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I testi del convegno che si è svolto il giorno 8 febbraio a Viterbo verranno pubblicati mano a mano che questi saranno disponibili.

(ascolta gli audio del convegno)

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Sabotiamo la guerra e la repressione

La “generazione Palestina” tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Giovani Palestinesi Italia

TESTO ITA

Negli ultimi anni il tema della Palestina ha mosso un senso collettivo che vada oltre la solidarietà verbale, l’indignazione momentanea. Abbiamo visto risvegliarsi una generazione che non si limita ad una solidarietà passiva e performativa. Grazie anche all’identificazione di un fil rouge che lega molti dei conflitti contemporanei, divisione, marginalizzazione e discriminazione hanno tutti un denominatore comune, lo stesso denominatore che alimenta la macchina di guerra e la logica imperialista che opprime e occupa la Palestina. Ma non solo. Tutte le comunità e soggettività sono soffocate e marginalizzate dallo stesso sistema, onnipresenza nelle loro quotidianità. Che crea un maggior divario economico e sociale a livello mondiale. La morte in Palestina, che agli italiani sembra lontana, è a spese di un governo filo sionista e capitalista, il nostro, il progetto e lo sviluppo tanto inseguito dal governo Meloni, non sono che una falsa illusione, una pretesa sotto cui cresce un piano di riarmo e di guerra. Questa sistematica marginalizzazione trascende ogni confine, incluso il confine sud nord globale. È da questa nuova presa di coscienza che nasce la generazione Palestina. Inizia a riconoscersi, a pensarsi, a immaginarsi come soggetto politico che abbandona un vittimismo forzato e imposto, frutto di narrazioni umanitarie e monolitiche. Ci troviamo oggi quindi a ragionare su questo passaggio, uno strumento chiave per leggere e capire la legittimazione di questi meccanismi attraverso la razzalizzazione. Un progetto attraverso il quale un gruppo dominante attribuisce caratteristiche razziali, disumanizzanti e inferiorizzanti a un gruppo dominato attraverso forme di violenza, producendo una condizione di sfruttamento e esclusione materiale e simbolica. Analizzare le recenti mobilitazioni all’interno di questo quadro permette quindi di capire perché proprio i giovani riconoscono immediatamente, nei dispositivi che colpiscono la Palestina, gli stessi dispositivi che organizzano e determinano la loro vita qui in Europa e in Italia. Le nuove generazioni, composte da giovani delle seconde generazioni, da figli e figlie delle migrazioni, ma anche da chi si riconosce nelle battaglie che partono dal basso, stanno descrivendo i linguaggi e i luoghi della politica, dove l’identità non è fine a se stessa, ma un filo conduttore a tutte le lotte di liberazione. Si trova a volerlo fare con urgenza, ma non sempre con gli strumenti politici per farlo. Questo ha generato situazioni in cui abbiamo potuto analizzare e vivere le realtà palestinesi e quelle italiane in conversazione. Motivo di ulteriore spinta al protagonismo e al confronto, a nostro modo di vedere, è una risposta alla costante tensione generata dalla spinta delle realtà palestinesi nel farsi portavoce in Italia della resistenza in tutte le sue forme del popolo palestinese contro il sionismo e la colonizzazione, e dalla tendenza da parte di molte realtà italiane alla pacificazione e al porsi dalla parte dei palestinesi, ma non troppo. Tutto ciò in un contesto, quello italiano, segnato dal razzismo istituzionale e diffuso che, delegittima e criminalizza sistematicamente il protagonismo politico, ancora più se conflittuale, delle comunità arabe. Per quanto riguarda le istituzioni, stiamo infatti assistendo all’entrata in vigore di nuovi pacchetti sicurezza, fortemente indirizzati alla repressione di pratiche conflittuali, in particolare se portate avanti da quelle fasce di popolazione razzializzate. Un passaggio importante di questi due anni è stato capire quanto la battaglia non fosse solo nelle strade, ma anche nel modo in cui gli eventi vengono raccontati. I media italiani continuano a presentare narrazioni che assumono un atteggiamento paternalistico verso i palestinesi e depoliticizzano i giovani arabi e razzializzati in generale. Parlano al posto loro, filtrano le loro parole, dichiarano la miglior soluzione e creano una versione dei fatti che sia facilmente accettabile per un pubblico bianco e pacificato. Al contrario, la generazione palestina ha tentato di rompere questo schema, ha iniziato di parlare direttamente, senza mediatori e senza chiedere permesso a nessuno. Tramite social media, interventi spontanei in piazza e comunicati scritti da chi vive la Palestina sulla propria pelle, tutto questo ha creato uno spazio comunicativo inedito dove è possibile dire ciò che per anni è stato censurato. Creare contro narrazioni significa quindi non solo rispondere ai media, ma costruire una voce collettiva che finalmente non dipende più dalle dalla legittimazione di istituzioni e giornali che hanno sempre raccontato questa comunità da fuori. È da queste sfide che possiamo comprendere come il tema della razza, per molti versi accantonato, è da recuperare in maniera rielaborata