PRIGIONIERI/E RIVOLUZIONARI/E, REPRESSIONE E LOTTE ANTIMPERIALISTE NEL MONDO
Allora aggiungo alcune cose in continuità, all’intervento che ha fatto adesso Carlo.
Innanzitutto ricordando che in Italia, oltre appunto 41 bis, abbiamo un gruppo di
prigionieri e prigioniere rivoluzionarie che sono in carcere da 44 anni. Proprio in questi giorni cade questo “anniversario” per molti di loro, un numero che fa veramente paura. Militanti quasi tutti/e catturati/e nel fatidico anno 1982. L’ 82 è stato l’apice di tutto il ciclo degli anni ’70. Nell’80 furono arrestate circa 1000 persone e altrettante, circa 1200 nell’82, numeri che danno la dimensione dello scontro. Naturalmente la maggioranza aveva una partecipazione limitata ai movimenti, quindi ha subito condanne anche pesanti ma non ergastoli. Gli ergastoli hanno colpito solo una parte di questi/e militanti, fra cui appunto questi/e che sono tuttora in carcere, che sono esattamente 15.
Tutti/e militanti, tra l’altro, delle Brigate Rosse. Dico la loro identità perché ci tengono, sono condannati agli ergastoli perché hanno partecipato a operazioni di un certo livello e sono ancora dentro perché non hanno mai accettato una forma di ravvedimento, di resa, di capitolazione, di dissociazione, mentre purtroppo in Italia abbiamo assistito ad un penoso spettacolo di vari tradimenti che hanno decimato le fila rivoluzionarie negli anni. Soprattutto alla fine degli anni ’80.
L’importanza di questa loro resistenza è stata assunta politicamente dal Soccorso Rosso internazionale, e mi presento anche per chi non lo sa, io faccio parte di questa che è un’entità modesta ma trasversale ad alcuni paesi in Europa e fino alla Turchia
E spendo due parole al riguardo, essa venne formata alla fine degli anni ’90, in dialettica con prigionieri/e rivoluzionari/e in carcere. Un percorso di aggregazione proprio sul rifiuto
delle derive di dissociazione e resa. Cioè, al di là dei tanti errori che si possono fare nei
percorsi rivoluzionari o di liberazione sociale, anticoloniale e antimperialista, comunque gli
errori ce li dobbiamo vedere fra di noi nei ranghi nostri e non trasformarli in materia di commercio con gli oppressori, con i dominanti. Questa è una regola proprio basilare,
minima, che è sempre stata vera in tutti i cicli storici, perché anche se in Italia ha avuto
proporzioni un po’ pesanti, questo fenomeno di deriva però è esistito in tutti i cicli
rivoluzionari dall’inizio del 900. Bisogna esserne coscienti e saper affrontare la contraddizione.
Questi/e militanti che resistono in carcere sono veramente un esempio, ma ce ne sono stati diversi/e che sono usciti anni prima pur facendo il loro dovere (come si diceva, avendo condanne “minori”) e sono stati comunque tanti/e. Insieme rappresentano proprio la coerenza e il coraggio perché è chiaro che, oltretutto, non rinunciando e rafforzando la propria identità, non è che sono diventati dei residui, delle specie di zombie che stanno chiusi lì. A volte c’è la visione del carcere come un buco nero, dove si è sottratti/e alla vita, ma non è così. Questo dipende proprio dalla risposta che i militanti danno: se è una risposta attiva, viva, resistono. E qui citerò subito un esempio, un militante che partecipò
alla formazione del soccorso rosso internazionale all’epoca, George Abdallah.
George Abdallah forse la maggioranza l’han sentito nominare ultimamente, quando è stato
liberato dopo 41 anni di carcere dalla Francia ed è tornato al suo paese in Libano. E lì, tra
l’altro, ha ripreso un ruolo politico attivo, ma che lui manteneva già in carcere, perché ha sempre mantenuto viva questa dialettica con l’esterno, coi movimenti. Quando è stato liberato, a chi gli chiedeva, appunto (soprattutto i giornalisti o questi intellettualini che prima si citava): ”ma come ha fatto a sopravvivere a quarantun’anni di carcere?”
Lui, molto serenamente, rispondeva: “Non è merito mio. È merito del collettivo, dei movimenti, del mio rapporto con loro. È un merito sempre collettivo.” E questa è proprio una bellissima risposta, perché a noi non piacciono gli eroi; come scrisse Bertolt Brecht, “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Abbiamo bisogno di eroismo, sì, perché a quei livelli lì è anche eroismo, ma non di eroi. E lui rende merito a quella che è la dimensione collettiva
comunitaria. D’altronde è già risuonato negli interventi precedenti sulle cose da fare oggi.
