelli come Cellebrite che si chiamano Mobile Devices Forensic Tools, quindi dispositivi per l’analisi forense delle tecnologie mobili dei telefonini, e in questo caso Cellebrite è il prodotto più noto, che abbiamo visto venire progressivamente sempre più impiegato, il cui l’uso viene sempre più normalizzato in Italia.

E se Cellebrite viene definita una tecnologia di grado militare, adesso vediamo che molte forze di polizia locale e di polizia stradale, hanno licenze Cellebrite in Italia – per esempio – per entrare nei dispositivi dopo gli incidenti e vedere se una persona era al telefonino mentre si è schiantata contro un lampione. Cellebrite non si occupa solo di quella parte, cioè di estrarre i dati con un cavo USB da un telefono, si occupa anche poi di organizzare questi dati, di elaborarli, di conservarli, e quindi vende strumenti alle forze dell’ordine basati su intelligenza artificiale per osservare ricorrenze, ad esempio all’interno dei dati: vedere all’interno di un set di dati, raccolto magari all’interno anche di indagini diverse, se ci sono corrispondenze tra immagini, tra indirizzi, tra messaggi, tra persone citate nei messaggi su WhatsApp, per esempio. Tutto questo compone appunto un’architettura informatica che va a plasmare l’operatività stessa delle forze dell’ordine grazie a questi strumenti.

Ovviamente un altro contesto importantissimo (poi arriveremo anche agli spyware, appunto ai malware di Stato, gli strumenti per prendere il controllo dei dispositivi) e fondamentale è quello della biometria: trasformare il corpo (l’immagine) in dati, trasformare di fatto un individuo in un codice che lo rende riconoscibile appena supera un varco biometrico. L’attore più interessante da studiare in ambito di aziende israeliane di sorveglianza biometrica è Corsight.

Corsight nasce nel 2019 in quel contesto, appunto, come dicevamo prima, di incubazione di startup militari sorveglianti per il riconoscimento biometrico, non solo riconoscimento facciale. Inizia con il riconoscimento facciale, vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine in giro per il mondo; sviluppa progressivamente testandoli proprio in West Bank, in Cisgiordania, degli algoritmi di analisi biometrica delle condotte, quindi analisi delle immagini non solo per riconoscere chi sia una persona, ma per capire che cosa stia facendo in modo automatico, visto che per osservare la mole di dati prodotti dai flussi video costanti di centinaia di telecamere, servirebbero molti operatori umani. L’automazione serve proprio a quello. L’automazione serve, così come per i sistemi d’arma autonomi, a disaccoppiare quantità di umani da quantità di letalità allo stesso modo, in ambito sorvegliante-repressivo, l’automazione serve a disaccoppiare operatori umani, che devono guardarsi degli schermi, rispetto invece a delle intelligenze artificiali che ti mandano una segnalazione.

Corsight fa analisi biometrica delle condotte: dove sta guardando un individuo, se sta afferrando degli oggetti, se più individui si stanno radunando, si stanno accorpando, se si sta per esempio per formare un corteo. Tutti questi sono parametri che questi software analizzano e riconoscono in modo automatico e possono così mandare delle segnalazioni automatizzate a forze di intervento, forze di sicurezza umane. Le tecnologie di questo tipo di Corsight, non pensiamo siano circoscritte all’antiterrorismo più oscuro, col passamontagna che ti piomba in casa con la corda.

No, vengono sviluppate in un contesto di oppressione e di forza letali, vengono poi vendute in giro per il mondo. Per esempio, la suite di Corsight sul riconoscimento biometrico viene utilizzata nei casinò per osservare condotte fraudolente. Vende tantissimi dei prodotti nel contesto dell’antitaccheggio: quindi vedere come una persona in un negozio si sta comportando, se ha delle condotte sospette, se si sta infilando qualcosa sotto la giacca, addirittura per quello che si definisce sweethearting (cuore d’oro), ovvero se i commessi fanno dei regalini impropri a dei loro amici, o trattano in modo preferenziale alcuni clienti. Tutto questo tipo di condotte all’interno dei negozi può essere controllato da tecnologie Corsight, che appunto nascono, vengono testate e hanno come spinta di marketing la letalità oppressiva dei territori palestinesi e finiscono poi nelle catene di negozi, per esempio nel Regno Unito, nei casinò in Australia e via dicendo.