e trasversale, sia stato e rimanga centrale nell’individuare i vari livelli di oppressione e disgregazione che il sistema capitalista ci impone. È ancora di più per capire come inquadrare un antirazzismo come lotta portata avanti da chi in prima persona è razzializzato, lasciando da parte quello che storicamente è stato un antirazzismo di matrice prettamente umanitaria, color blind e capitanato da una sinistra italiana bianca incapace di rendere una lotta politica conflittuale e anticapitalista, fa fatto emergere la complessità e eterogeneità anche in termini di composizione politica all’interno delle stesse comunità arabe tra le diverse organizzazioni arabe e palestinesi. Queste divergenze e increspature possono avere cause più disparate: il paese di provenienza, le generazioni di appartenenza, la stessa famiglia di appartenenza, il credo religioso, le esperienze politiche pregresse, l’appartenenza di classe. Discutere e fare analisi su questo punto è di enorme importanza se si vuole iniziare a smontare la narrazione comune e semplificante che vuole la che vuole la comunità araba o anche quella palestinese e questa seconda generazione di cui si parla come qualcosa di omogeneo e facente riferimento a ideali comuni a tutte le persone che ne fanno parte. Le divisioni più nette e pericolose è giusto ricordare che sono volute dalle classi dominanti per frammentare e depotenziare un movimento che ha tutte le potenzialità per combattere il sistema ingiusto che è il nemico. Combattere contro un sistema imperialista, capitalista, sionista e fascista impone riconoscere le differenze. E’ una parte fondamentale del lavoro politico, non perché ci debbano dividere, ma perché ci aiutano a capire chi siamo davvero e quali strumenti servono a ciascuna parte di questa composizione. Queste differenze e il legame più o meno diretto con la Palestina o con altri contesti coloniali influisce sulle forme di partecipazione, di conflitto, di percezione del rischio, di priorità politica. In Italia spesso si parla di comunità araba come fosse un blocco unico. Questa è una semplificazione coloniale. Che cancella le sfumature reali. Analizzare le crepe, le contraddizioni è fondamentale perché significa dare la possibilità a ciascuna soggettività di sentirsi vista e non costretta dentro una identità politica preconfezionata. Esiste una distanza tra dalle strutture tradizionali della politica, partiti, sindacati, associazioni storiche. Non si tratta di un rifiuto a prescindere, una risposta a istituzioni che negli anni non hanno saputo rappresentare né comprendere le trasformazioni reali del paese. Per molti giovani, soprattutto razzializzati. Questi spazi risultano chiusi, gerarchici, guidati da persone che non parlano la loro lingua e non condividono le loro condizioni materiali. Questa frattura ha aperto la strada a forme nuove di organizzazioni, più orizzontali, più veloci, più legate ai bisogni immediati. La generazione palestina si muove con codici diversi, non è interessato riprodurre modelli del passato, vuole creare strumenti che funzionino oggi, che parlino ai margini, che sappiano trasformare la rabbia in potere collettivo. Questa distanza quindi non è un vuoto, è un terreno fertile per nuove forme di conflitto e di comunità politica che promuoviamo proprio in spazi come questo. La Palestina, per concludere, non mobilita solo sul piano politico. Per quanto riguarda i giovani, questa nuova generazione mobilita anche sul piano emotivo, identitario e intimo. Per molti giovani razzializzati, la Palestina non è lontana, è parte della propria storia familiare o perlomeno rappresentativa dei racconti ascoltati a casa, delle ingiustizie subite a scuola, nelle questure, nei negozi, nelle istituzioni. Guardare la Palestina significa anche guardare la propria vita e riconoscere in questi meccanismi coloniali qualcosa che li riguarda direttamente, una spiegazione a qualcosa che per molto tempo è stato inspiegabile. Questo ha trasformato le piazze in spazi di liberazione emotiva oltre che politica, luoghi in cui finalmente si poteva dire: io ci sono, io esisto, io ho una voce senza filtri. Ed è proprio questo legame emotivo così profondo e collettivo che ha permesso a questa generazione di resistere, nonostante la repressione, la criminalizzazione e la delegittimazione continua. Da cui l’importanza di porci domande sulla possibilità di organizzare e intercettare queste soggettività, per certi versi estranee ai metodi di fare militanza prettamente bianchi italiani. Da qui la necessità di indagare come rilanciare questi anni di mobilitazione e come queste piazze hanno cambiato chi le ha vissute. Tutto questo poi deve formare il modo in cui si pensa al futuro, alla lotta antiimperialista e anticapitalista, alla liberazione della Palestina che parte dall’Italia a prescindere dai governi, dalle contraddizioni che emergono tra le realtà militanti di quello che dicono i giornali e che non dicono. Dei modi perversi con cui le istituzioni reprimono la libertà di espressione e di dissenso, la Palestina che resiste sarà libera a prescindere, non solo nella retorica, ma nell’applicazione reale di quello che questa lotta significa per tutte le realtà che la circondano. Grazie.