Qual’è una delle cose fondamentali? È costruire solidarietà e senso comunitario. Senza queste cose qua non sarebbero esistiti né i cicli di lotta degli anni ’70, né la classe operaia che ha avuto questa forza e questa grande dignità e identità in certi anni. E su quella base lì poi si possono fare altri passi. Però questa di sicuro è la prima cosa, secondo me, da alimentare. Sono d’accordo, appunto con chi ha parlato prima, che le dobbiamo alimentare oggi, tanto più nelle società come le nostre occidentali, che sono estremamente disgregate, perché lo sappiamo che uno dei punti di forza del popolo palestinese e di tanti altri popoli oppressi è che questo spirito, questa vita comunitaria, comunque in buona parte ce l’hanno ancora, nonostante gli sforzi del capitalismo di inondarli con vari veleni disgreganti. Quindi questa cosa qua è per capirsi sul valore di questi/e prigionieri/e e del fondamento della loro resistenza..
Allora, quando si formò alla fine degli anni ’90, l’SRI ebbe un preambolo prima di tutto all’interno delle prigioni, cioè furono dei nuclei di prigionieri che formarono una piattaforma di mutuo soccorso, di mutuo aiuto. L’idea era di costruire delle relazioni attive che sostenessero quelli/e che in una data situazione, in Turchia, o in Spagna o in Italia, iniziavano una lotta; per farla risuonare ovunque e costruire anche dei momenti comuni di lotta attraverso i paesi. Questa piattaforma significativamente la chiamarono Piattaforma 19 giugno 1999 perché fu fatta nel ’99. Mentre Il 19 giugno, molti lo sapranno, è una data storica, l’enorme massacro che il regime capitalista del Perù, a direzione socialdemocratica all’epoca, operò contro i prigionieri/e del Partito Comunista del Perù Sendero Luminoso, che conduceva la guerra popolare di lunga durata. Massacrarono in un paio di giorni 300 donne e uomini in due prigioni, che da tempo erano in lotta e creavano grossi problemi al controllo statale. E siccome i prigionieri/e lottarono fino alla fine, Sendero Luminoso trasformò in loro onore il 19 giugno nella giornata che chiamarono effettivamente “giornata dell’eroismo rivoluzionario”, per assumere in seguito la denominazione “giornata internazionale dei rivoluzionari/e prigionieri/e” Nel ’99 appunto viene ripresa questa data significativa per dare un senso anche di continuità fra le lotte, fra le rivoluzioni nel mondo.
Contemporaneamente formammo il Soccorso Rosso Internazionale all’esterno, che, tra l’altro, comprendeva e comprende ex prigionieri/e. Ancora una cosa sulle date, ricordiamoci, si è parlato appunto dei precedenti del 41 bis, come si è arrivati all’articolo
90, alle carceri speciali, il 1982. Il gennaio ’82 soprattutto è molto simbolico, perché?
Fu il punto forse più alto della lotta rivoluzionaria in Italia. All’epoca era in corso il sequestro Dozier. Dozier era un generalone americano. comandante della NATO su ampia area euro mediterranea, un boia che aveva fatto carriera in Vietnam. Era stato catturato dalle Brigate Rosse e fu liberato solo grazie alle torture che venivano inflitte ai militanti arrestati/e in quei mesi. All’epoca il governo italiano aveva deciso un salto preciso nello scontro, passando all’uso sistematico della tortura scientifica. E purtroppo i risultati li ottenevano.
Quindi in quella vicenda lì si incrociano almeno tre elementi. Intanto il punto alto della lotta rivoluzionaria, perché la NATO fu toccata ad uno dei punti più alti che mai fosse successo in Europa, dall’altro, appunto, la questione della tortura, la questione di come lo Stato e l’imperialismo rispondono a questo livello dello scontro. Naturalmente la tortura italiana fu fatta da sgherri sotto supervisione e coadiuvati dalla onnipresente CIA. Molti militanti crollarono, uno di quelli che resistette, praticamente a tre giorni di tortura, Cesare Di Lenardo, un giovane operaio all’epoca. Parliamo di un ventenne, 22 anni o giù di lì. Lui è ancora in carcere oggi, 44 anni dopo, con una fermezza ideologica e politica, quella che citavo precedentemente. E quando si parla di questo, loro dicono: “Non ci presentate come super donne e super uomini, noi siamo espressione della forza della lotta di classe, della lotta antimperialista di quel ciclo là in Italia” . Anche questo è un segno di modestia e di senso collettivo, che è importante che noi raccogliamo, perché voglio dire che se in un paese occidentale si è espresso un tale livello di forza, di dignità, bisogna capirne il valore, il fondamento. Credo che un salto di qualità è stato fatto, è una forza che resta per noi come classe. Appunto, quando spesso parliamo di classe, la classe cos’è? La classe è avere anche questa identità qua. Siamo fieri della rivoluzione sovietica, della rivoluzione cinese, del Vietnam, e oggi dell’eroismo palestinese. Tante cose che fan parte di un nostro patrimonio, sono quelle cose che ci fanno dire, come è stato detto, che è possibile resistere, è possibile lottare, è possibile andare avanti, perché spesso il nostro nemico è la demoralizzazione, l’autocensura, il non avere più coraggio, la speranza di lottare. Queste sono dimostrazioni che si può resistere, che si può andare oltre.
