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Sabotiamo la guerra e la repressione

Contributi da dentro e da fuori le galere. Convegno Sabotiamo la guerra e la repressione

7 e 8 febbraio a Viterbo

Il 7 febbraio circa 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha mostrato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza del popolo palestinese, per il disfattismo in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41 bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito. Tematiche che sono state approfondite l’indomani, sempre nella città di Viterbo, in un ricchissimo convegno militante. In attesa di pubblicare ulteriori materiali mano a mano che questi saranno disponibili, diamo diffusione alle lettere di Anna e Juan dalle carceri in cui sono rinchiusi come contributi al convegno dell’8 febbraio. Pubblichiamo inoltre un saluto giunto dall’Irlanda, quale testimonianza ancorché parziale della caratura internazionalista delle giornate di lotta e approfondimento del 7 e 8 febbraio.

Contributo di Anna Beniamino dalla sezione AS2 el carcere femminile di Rebibbia (Roma) per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo

Contributo di Juan Sorroche dalla sezione AS2 del carcere di Terni per il convegno dell’8 febbraio a Viterbo

Un saluto da Action for Palestine Ireland alle iniziative del 7 e 8 febbraio a Viterbo

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Convegno internazionalista sabotiamo la guerra e la repressione

Testo indizione

Domenica 8 febbraio terremo sempre a Viterbo un convegno internazionalista, nel quale
tenteremo di dare la parola alla resistenza palestinese e ai disertori ucraini, ma anche ai
protagonisti delle lotte qui in Italia sul posto di lavoro, approfondiremo alcune vicende giudiziarie
come quella del processo all’Aquila contro la resistenza palestinese, delineeremo la dimensione
del 41 bis come carcere di guerra e altri argomenti inerenti il connubio guerra-repressione. Un
convegno che vogliamo sia a carattere militante, non intellettuale o professorale, dove a parlare
saranno innanzitutto i protagonisti delle lotte.

Assemblea “sabotiamo la guerra”
Rete dei Comitati e Collettivi di Lotta

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Corteo sabotiamo la guerra e la repressione

VITERBO 7 FEBBRAIO

TESTO COMPLETO

Sabato 7 febbraio saremo in piazza a Viterbo contro la guerra e la repressione, siamo compagne
e compagni che si uniscono in corteo a partire da una chiara posizione internazionalista:

  • A quattro anni dall’esplosione su vasta scala della guerra in Ucraina, torniamo in
    piazza a sostegno del disfattismo rivoluzionario, della fraternizzazione fra i proletari
    coscritti e mandati al fronte con la forza, all’insubordinazione nei confronti dei superiori.
    Supportiamo tutti i disertori delle guerre dei padroni. Denunciamo la natura anti-proletaria
    dei governi europei che nel sostenere questa guerra impoveriscono la nostra classe
    drenando risorse dalle tasche dei salariati a quelle degli industriali. Mettiamo i bastoni tra
    le ruote al “nostro” imperialismo occidentale e alle sue manovre guerrafondaie, alle
    “nostre” classi dirigenti e sfruttatrici, al “nostro” Stato!
  • A sostegno della resistenza palestinese contro il colonialismo di insediamento
    sionista. Riaffermiamo contro ogni tentativo di ammutolirci la natura rivoluzionaria degli
    eventi del 7 ottobre 2023. Quando gli Stati si combattono o si accordano fra loro, siamo
    contro la loro guerra e contro la loro pace. Quando un’entità coloniale artificiale stermina
    un popolo senza Stato e senza amici fra le grandi potenze, noi stiamo dalla parte della
    resistenza di quel popolo contro i piani genocidari dell’imperialismo. Il 7 ottobre non solo
    rappresenta una legittima risposta al piano secolare di insediamento coloniale sionista, ma
    anche una variabile sovversiva nella pace fra borghesie mediorientali sintetizzabile nella
    fase degli “Accordi di Abramo”.
  • Siamo contro la menzogna insanguinata dei “due popoli, due Stati”; non solo perché
    il sionismo non ha lasciato alcuno spazio realistico di istituzione di uno Stato palestinese,
    ma perché uno Stato di colonizzati al fianco di uno Stato di colonizzatori sarebbe soltanto
    un amministratore delegato dell’oppressione, con l’elezione dei collaborazionisti a nuova
    classe dirigente. La parabola dell’ANP ne è davvero una triste e infame dimostrazione.
  • Contro la repressione, quale manifestazione della guerra sul fronte interno. Contro
    le politiche economiche di macelleria sociale e il loro legame con la guerra. Contro le leggi
    liberticide, anti-sociali e finanche tese alla soppressione delle opinioni rivoluzionarie,
    necessarie a supportare quelle politiche. Contro le operazioni repressive anti-anarchiche e
    contro la repressione dei movimenti sociali.
  • Ricordando che nel maggio del 2026 scadranno i primi quattro anni di 41 bis nei
    confronti del compagno anarchico Alfredo Cospito, a seguito dei quali il ministro della
    “giustizia” dovrà decidere sul rinnovo o meno della misura, torniamo in piazza con uno
    spezzone che gridi “Fuori Alfredo dal 41 bis”, inserendoci anche con questa manifestazione
    nella mobilitazione a sostegno del compagno

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Carcere e guerra, incontro con Mansoor Adayfi