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Sabotiamo la guerra e la repressione

L’uso della categoria “terrorismo” applicata alla resistenza palestinese

AUDIO TESTO

di Mjriam Abu Samra

Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia al ragionamento

Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia.

E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi.

Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro.

Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i “popoli del terzo mondo”.

Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli Stati Uniti.

Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che fosse concordata tra tutti i presenti.

L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo globale. Perché?

Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa. Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo.

Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo?

Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi, anche in Europa e in Italia.

Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi.

Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica, come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo di strutture di potere e il linguaggio che le legittima.

Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori.

Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere all’interno delle società occidentali.

Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo.

Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas, per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale, per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come appunto dicevo prima, universali.

Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina, ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri, ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato, possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria.

E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica, che spinga le masse al cambiamento.

Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia.

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Palestina- repressione e il caso di Anan Yaeesh

TESTO AUDIO

di Khaled El Qaisi

Buongiorno a tutti. Questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma immagino che diversi elementi poi ritorneranno in altri interventi successivi, tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un po’ tutti si siano imbattuti nel caso di AnanYaeesh, ed è un caso abbastanza emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del 2023.

Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile, la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse in quel lasso o in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione, che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un altro palestinese, sempre della Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora nelle carceri francesi e appunto, questa richiesta di estradizione qui per l’Italia siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un tentativo di creare un precedente, una sorta di apripista che potesse essere utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel corso degli anni diverse inchieste e richieste israeliane con invii di documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni, con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva Anan Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila, relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’ più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che decide se darvi seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno. E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato chiamato a rispondere su sull’estradabilità di un palestinese in pieno genocidio e fortunatamente si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano, andando a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele. Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni passaggi.

L’impianto difensivo, appunto, era basato su ciò che questi punti hanno tentato di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti essere estradato, puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. Questo processo inizia ad aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto, è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha fatto testimoniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano con i paesi del Sud, sud-ovest europeo.

E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza dei tre, ma si va a portare avanti un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale portare avanti una condanna come anche sull’altro fronte, andando a smontare diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente, che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze coloniali, a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche dalla Cassazione nella sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante siano dei gruppi paramilitari armati che portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme all’esercito di occupazione, quelli anche per il diritto internazionale, vengono riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i coloni israeliani, quello che è effettivamente l’operato di questi gruppi paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è sviluppato il dibattimento su questo binario.

Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due assoluzioni su tre, cioè veniva contestato ai 3 il 270 bis e la pena minima per Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese, che questo processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il termine, “tattici, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile al quale abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario, Shahin, e secondo noi è importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è parlato sulla stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso, non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre più palese nel corso degli ultimi anni: abbiamo qui in Italia centinaia di migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, la provenienza è prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una grande partecipazione non soltanto alle mobilitazioni politiche che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte. Lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, portando avanti questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam Shahin, per chi ha letto i documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi:

il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso.

Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a conclusione è il processo appunto di Campobasso. E un brevissimo accenno a quello di Genova.

Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un palestinese a cui viene contestato il 270 quinques che, se ricordate, è questo nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è quello noto, come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. È stato il primo utilizzo di questo articolo, di questo nuovo reato introdotto, per cui vediamo come viene poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile, partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad.

E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha avuto processo di Genova che deve ancora iniziare.

Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto. Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti, arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura. Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere. E per politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a qualche tempo fa ormai anacronistici, e si è comunque, nel corso di questi ultimi mesi, riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire a portare avanti un discorso anche più articolato in questo senso, per cui la grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo di portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno appunto (per chi ha letta) della documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e riportata in quella della DNA: una di queste associazioni, per esempio, ha ricevuto dei fondi dalla USAID statunitense, per darvi un’idea, per cui questo dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco. E che appunto quest’operazione, al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente condividiamo, è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere in questo senso: è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione sulla Palestina e anche, indirettamente, sugli altri temi sociali qui in Italia.

Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle quali si sono attenuti nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti-repressivo, che a nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è la tendenza.

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Sabotiamo la guerra e la repressione

INTRODUZIONE SABOTIAMO LA GUERRA E LA REPRESSIONE

TESTO / AUDIO

Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri, concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero molti da fare.

Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan, attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso.

Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma, mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo però ci possiamo trovare una “soluzione”.

Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora facciamo anche quello che serve e quello che va fatto.

Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna. Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi sgomberi ?
Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata.
Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera, che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato imperialista in quanto tale.
Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei padroni.
Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a tutto campo.
Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi.

Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3 gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese.
La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri, perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario, necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo schiacciamento dei proletari.

Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”, perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le premesse, con la condanna a di Anan.

Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà un’altra udienza per Ahmad Salem.

Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può, nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui.
Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa.

Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità d’azione e rivoluzione”.

Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più. L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al nemico di classe.
In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di unità d’azione tra rivoluzionari.

Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale. Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale.

Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’ fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione, perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze

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Sabotiamo la guerra e la repressione

Israele – UE relazioni tecnologiche e plasmazione della repressione

TESTO AUDIO

Un saluto a tutti i presenti, mi dispiace di non essere potuto venire per ascoltare anche gli altri interventi.

Sono Francesco Cibele di Radio Blackout. Cercherò di delineare alcune modalità di interferenza tra apparato tecnico militare sorvegliante israeliano e apparati repressivi europei. Ovviamente, come oramai è già stato definito in modo molto chiaro, Israele utilizza i territori palestinesi come laboratorio di ricerca, sviluppo, perfezionamento e marketing dei suoi prodotti, sia in ambito bellico, sia sorvegliante. La letalità e la sorveglianza di fatto si fondono costantemente. Sappiamo anche benissimo che questa unità di signal intelligence, sorveglianza avanzata dell’esercito israeliano, l’ “unità 8200” è anche un incubatore di startup. La sua finanziaria si chiama 8200 EISP (Enterpreneurship and Innovation Support Program) finanzia startup per veterani e veterane dell”‘unità 8200″. Questi aspetti, appunto, li diamo abbastanza per scontati.

Cerchiamo di andare a vedere come operino intanto a livello di plasmazione determinate aziende. Non facciamo un elenco, ma stiamo cercando di osservare più che altro delle traiettorie di trasformazione e in parte anche come operi la formazione, la cooperazione tra apparati repressivi e via dicendo. Intanto è chiaro che Israele, al di là degli accordi di cooperazione militare, quindi degli accordi con i governi di turno, seppure dotati di una certa stabilità, e gli accordi con le forze dell’ordine per la formazione, soprattutto in ambito di antiterrorismo, cyber-sicurezza e via dicendo, abbia una fortissima diplomazia industriale all’opera. Non c’è bisogno dei governi che stringono accordi: Israele porta avanti una diplomazia sotterranea con accordi industriali, sostanzialmente sia di partnership con aziende del settore, sia di presenza proprio di stabilimenti delle sue aziende in altri paesi. Pensiamo a tutto il caso di Elbit System nel Regno Unito, dove si crea questa rete di diplomazia industriale sostanzialmente molto forte.