E su questo mi riaggancio anche al discorso su Alfredo Cospito. Perché? La
mobilitazione per lui è stato un salto di qualità enorme, perché per la prima volta non solo si è rotto il tabù del 41 bis che in sostanza lo Stato gestiva con la narrazione contro i mafiosi (che poi anche quello è tutto da discutere, visto che i grossi mafiosi sono al potere, in galera ci sono “i picciotti”). Lì si è rotto questo tabù. Si è visto intanto che cos’è un trattamento di tortura che comunque non merita nessuno. E secondo, si è arrivati a una mobilitazione che ha coinvolto, per esempio, i sindacati di base. Adesso qui avevamo appunto rappresentanti del Si Cobas. Ci ricordiamo che in quell’epoca là il SI Cobas, anche l’USB e altri sono scesi in piazza, hanno fatto dei segni di solidarietà, hanno aperto i microfoni durante i comizi, dicendo sì, oltre alla repressione contro i sindacati, contro i picchetti, eccetera, c’è anche questa repressione. Cioè c’è stato un salto di qualità fondamentale a riconoscersi come classe, come fronte, di fronte a una repressione che in varie gradazioni ci coinvolge tutti.
Appunto, prima Carlo diceva: il rischio del 41 bis non è solo la cosa in sé, ma che informa l’insieme della repressione, che tutto è tenuto dalla stessa logica di classe e imperialista.
Tra l’altro, oggi c’è un’altra cosa, un’altra dimensione che ci dà la possibilità di dare una continuità a questo salto di qualità. Oggi ci sono più di 10 militanti o semplici proletari palestinesi che sono stati arrestati, incarcerati in questi ultimi mesi. I vecchi compagni che li accolgono nelle loro sezioni, a Rossano, a Terni, ad Alessandria e altrove, nelle sezioni speciali, ne sono ben contenti, perché si ritrovano questi giovani, spesso espressione di tutto un’altro mondo, che loro non conoscono o conoscono in parte, e si creano queste commistioni di solidarietà. Ovviamente in carcere la solidarietà è molto facile, diciamo così, nella sofferenza le persone si uniscono facilmente e anche di mondi diversi. Cioè ci sono i palestinesi, ci sono arabi già da prima, ci sono curdi, ci sono pakistani, albanesi, tutti imputati, ovviamente per associazione sovversiva, banda armata, eccetera, che si ritrovano con questi vecchi compagni e con più giovani, incarcerati più recentemente, soprattutto dell’area anarchica. Quindi noi abbiamo una situazione anche carceraria che evolve in un senso interessante. Certo, non è interessante stare in galera, ma se ci si è, voglio dire, bisogna cogliere gli aspetti positivi: la difesa dei prigionieri, quella politica non umanitaria, la difesa del senso del perché si è in carcere, delle ragioni e delle motivazioni di lotta è l’atto principale.
Abbiamo avuto l’esempio di Anna, della sua lettera, luminosa anche lei, sullo stesso stile dei vecchi/e compagni/e e di Alfredo Cospito. Cioè questo tipo di attitudine è fondamentale di fronte alla repressione: non cedere, non cedere. Poi è difficile, è chiaro, ed è lì che conta anche la solidarietà, quello che diceva George Abdallah. Lui ha resistito, ma non solo per questo suo non cedimento, ma perché è stato sostenuto. Pensiamo che per George Abdallah alle ultime manifestazioni davanti al carcere (e parliamo di un carcere piazzato in un enclave tipo Tolmezzo o Lampedusa, per dare l’idea delle distanze) e ci andavano 2/3.000 persone. Quindi questa solidarietà lui la riceveva eccome.
