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Sabotiamo la guerra e la repressione

La “generazione Palestina” tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Giovani Palestinesi Italia

TESTO ITA

Negli ultimi anni il tema della Palestina ha mosso un senso collettivo che vada oltre la solidarietà verbale, l’indignazione momentanea. Abbiamo visto risvegliarsi una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva e performativa. Grazie anche all’identificazione di un fil rouge che lega molti dei conflitti contemporanei, divisione, marginalizzazione e discriminazione hanno tutti un denominatore comune, lo stesso denominatore che alimenta la macchina di guerra e la logica imperialista che opprime e occupa la Palestina. Ma non solo. Tutte le comunità e soggettività sono soffocate e marginalizzate dallo stesso sistema, onnipresenza nelle loro quotidianità. Che crea un maggior divario economico e sociale a livello mondiale. La morte in Palestina, che agli italiani sembra lontana, è a spese di un governo filo sionista e capitalista, il nostro, il progetto e lo sviluppo tanto inseguito dal governo Meloni, non sono che una falsa illusione, una pretesa sotto cui cresce un piano di riarmo e di guerra. Questa sistematica marginalizzazione trascende ogni confine, incluso il confine sud nord globale. È da questa nuova presa di coscienza che nasce la generazione Palestina. Inizia a riconoscersi, a pensarsi, a immaginarsi come soggetto politico che abbandona un vittimismo forzato e imposto, frutto di narrazioni umanitarie e monolitiche. Ci troviamo oggi quindi a ragionare su questo passaggio, uno strumento chiave per leggere e capire la legittimazione di questi meccanismi attraverso la razzalizzazione. Un progetto attraverso il quale un gruppo dominante attribuisce caratteristiche razziali, disumanizzanti e inferiorizzanti a un gruppo dominato attraverso forme di violenza, producendo una condizione di sfruttamento e esclusione materiale e simbolica. Analizzare le recenti mobilitazioni all’interno di questo quadro permette quindi di capire perché proprio i giovani riconoscono immediatamente, nei dispositivi che colpiscono la Palestina, gli stessi dispositivi che organizzano e determinano la loro vita qui in Europa e in Italia. Le nuove generazioni, composte da giovani delle seconde generazioni, da figli e figlie delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso, stanno descrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si trova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Questo ha generato situazioni in cui abbiamo potuto analizzare e vivere le realtà palestinesi e quelle italiane in conversazione. Motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, a nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, e dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi dalla parte dei palestinesi, ma non troppo. Tutto ciò in un contesto, quello italiano, segnato dal razzismo istituzionale e diffuso che, delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, stiamo infatti assistendo all’entrata in vigore di nuovi pacchetti sicurezza, fortemente indirizzati alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate. Un passaggio importante di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a presentare narrazioni che assumono un atteggiamento paternalistico verso i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, dichiarano la miglior soluzione e creano una versione dei fatti che sia facilmente accettabile per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la generazione palestina ha tentato di rompere questo schema, ha iniziato di parlare direttamente, senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Tramite social media, interventi spontanei in piazza e comunicati scritti da chi vive la Palestina sulla propria pelle, tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contro narrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalle dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato questa comunità da fuori. È da queste sfide che possiamo comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato, è da recuperare in maniera rielaborata e trasversale, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone. È ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria, color blind e capitanato da una sinistra italiana bianca incapace di rendere una lotta politica conflittuale e anticapitalista, fa fatto emergere la complessità e eterogeneità anche in termini di composizione politica all’interno delle stesse comunità arabe tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere cause più disparate: il paese di provenienza, le generazioni di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la che vuole la comunità araba o anche quella palestinese e questa seconda generazione di cui si parla come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Le divisioni più nette e pericolose è giusto ricordare che sono volute dalle classi dominanti per frammentare e depotenziare un movimento che ha tutte le potenzialità per combattere il sistema ingiusto che è il nemico. Combattere contro un sistema imperialista, capitalista, sionista e fascista impone riconoscere le differenze. E’ una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Queste differenze e il legame più o meno diretto con la Palestina o con altri contesti coloniali influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale. Che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro una identità politica preconfezionata. Esiste una distanza tra dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche. Non si tratta di un rifiuto a prescindere, una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati. Questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La generazione palestina si muove con codici diversi, non è interessato riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionino oggi, che parlino ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica che promuoviamo proprio in spazi come questo. La Palestina, per concludere, non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati, la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare o perlomeno rappresentativa dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in questi meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente, una spiegazione a qualcosa che per molto tempo è stato inspiegabile. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire: io ci sono, io esisto, io ho una voce senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere, nonostante la repressione, la criminalizzazione e la delegittimazione continua. Da cui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranee ai metodi di fare militanza prettamente bianchi italiani. Da qui la necessità di indagare come rilanciare questi anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Tutto questo poi deve formare il modo in cui si pensa al futuro, alla lotta antiimperialista e anticapitalista, alla liberazione della Palestina che parte dall’Italia a prescindere dai governi, dalle contraddizioni che emergono tra le realtà militanti di quello che dicono i giornali e che non dicono. Dei modi perversi con cui le istituzioni reprimono la libertà di espressione e di dissenso, la Palestina che resiste sarà libera a prescindere, non solo nella retorica, ma nell’applicazione reale di quello che questa lotta significa per tutte le realtà che la circondano. Grazie.