Al di là di questo, Israele accede ai fondi europei per la ricerca e questo è un aspetto molto importante. Israele e le aziende militari, anche israeliane, accedono ai fondi europei Horizon. Diciamo che Israele, associato ai programmi quadro di ricerca e innovazione europei dal ’96, inizia a partecipare agli accordi e ai programmi Horizon (quindi finanziati con i fondi Horizon) dal 2014. I programmi Horizon spaziano in diversi generi di contesti, vanno dal medicale all’ambientale, alle tecnologie ambientali, al restauro, alla farmaceutica, eccetera. Quelli che ci interessano maggiormente sono l’ambito della robotica e dell’informatica. Dicevamo che formalmente i programmi militari non possono entrare all’interno dei finanziamenti Horizon. Eppure aziende militari israeliane riescono a bypassare questi limiti. Per esempio, c’è un programma di Elbit System che si occupa dello sviluppo di head-up display (quindi di visori che sovrappongono dati alla realtà) che è passato all’interno del capitolo “Sfide della società – Trasporti green” e via dicendo: come se fosse una tecnologia neutralmente applicabile all’aeronautica. Elbit System, Israeli Aerospace Industries e altre compagnie di scala diversa dell’apparato tecnomilitare israeliano partecipano a questi programmi finanziati dai fondi europei. In particolare, riescono a entrare proprio aziende militari, soprattutto all’interno del portafoglio dell’Internal Security Fund e del Civil Security for Society; sono fondi che si occupano di finanziare ricerca tecnologica in ambito di sorveglianza interna e controllo delle frontiere, quindi biometria, varchi biometrici alle frontiere, accoppiamento di dati raccolti dal volto di una persona rispetto al suo storico di documenti e altre informazioni che riguardano l’individuo.

Al di là di questo, appunto, già si evidenzia molto chiaramente come ci siano delle aree veramente molto liminali tra guerra e repressione. Queste aziende sono settore bellico sorvegliante: sostanzialmente si occupano di tecnologie applicate sia alla letalità sia al controllo e alla repressione.

I programmi dual-use di Horizon non sono solo quelli degli esempi citati dove hanno partecipato aziende israeliane, ma anche contesti quasi incredibili da raccontare: cioè programmi per l’antincendio, droni che calcolano la traiettoria di caduta di oggetti dall’alto: “liquidi antincendio” ovviamente… Peccato che siano aziende come Israely Aerospace Industries che si occupano poi di fare cadere esplosivi addosso alla popolazione di Gaza.

Altri programmi molto importanti sono quelli che riguardano la robotica e l’informatica. Attualmente sono in corso diverse partecipazioni di Israele nei programmi finanziati dai pacchetti dei fondi Horizon (che potete trovare su Cordis, che è il portale in cui vengono pubblicati tutti i progetti e i loro avanzamenti) dove Israele partecipa a diversi progetti in ambito di quantum computing e soprattutto di crittografia. Perché è importante la crittografia? Come i Large Language Models, i chatbot sostanzialmente, programmi importanti perché fanno parte dell’arsenale operativo israeliano per modificare, diciamo, il consenso attraverso la moltiplicazione di pareri, opinioni favorevoli online attraverso chatbot e via dicendo… ma soprattutto perché la maggior parte dei prodotti che Israele vende all’apparato repressivo riguardano proprio il “bucare” le protezioni dei dispositivi.

Diciamo che ci sono due grandi famiglie di prodotti di questo tipo: ci sono quelli come Cellebrite che si chiamano Mobile Devices Forensic Tools, quindi dispositivi per l’analisi forense delle tecnologie mobili dei telefonini, e in questo caso Cellebrite è il prodotto più noto, che abbiamo visto venire progressivamente sempre più impiegato, il cui l’uso viene sempre più normalizzato in Italia.

E se Cellebrite viene definita una tecnologia di grado militare, adesso vediamo che molte forze di polizia locale e di polizia stradale, hanno licenze Cellebrite in Italia – per esempio – per entrare nei dispositivi dopo gli incidenti e vedere se una persona era al telefonino mentre si è schiantata contro un lampione. Cellebrite non si occupa solo di quella parte, cioè di estrarre i dati con un cavo USB da un telefono, si occupa anche poi di organizzare questi dati, di elaborarli, di conservarli, e quindi vende strumenti alle forze dell’ordine basati su intelligenza artificiale per osservare ricorrenze, ad esempio all’interno dei dati: vedere all’interno di un set di dati, raccolto magari all’interno anche di indagini diverse, se ci sono corrispondenze tra immagini, tra indirizzi, tra messaggi, tra persone citate nei messaggi su WhatsApp, per esempio. Tutto questo compone appunto un’architettura informatica che va a plasmare l’operatività stessa delle forze dell’ordine grazie a questi strumenti.

Ovviamente un altro contesto importantissimo (poi arriveremo anche agli spyware, appunto ai malware di Stato, gli strumenti per prendere il controllo dei dispositivi) e fondamentale è quello della biometria: trasformare il corpo (l’immagine) in dati, trasformare di fatto un individuo in un codice che lo rende riconoscibile appena supera un varco biometrico. L’attore più interessante da studiare in ambito di aziende israeliane di sorveglianza biometrica è Corsight.