Il sistema di riconoscimento facciale di Corsight si chiama Fortify (usato dal DHS), e vende ad ICE la versione Mobile Fortify [nota: attribuita a NEC] che sta appunto all’interno dei dispositivi dei miliziani di ICE per i rastrellamenti all’interno dei territori statunitensi.

La ministra degli interni britannica, la Home Secretary, ha appena pubblicato le linee guida per la riforma delle forze dell’ordine britanniche in chiave di normazione dell’utilizzo (già in corso da anni, ma che esce da una zona grigia e si moltiplica) del riconoscimento biometrico e dell’intelligenza artificiale. Tecnologie predittive per riformare appunto le forze dell’ordine britanniche: è uno dei cambiamenti più radicali nella storia recente delle forze dell’ordine in generale, perché viene appunto progettato nell’insieme questo corpo di trasformazione. All’interno di questo corpo di trasformazione, di questa traiettoria, un ruolo centrale ce l’avrà appunto Corsight, come già emerso.

Dagli elementi preliminari sappiamo anche che i carabinieri italiani utilizzano tecnologia di riconoscimento facciale Corsight, come è uscito, anche se con pochi dati, da una recente inchiesta su Fanpage.

Oltre appunto però alla biometria, torniamo al discorso degli spyware. Abbiamo visto che all’interno dei fondi di ricerca europei Horizon, Israele partecipa a programmi per la crittografia e il quantum computing: gli strumenti più venduti dell’apparato industriale sorvegliante israeliano sono appunto gli spyware. All’interno del mondo degli spyware ci sono quelli di Candiru, ci sono quelli di NSO GroupNSO Group sono un po’ i cattivi, sono quelli che sono balzati maggiormente all’onore delle cronache perché vendono le loro licenze per questo strumento – teoricamente antiterrorismo – più o meno a chiunque gliele chieda, per monitorare giornalisti, attivisti, e via dicendo. Il software Pegasus di NSO Group è stato trovato nel telefono della moglie del giornalista Khashoggi, prima che appunto venisse smembrato in un consolato saudita ad Istanbul. E poi c’è Paragon Solutions.

Paragon Solutions, invece, cercano di porsi un po’ come quelli corretti, come i buoni nel mercato degli Spyware rispetto ai cattivi di NSO Group. Paragon Solution, ricordiamo, in Italia è stato al centro di questo teatrino: il suo software di spionaggio dei dispositiviGraphite è stato trovato sui telefoni di giornalisti di Fanpage invisi al governo Meloni per le inchieste su Gioventù Nazionale, oltre che trovato sui dispositivi di attivisti di ONG per il soccorso di migranti, e di fronte a ciò, Mantovano, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha detto: «Noi non possiamo dire nulla, diciamo che alcuni fenomeni riguardano la sicurezza nazionale, altri no. Non abbiamo mai acquistato licenze per spiare i giornalisti. Provate il contrario».

Sarebbe abbastanza semplice provare il contrario, perché Paragon Solutions evidentemente avrà un registro di cosa è avvenuto. Ad acquistare le licenze dicono che magari non sia stata l’Italia…

Di fatto, comunque, Paragon Solutions vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine e se fino a qualche anno fa l’utilizzo dei captatori informatici, appunto degli spyware, era limitato, sia perché il mercato era meno esteso, sia perché non c’era una normazione chiara a riguardo, adesso vengono sostanzialmente equiparate alle intercettazioni ambientali. Sono in grado di attivare e disattivare i microfoni e le videocamere dei telefoni in momenti specifici, sono in grado di controllare tutta la corrispondenza delle telecomunicazioni.

Perché è interessante proprio Paragon Solutions? Non solo perché il suo software spia è stato trovato in contesti di – diciamo – repressione del dissenso in Italia in particolar modo, mentre invece l’altra gamma in cui sicuramente opera è per il discorso della “sicurezza nazionale” e come tendono a definire loro i fenomeni… Ma Paragon Solution è fondata non da un militare qualunque dell’esercito israeliano, è fondata da Ehud Barak. Ehud Barak è sia un ex militare, sia un ex primo ministro israeliano. Ehud Barak, tra l’altro, è una persona che ha dei canali di collegamento con l’apparato di sicurezza italiano, oltre a essere tra l’altro probabilmente uno dei burattinai dietro l’asset Jeffrey Epstein come asset di dossieraggio e ricatto delle persone più potenti al mondo, visto che appunto ci sono contatti dimostrati tra Ehud Barak e Jeffrey Epstein… Ehud Barak che fonda un’azienda di spyware che vende alle forze dell’ordine anche italiane. Barak è anche una persona che lo stragista miliardario dell’amianto Schmidt Diney, ha contattato per essere assolto (ed è stato poi assolto in Italia) dalla strage dell’amianto che ha compiuto.