Sulla questione del fronte contro la repressione cito solo en passant così tutti i fatti
che ultimamente ci possono interessare. Dei palestinesi, già detto, ci sono attualmente
resistenze in carcere in Irlanda, in Grecia, in Spagna, in Euskadi, in Germania. Addirittura
queste vecchie militanti della Raf che sono catturate trent’anni dopo e che sono sempre
come quelli citati, determinate nelle loro posizioni. E gli/le antifascisti/e a Budapest, di cui abbiamo visto ultimamente le condanne per Maya, Gabri e Anna a 7/8 anni, e di carcere
ungherese coi nazisti come carcerieri. Abbiamo i portuali, in particolare fra i sindacati di
base, che sono accusati di associazione a delinquere, cioè abbiamo anche questi
passaggi repressivi che noi possiamo assumere proprio in una logica di fronte.
Se ognuno si fa il suo caso a sé, è chiaro che diventano casi difficili o in cui si perde
questo filo di appartenenza. Invece la questione è proprio di stare insieme. Direi anche, pur con le con le distanze politiche che ci sono, il caso dell Askatasuna. Non so quanti qui, ma almeno un’area politica come la mia un po’ di diffidenza l’abbiamo sempre avuta, perché nel passato, insomma, hanno giocato un po’ ai “buoni e i cattivi”; tenevano le distanze, hanno fatto anche alcune cose, diciamo pure brutte. Però in questo caso qua, dopo gli scontri di del 31 gennaio, hanno avuto una posizione, bisogna dire, corretta, non hanno fatto prese di distanza, hanno difeso la manifestazione in tutte le sue componenti, quindi coprendo quelli che hanno fatto gli scontri e dicendo che appunto il futuro sta nella lotta,
che bisogna andare avanti e che bisogna difendere tutti, eccetera. Quindi ci sono degli avanzamenti che bisogna anche saper registrare. No, non è che la gente resta sempre o brutta o arretrata, ci sono degli avanzamenti. Credo che sul fronte dell’antirepressione effettivamente oggi c’è questo avanzamento, perché la percezione del pericolo di guerra, del fatto che la guerra può arrivare anche qui, che il mondo sta degenerando in quel senso, ce l’ha molta gente, anche della gente comune, e questa è una cosa che possiamo cogliere, che possiamo cogliere e trasformare in un punto di forza nostro se avanziamo anche noi. Cioè il fatto che il sistema non ha più delle possibilità di sviluppo e cose da offrire, se non che l’orrore della guerra imperialista che, lo disse pure il Papa, ci sarà la terza guerra mondiale, anzi ci siamo già dentro, e su questo piano qua, noi dobbiamo offrire alla gente, alla nostra classe, una prospettiva che sia credibile e cominciare a costruirla. Un ultimo esempio, Minneapolis negli Stati Uniti, lì sembra proprio guerra civile strisciante. E assistiamo al fatto che masse enormi sfuggono a quello che è il controllo, la narrazione dominante, sfuggono, al ricatto istituzionale, cominciano a porsi sul terreno della lotta, dell’organizzazione indipendente, eccetera. Diciamo che chiaramente bisognerà, facendo tutti i passi intermedi, piccoli anche, offrire sempre di più queste due prospettive: solidarietà e resistenza. Così come ci affianchiamo ai palestinesi e ad altri popoli che sono in lotta nel mondo. Cito solo, per esempio, il processo rivoluzionario in India, di cui non si parla proprio, che si trova in un passaggio molto difficile, una guerra di sterminio. Anche lì c’è una guerra popolare rivoluzionaria da decenni e soprattutto negli ultimi anni, ma stanno affrontando dei massacri micidiali. Sono lì dei punti avanzati della rivoluzione nel mondo. Siccome credo che abbiamo una visione della rivoluzione come un processo storico che prenderà grandi epoche, neanche una sola, ma che va un po’ di qui, un po’ di là, un po’ in Asia, un po’ in Africa, un po’ nelle Americhe, un po’ anche, si spera, in Europa. Questo bisogna cogliere e solidarizzarsi assolutamente a quelli che sono i punti avanzati che ci sono oggi e quindi dobbiamo vederli per quelli che sono oggi e sostenerli in tutti i modi. E appunto, io concluderei su una cosa: che solidarietà e resistenza ci servono per costruire sempre più le nostre forze e che, come abbiamo detto in una in una formulazione sintetica, trasformando un po’ quella più teorica di Lenin, noi siamo nell’epoca in cui
la nostra unica prospettiva è trasformare le guerre dei padroni in guerra ai padroni.
Questa è la prospettiva in cui situare la stessa solidarietà e resistenza. E buonasera a tutti/e.
SOCCORSO ROSSO INTERNAZIONALE
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