Corsight nasce nel 2019 in quel contesto, appunto, come dicevamo prima, di incubazione di startup militari sorveglianti per il riconoscimento biometrico, non solo riconoscimento facciale. Inizia con il riconoscimento facciale, vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine in giro per il mondo; sviluppa progressivamente testandoli proprio in West Bank, in Cisgiordania, degli algoritmi di analisi biometrica delle condotte, quindi analisi delle immagini non solo per riconoscere chi sia una persona, ma per capire che cosa stia facendo in modo automatico, visto che per osservare la mole di dati prodotti dai flussi video costanti di centinaia di telecamere, servirebbero molti operatori umani. L’automazione serve proprio a quello. L’automazione serve, così come per i sistemi d’arma autonomi, a disaccoppiare quantità di umani da quantità di letalità allo stesso modo, in ambito sorvegliante-repressivo, l’automazione serve a disaccoppiare operatori umani, che devono guardarsi degli schermi, rispetto invece a delle intelligenze artificiali che ti mandano una segnalazione.

Corsight fa analisi biometrica delle condotte: dove sta guardando un individuo, se sta afferrando degli oggetti, se più individui si stanno radunando, si stanno accorpando, se si sta per esempio per formare un corteo. Tutti questi sono parametri che questi software analizzano e riconoscono in modo automatico e possono così mandare delle segnalazioni automatizzate a forze di intervento, forze di sicurezza umane. Le tecnologie di questo tipo di Corsight, non pensiamo siano circoscritte all’antiterrorismo più oscuro, col passamontagna che ti piomba in casa con la corda.

No, vengono sviluppate in un contesto di oppressione e di forza letali, vengono poi vendute in giro per il mondo. Per esempio, la suite di Corsight sul riconoscimento biometrico viene utilizzata nei casinò per osservare condotte fraudolente. Vende tantissimi dei prodotti nel contesto dell’antitaccheggio: quindi vedere come una persona in un negozio si sta comportando, se ha delle condotte sospette, se si sta infilando qualcosa sotto la giacca, addirittura per quello che si definisce sweethearting (cuore d’oro), ovvero se i commessi fanno dei regalini impropri a dei loro amici, o trattano in modo preferenziale alcuni clienti. Tutto questo tipo di condotte all’interno dei negozi può essere controllato da tecnologie Corsight, che appunto nascono, vengono testate e hanno come spinta di marketing la letalità oppressiva dei territori palestinesi e finiscono poi nelle catene di negozi, per esempio nel Regno Unito, nei casinò in Australia e via dicendo.

Il sistema di riconoscimento facciale di Corsight si chiama Fortify (usato dal DHS), e vende ad ICE la versione Mobile Fortify [nota: attribuita a NEC] che sta appunto all’interno dei dispositivi dei miliziani di ICE per i rastrellamenti all’interno dei territori statunitensi.

La ministra degli interni britannica, la Home Secretary, ha appena pubblicato le linee guida per la riforma delle forze dell’ordine britanniche in chiave di normazione dell’utilizzo (già in corso da anni, ma che esce da una zona grigia e si moltiplica) del riconoscimento biometrico e dell’intelligenza artificiale. Tecnologie predittive per riformare appunto le forze dell’ordine britanniche: è uno dei cambiamenti più radicali nella storia recente delle forze dell’ordine in generale, perché viene appunto progettato nell’insieme questo corpo di trasformazione. All’interno di questo corpo di trasformazione, di questa traiettoria, un ruolo centrale ce l’avrà appunto Corsight, come già emerso.

Dagli elementi preliminari sappiamo anche che i carabinieri italiani utilizzano tecnologia di riconoscimento facciale Corsight, come è uscito, anche se con pochi dati, da una recente inchiesta su Fanpage.

Oltre appunto però alla biometria, torniamo al discorso degli spyware. Abbiamo visto che all’interno dei fondi di ricerca europei Horizon, Israele partecipa a programmi per la crittografia e il quantum computing: gli strumenti più venduti dell’apparato industriale sorvegliante israeliano sono appunto gli spyware. All’interno del mondo degli spyware ci sono quelli di Candiru, ci sono quelli di NSO GroupNSO Group sono un po’ i cattivi, sono quelli che sono balzati maggiormente all’onore delle cronache perché vendono le loro licenze per questo strumento – teoricamente antiterrorismo – più o meno a chiunque gliele chieda, per monitorare giornalisti, attivisti, e via dicendo. Il software Pegasus di NSO Group è stato trovato nel telefono della moglie del giornalista Khashoggi, prima che appunto venisse smembrato in un consolato saudita ad Istanbul. E poi c’è Paragon Solutions.

Paragon Solutions, invece, cercano di porsi un po’ come quelli corretti, come i buoni nel mercato degli Spyware rispetto ai cattivi di NSO Group. Paragon Solution, ricordiamo, in Italia è stato al centro di questo teatrino: il suo software di spionaggio dei dispositiviGraphite è stato trovato sui telefoni di giornalisti di Fanpage invisi al governo Meloni per le inchieste su Gioventù Nazionale, oltre che trovato sui dispositivi di attivisti di ONG per il soccorso di migranti, e di fronte a ciò, Mantovano, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha detto: «Noi non possiamo dire nulla, diciamo che alcuni fenomeni riguardano la sicurezza nazionale, altri no. Non abbiamo mai acquistato licenze per spiare i giornalisti. Provate il contrario».

Sarebbe abbastanza semplice provare il contrario, perché Paragon Solutions evidentemente avrà un registro di cosa è avvenuto. Ad acquistare le licenze dicono che magari non sia stata l’Italia…

Di fatto, comunque, Paragon Solutions vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine e se fino a qualche anno fa l’utilizzo dei captatori informatici, appunto degli spyware, era limitato, sia perché il mercato era meno esteso, sia perché non c’era una normazione chiara a riguardo, adesso vengono sostanzialmente equiparate alle intercettazioni ambientali. Sono in grado di attivare e disattivare i microfoni e le videocamere dei telefoni in momenti specifici, sono in grado di controllare tutta la corrispondenza delle telecomunicazioni.