Al di là di tutto questo, per concludere, un contesto veramente importante sono le forze dell’ordine locali.

Le forze dell’ordine locali, perché sono molto permeabili sia al lobbying, sia all’introduzione di nuove tecnologie. Per esempio, una tecnologia che si sta diffondendo all’interno dei comuni italiani è Safer Place. Vi leggo un breve estratto di un articolo del 2023 del prestigioso quotidiano “La Provincia di Cremona”: «Il Comune di Cremona doterà una parte delle auto della polizia municipale con questo sistema derivato dal settore militare (non si specifica settore militare israeliano), nel quale viene utilizzato in particolare nella lotta contro il terrorismo. A Cremona, anziché monitorare situazioni di potenziale pericolo legato ad attentati, Safer Place sarà utilizzato per individuare e nel caso sanzionare comportamenti scorretti alla guida; il dispositivo è già in utilizzo in vari capoluoghi italiani». Siamo nel 2023… grazie alla connessione tra quanto registrato dalle videocamere e il software di elaborazione, la capacità di scansionare tutte le targhe visibili, di collegarsi al database ministeriale e di controllare in automatico se dovessero esserci problemi per la mancanza di revisione, assicurazione o addirittura auto nelle liste nere, quindi auto – per esempio – che possono essere veicoli che devono essere bloccati perché sospetti di essere stati coinvolti in dei reati. Sostanzialmente questo sistema si basa sulla lettura di targhe e la lettura di targhe è quella forma di riconoscimento degli oggetti molto affine al riconoscimento facciale: se il nostro volto viene trasformato in un codice, il nostro volto diventa la nostra targa.

Sostanzialmente, adesso si stanno normalizzando all’interno dei comuni italiani degli strumenti di riconoscimento automatizzato. I primi sono stati attivati con le ZTL semplicemente per riconoscere se determinati veicoli potevano accedere a delle “zone rosse”. Si stanno moltiplicando le Zone Rosse per umani e stanno moltiplicando tecnologie in grado di automatizzare il riconoscimento e l’analisi dei dati che riguardano un veicolo.

Ci sarebbe poi tutta una parte sulla formazione delle forze dell’ordine, i corsi antiterrorismo, i contatti, appunto, tra forze dell’ordine e l’ apparato sionista, o per esempio i corsi di indottrinamento recentemente emersi per – di fatto – formare le forze dell’ordine in un’ottica di rappresentazione delle mobilitazioni per Gaza come eterodirette dal Qatar e dai Fratelli Musulmani, sostenendo che il genocidio non è mai avvenuto. Ci sono poi dei corsi professionali di formazione del comando interforze (e quindi funzionari di polizia, carabinieri, Guardia di Finanza) che vanno in Israele a farsi addestrare dalle truppe delle forze speciali israeliane, e ci sono anche quei corsi privati fatti da aziende della formazione israeliana. Per esempio, c’è questa azienda che si chiama Cherries (come “ciliegie”) Counter Terror, che rilascia attestati con il grado di «addestramento israeliano per il riconoscimento dei comportamenti». Il loro motto è: «una delle differenze fondamentali nella metodologia israeliana di sicurezza è che noi non cerchiamo armi, ma cerchiamo terroristi» e quindi tutta una formazione sulla lettura della comunicazione non verbale e via dicendo. Non mi dilungo oltre.

Grazie mille per questa iniziativa veramente importante. Buona lotta a tutte le compagne e i compagni. Ciao.

Redattore di Bello come una prigione che brucia- Radio blackout Torino

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Sabotiamo la guerra e la repressione testi / texts

UNA PROPOSTA CHIARA_ Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio





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Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti, compreso quello interno della repressione.
Il 7 febbraio
più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già stati oltre un migliaio
di
morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni

radicali
che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo Stato porta avanti contro la nostra classe.
Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il livello della partecipazione è stato buono.
Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e benpensanti.
E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra, prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di unire le lotte di chi vi si oppone.
Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi).
Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali, raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli interventi:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/
Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori.
Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato, questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di eco nazionale.
E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda.
Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo” – Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati.
Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”, tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione, fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi.
Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva, anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare.
Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva, non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno.
In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti, magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali.


Assemblea Sabotiamo la Guerra

Rete dei comitati e collettivi di lotta