Perché è interessante proprio Paragon Solutions? Non solo perché il suo software spia è stato trovato in contesti di – diciamo – repressione del dissenso in Italia in particolar modo, mentre invece l’altra gamma in cui sicuramente opera è per il discorso della “sicurezza nazionale” e come tendono a definire loro i fenomeni… Ma Paragon Solution è fondata non da un militare qualunque dell’esercito israeliano, è fondata da Ehud Barak. Ehud Barak è sia un ex militare, sia un ex primo ministro israeliano. Ehud Barak, tra l’altro, è una persona che ha dei canali di collegamento con l’apparato di sicurezza italiano, oltre a essere tra l’altro probabilmente uno dei burattinai dietro l’asset Jeffrey Epstein come asset di dossieraggio e ricatto delle persone più potenti al mondo, visto che appunto ci sono contatti dimostrati tra Ehud Barak e Jeffrey Epstein… Ehud Barak che fonda un’azienda di spyware che vende alle forze dell’ordine anche italiane. Barak è anche una persona che lo stragista miliardario dell’amianto Schmidt Diney, ha contattato per essere assolto (ed è stato poi assolto in Italia) dalla strage dell’amianto che ha compiuto.

Al di là di tutto questo, per concludere, un contesto veramente importante sono le forze dell’ordine locali.

Le forze dell’ordine locali, perché sono molto permeabili sia al lobbying, sia all’introduzione di nuove tecnologie. Per esempio, una tecnologia che si sta diffondendo all’interno dei comuni italiani è Safer Place. Vi leggo un breve estratto di un articolo del 2023 del prestigioso quotidiano “La Provincia di Cremona”: «Il Comune di Cremona doterà una parte delle auto della polizia municipale con questo sistema derivato dal settore militare (non si specifica settore militare israeliano), nel quale viene utilizzato in particolare nella lotta contro il terrorismo. A Cremona, anziché monitorare situazioni di potenziale pericolo legato ad attentati, Safer Place sarà utilizzato per individuare e nel caso sanzionare comportamenti scorretti alla guida; il dispositivo è già in utilizzo in vari capoluoghi italiani». Siamo nel 2023… grazie alla connessione tra quanto registrato dalle videocamere e il software di elaborazione, la capacità di scansionare tutte le targhe visibili, di collegarsi al database ministeriale e di controllare in automatico se dovessero esserci problemi per la mancanza di revisione, assicurazione o addirittura auto nelle liste nere, quindi auto – per esempio – che possono essere veicoli che devono essere bloccati perché sospetti di essere stati coinvolti in dei reati. Sostanzialmente questo sistema si basa sulla lettura di targhe e la lettura di targhe è quella forma di riconoscimento degli oggetti molto affine al riconoscimento facciale: se il nostro volto viene trasformato in un codice, il nostro volto diventa la nostra targa.

Sostanzialmente, adesso si stanno normalizzando all’interno dei comuni italiani degli strumenti di riconoscimento automatizzato. I primi sono stati attivati con le ZTL semplicemente per riconoscere se determinati veicoli potevano accedere a delle “zone rosse”. Si stanno moltiplicando le Zone Rosse per umani e stanno moltiplicando tecnologie in grado di automatizzare il riconoscimento e l’analisi dei dati che riguardano un veicolo.

Ci sarebbe poi tutta una parte sulla formazione delle forze dell’ordine, i corsi antiterrorismo, i contatti, appunto, tra forze dell’ordine e l’ apparato sionista, o per esempio i corsi di indottrinamento recentemente emersi per – di fatto – formare le forze dell’ordine in un’ottica di rappresentazione delle mobilitazioni per Gaza come eterodirette dal Qatar e dai Fratelli Musulmani, sostenendo che il genocidio non è mai avvenuto. Ci sono poi dei corsi professionali di formazione del comando interforze (e quindi funzionari di polizia, carabinieri, Guardia di Finanza) che vanno in Israele a farsi addestrare dalle truppe delle forze speciali israeliane, e ci sono anche quei corsi privati fatti da aziende della formazione israeliana. Per esempio, c’è questa azienda che si chiama Cherries (come “ciliegie”) Counter Terror, che rilascia attestati con il grado di «addestramento israeliano per il riconoscimento dei comportamenti». Il loro motto è: «una delle differenze fondamentali nella metodologia israeliana di sicurezza è che noi non cerchiamo armi, ma cerchiamo terroristi» e quindi tutta una formazione sulla lettura della comunicazione non verbale e via dicendo. Non mi dilungo oltre.

Grazie mille per questa iniziativa veramente importante. Buona lotta a tutte le compagne e i compagni. Ciao.

Redattore di Bello come una prigione che brucia- Radio blackout Torino

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Sabotiamo la guerra e la repressione testi / texts

UNA PROPOSTA CHIARA_ Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio





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Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti, compreso quello interno della repressione.
Il 7 febbraio
più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito.
Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già stati oltre un migliaio
di
morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni

radicali
che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo Stato porta avanti contro la nostra classe.
Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il livello della partecipazione è stato buono.
Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e benpensanti.
E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra, prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di unire le lotte di chi vi si oppone.
Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi).
Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali, raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli interventi:
https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/
Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori.
Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato, questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di eco nazionale.
E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda.
Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo” – Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati.
Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”, tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio.
Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione, fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi.
Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva, anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare.
Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva, non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno.
In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti, magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali.


Assemblea Sabotiamo la Guerra

Rete dei comitati e collettivi di lotta



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Sabotiamo la guerra e la repressione_audio convegno

INTERVENTO 41 BIS CARCERE DI GUERRA_ Assemblea Sabotiamo la guerra

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INTERVENTO DDL GASPARRI E DELRIO LA SIONIZZAZIONE DELLO STATO_ Rete dei Comitati e Collettivi di lotta

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INTERVENTO FUTURO ANTERIORE note sulla non sottomissione _ Massimo Passamani

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INTERVENTO ASSEMBLY LA DISERZIONE IN UCRAINA -Gruppo anarchico Kharkiv

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ISRAELE – UE RELAZIONI TECNOLOGICHE E PLASMAZIONE DELLA REPRESSIONE

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Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»

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Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni.

In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte” dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in discussione. Solo si voleva compierlo senza armi.

Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria».

La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette).

Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per «diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per “congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti, per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare – se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per «diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava «diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo.

Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la “sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu “sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono “congedati”.

Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido, passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché «individuale».

Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa molto anche sul piano umano.

In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999.

Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge, che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio, processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi «mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università, circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio della guerra.

Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari.

Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del ’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene, raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo, le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine, fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte.

Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle riflessioni sulla non-sottomissione.

Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato».

Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a spegnere le fiamme.

Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i «signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio – tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che, incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami.

Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale.

Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo (condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte. Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima un’umanità «per tre quarti annegata».

Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo, recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi manuali politici).

La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi.

Carcere di Trento, 11 gennaio 2026

Massimo Passamani

Testo pubblicato anche su Disfare n4 per la lotta contro il mondo guerra

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Sabotiamo la guerra e la repressione

Il rifiuto della guerra in Ucraina, tra diserzioni, attacchi ai reclutatori e solidarietà diffusa

testo in pdf – audio

Assembly – Gruppo anarchico Kharkiv (approfondimento)

Buongiorno a tutti, cari compagni!

  • Abbiamo iniziato quest’anno in un momento interessante. L’esercito ucraino si sta
    sciogliendo sotto i nostri occhi. Come ha dichiarato questa settimana Alina Mikhailova del
    Consiglio comunale di Kiev, dei 30.000 mobilitati ogni mese, 20.000 finiscono in SZČ
    (abbandono non autorizzato del servizio) e solo 10.000, «storti e malandati», non riescono a
    «scappare oltre la recinzione» e restano nell’esercito. Inoltre, alcuni giorni fa, il capo della
    Polizia nazionale Ivan Vygovskij ha riconosciuto «la riluttanza della maggioranza ad
    arruolarsi nell’esercito» e l’aumento dei casi di resistenza ai reclutatori. Ha anche affermato
    che «quasi ogni giorno si registrano episodi di aggressione contro i militari dei centri di
    reclutamento».
  • Cosa dire, se persino il giornale del Partito Democratico degli Stati Uniti scrive che «i
    sondaggi mostrano una crescente disponibilità a concessioni territoriali tra una popolazione
    stanca della guerra, a condizione che all’Ucraina vengano fornite garanzie di sicurezza
    affidabili» e che «ciò rappresenta un notevole cambiamento nella coscienza della
    popolazione ucraina stanca della guerra»
  • https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war-donbas-region.html
  • Questo significa che siamo sull’orlo di una rivoluzione sociale? No, non lo significa. Per
    ora la classe lavoratrice dell’Ucraina e della Russia è ancora molto più disposta ad andare al
    macello che anche solo a unirsi minimamente nella lotta per i propri interessi immediati.
    Non esiste alcuna situazione rivoluzionaria nemmeno all’orizzonte, e persino il crollo del
    fronte ucraino — che potrebbe rappresentare il modo più semplice per restituire a tutti la
    libertà di movimento e la possibilità di scegliere il luogo dove stare — continua a essere
    rinviato a un futuro indefinito. Al posto di coloro che sono fuggiti o sono finiti in prigione,
    lo Stato ne cattura di nuovi, e non se ne vede la fine.
  • Alla generazione precedente, finita nelle trincee della guerra di posizione, sono bastati
    appena tre anni dall’inizio per realizzare la Rivoluzione di Febbraio attraverso lo sciopero
    generale e la conquista della capitale da parte dei soldati rivoltosi, nonché per minare la
    posizione di Kerenskij, che insisteva sulla prosecuzione della guerra. A ciò non impedirono
    né l’assenza di Internet, né l’analfabetismo della maggior parte della popolazione, né il
    sostegno alla continuazione della guerra da parte degli alleati della triplice intesa.
  • In queste condizioni vediamo il momento ideale per sviluppare forme di mutuo aiuto
    orizzontale nella questione oggi più urgente: come uscire dal più grande campo di
    concentramento del mondo. Una delle principali scoperte dello scorso anno è stata
    l’iniziativa «La solidarietà è la via», lanciata un paio di mesi fa e ispirata dai nostri
    reportage e dalle interviste con ucraini che sono riusciti a fuggire all’estero attraversando
    montagne e fiumi. Per saperne di più, potete visitare il sito:
  • https://solidarityactivities.noblogs.org/
  • Come noi, questa rete non si identifica formalmente con l’anarchismo, che in Ucraina ha
    ormai praticamente smesso di significare qualcosa, così come le parole «socialismo»,
    «comunismo», «fascismo», «antifascismo» e così via. Vale a dire,che il nostro rifiuto di
    questa etichetta (senza modificare la nostra linea editoriale) è legato alla totale assenza di
    qualsiasi attività antimilitarista da parte di coloro che in Russia si definiscono anarchici
    internazionalisti. Come si suol dire, a questo gioco si gioca in due. Se per loro il
    mantenimento di tale auto-identificazione sembra essere un modo per risolvere problemi
    psicologici personali, noi non abbiamo tali esigenze. Preferiamo quindi unirci attorno a
    cause e pratiche comuni, piuttosto che a parole.
  • Un altro motivo per cui è così importante creare reti di questo tipo è che oggi, su entrambi i
    lati della linea di demarcazione che divide la nostra regione slobožana (Il territorio, che era
    al confine sudoccidentale del Regno russo, corrisponde all’intero oblast’ di Kharkiv e
    parzialmente agli oblast’ ucraini di Sumy, Donec’k e Luhansk, e agli oblast’ russi di Kursk e
    Voronež), l’attivismo di strada della sinistra internazionalista è praticamente impossibile.
    L’esempio più vicino a Kharkiv di cui siamo a conoscenza è l’Organizzazione dei marxisti
    di Voronež
  • (https://t.me/communistvrn/369),a quasi 700 km dalla nostra città. Questo è il risultato della
    fuga massiccia di molte persone attive e dell’inasprimento dei controlli su quelle rimaste.
    Tuttavia, ciò non significa che la situazione non possa cambiare improvvisamente.
    Costruendo ora queste reti, saremo pronti alle opportunità che si apriranno e potremo
    mobilitarci rapidamente per agire in nuove condizioni.
  • In sostanza, è più o meno così come stanno le cose. Grazie per l’invito, seguite i nostri
    aggiornamenti su https://libcom.org/tags/assemblyorgua e scriveteci se avete bisogno di
    qualcosa!
    Всем доброго времени суток, уважаемые товарищи!
    Начало этого года мы встретили в интересный момент. Украинская армия тает на глазах. Как
    сказала на этой неделе Алина Михайлова из Киевсовета, из 30 тыс. ежемесячно
    мобилизованных 20 тысяч уходят в СЗЧ и только 10 тысяч «кривых и косых» не могут
    «убежать за забор» и остаются в армии. Также несколько дней назад глава Нацполиции Иван
    Выговский признал «нежелание большинства идти в армию» и рост числа случаев
    сопротивления людоловам. И что «почти ежедневно есть факты нападения на
    военнослужащих центров комплектования». Что говорить, если даже газета Демпартии США
    пишет, что «опросы показывают растущую готовность к территориальным уступкам среди
    уставшего от войны населения при условии предоставления Украине надежных гарантий
    безопасности» и что «это представляет собой заметный сдвиг в сознании уставшего от войны
    украинского населения» (https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war
    donbas-region.html) Значит ли это, что мы на пороге социальной революции? Нет, не значит.
    Пока что трудящиеся Украины и России всё еще готовы шагать на убой гораздо больше, чем
    даже минимально объединяться в борьбе за самые насущные интересы. Революционной
    ситуации нет даже на горизонте, и даже обрушение украинского фронта (которое могло бы
    стать самым простым способом для всех вернуть себе свободу передвижения и выбора места
    проживания) всё сдвигается куда-то вдаль. На смену сбежавшим и посаженным в тюрьмы
    государство отлавливает новых, и конца-края этому не видно. Предыдущему поколению,
    попавшему в окопы позиционной мясорубки, трех лет с момента её начала оказалось
    достаточно, чтобы совершить Февральскую революцию посредством всеобщей забастовки и
    захвата столицы восставшими солдатами, а также расшатать кресло под требовавшим
    воевать дальше Керенским. Не помешали ни отсутствие интернета, ни неграмотность
    большей части населения, ни поддержка продолжения войны союзниками по Антанте. В этих
    условиях мы видим идеальное время
    для развития горизонтальной взаимопомощи в наиболее остром на данный момент вопросе –
    как покинуть крупнейший в мире коцлагерь. Одним из главных открытий прошлого года
    стала появившаяся пару месяцев назад инициатива «Солидарность это путь», вдохновленная
    нашими репортами и интервью с вышедшими за границу через горы и реки украинцами.
    Больше о ней вы можете узнать на сайте: https://solidarityactivities.noblogs.org/ Как и мы, эта
    сеть формально не причисляет себя к анархизму, который в Украине практически перестал
    уже что-то означать, как и слова «социализм», «коммунизм», «фашизм», «антифашизм» и пр.
    Не в последнюю очередь наш отказ от этого ярлыка (без изменения редакционной политики)
    связан с полным отсутствием какой-то либо антивоенной деятельности со стороны тех, кто
    причисляет себя к анархистам-интернационалистам в России. Как говорится, в эту игру
    нужно играть вдвоем. Если для них поддержание такой самоидентификации, похоже,
    является способом решения каких-то личных психологических проблем, то мы таких
    потребностей не имеем. Поэтому предпочитаем объединяться вокруг общих дел, а не общих
    слов. Еще одна причина, почему так важно создание таких сетей – если сейчас с обеих
    сторон нашего разделенного линией фронта Слобожанского региона практически
    невозможен уличный активизм для интернационалистских левых (ближайший к Харькову
    примеру, о котором мы знаем – это Организация воронежских марксистов:
    https://t.me/communistvrn/369, почти 700 км от нашего города) из-за массового выезда одних
    активных людей и ужесточения контроля за оставшимися, это не значит, что ситуация не
    способна внезапно измениться. Таким образом мы будем готовы к открывшимся
    возможностям и сможем оперативно мобилизоваться для действий в новых условиях. В
    общем, как-то так. Спасибо вам за приглашение, следите за нашими обновлениями на