Carcere e guerra, incontro con Mansoor Adayfi
SABATO 13.12 H 19 PARCO DELLE ENERGIE – VIA PRENESTINA 175 – ROMA
Mansoor Adyfi è un ex prigioniero del campo di concentramento di Guantánamo, dove è stato detenuto per oltre 14 anni senza che fosse mai formulata nei suoi confronti nessuna accusa.
Guantánamo è un carcere di guerra statunitense attivo dal 2002, per la lotta al cosiddetto terrorismo, dove vige un perenne stato di eccezione, si opera in condizioni di extra territorialità ed extra legalità, ed i detenuti subiscono torture, privazioni, e una detenzione arbitraria.
Nel 2016 Mansoor Adyfi è stato consegnato alla Serbia e ha iniziato una lotta per costruirsi una nuova vita e per liberarsi dalla classificazione di sospetto terrorista.
Oggi è uno scrittore ed avvocato ed è l’autore del libro don’t forget us here, lost and found at Guantánamo. A partire dalla sua esperienza di prigioniero a Guantánamo ha pubblicato articoli, rilasciato interviste, partecipato a documentari, programmi radio e podcast. Mansoor Adayfi è inoltre un attivista di CAGE international, organizzazione che sta supportando Prisoners for Palestine. A dimostrazione della censura in vigore verso chi difende la causa palestinese è stata bloccata la spedizione del suo libro in Italia e gli è stato concesso un visto di soli pochi giorni, motivo per il quale potrà tenere un numero limitato di iniziative.
Con questo incontro vogliamo approfondire la conoscenza dei dispositivi contro-insurrezionali usati dagli Stati colonialisti per supportare le loro aggressioni. L’utilizzo di questi strumenti viene sempre giustificato tramite la narrazione della “lotta al terrorismo”. Vediamo, ad esempio, come riguardo alla situazione in Palestina i governi occidentali, mentre non compiono alcun atto concreto contro il genocidio attuato da sionisti, sono sempre pronti a delegittimare la resistenza palestinese e a censurare, criminalizzare, reprimere ogni forma di solidarietà verso il popolo palestinese che vada al di la dell’umanitarismo di facciata. L’accusa di terrorismo è quindi sempre pronta per essere utilizzata contro chi sostiene la Palestina.
Noi invece vogliamo ribadire che la liberazione dal colonialismo passa attraverso l’autodeterminazione degli oppressi e quindi tramite la lotta che assume la forma della resistenza. Per noi solidarietà verso la Palestina significa quindi dare legittimità alla resistenza, contrastare ogni forma di collaborazionismo con Israele e smascherare tutta la narrazione mistificatoria a partire appunto da quella della ”war on terror” nata dal Patriot Act del 2001 e diffusasi in tutto il mondo.
Dobbiamo inoltre considerare come i dispositivi repressivi sperimentati ed utilizzati nei territori colonizzati possono “tornare indietro” ed essere utilizzati per la repressione all’interno dell’occidente. Basti pensare a quel vero e proprio carcere di guerra che è il 41 bis in Italia (utilizzato anche per la repressione politica) ed alle sue analogie con strutture di tortura e annientamento quali Guantánamo; oppure alla detenzione amministrativa usata tanto contro migliaia di prigionieri palestinesi quanto contro i “senza documenti” nei CPR italiani, oppure ai dispositivi di spionaggio, schedatura e controllo, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come strumento poliziesco e militare, che Israele sviluppa grazie alla collaborazione con le università occidentali, sperimenta contro i palestinesi e poi rivende all’estero. Riteniamo importante quindi conoscere questi dispositivi anche per difendersi qui. In particolare in un periodo in cui si manifestano una crescente crisi economica ed una tendenza alla guerra, alimentata da politiche militariste (vedi l’aumento delle spese militari e il ritorno della leva obbligatoria). In questa situazione la normalizzazione del fronte interno, l’aumento di repressione, controllo e censura, l’attacco agli sfruttati, agli esclusi, ai movimenti di lotta è più che probabile. Riteniamo necessario per le classi sfruttate comprendere questa realtà ed attrezzarci per contrastarla.
Nel corso di questo incontro parleremo dello sciopero delle prigioniere e dei prigionieri di Palestine Action nelle carceri britanniche.
Al momento vi sono sette “Prisoners For Palestine” in sciopero della fame, di cui tre ospedalizzati, ed alcuni di loro hanno annunciato di volerlo portare avanti ad oltranza. Altri trentatré prigionieri si uniranno allo sciopero, uno di loro Sean Midddlebrough ha colto l’occasione di un permesso di qualche giorno per darsi alla macchia ed è al momento irrintracciabile, ha rilasciato dichiarazioni con cui rivendica il suo gesto come il rifiuto di essere «un prigioniero di guerra dello Stato d’Israele in una prigione britannica». Fuori dalle carceri ci sono state manifestazioni di solidarietà, mentre proseguono le azioni dirette contro le aziende legate a Elbit Systems (fabbrica che produce droni e sistemi di sorveglianza) di cui gli scioperanti chiedono la chiusura degli stabilimenti nel Regno Unito.
Lo sciopero della fame dei detenuti inglesi ha assunto un carattere internazionale, hanno aderito anche Jakhy McCray negli Stati Uniti (recluso per l’incendio di alcuni mezzi della polizia di New York) e Dimitris Chatzivasileiadis prigioniero in Grecia. Hanno fatto arrivare la loro solidarietà i prigionieri palestinesi e Georges Ibrahim Abdallah. In Italia hanno supportato lo sciopero, con varie modalità di protesta, i prigionieri anarchici Luca Dolce (Stecco) – che ha tenuto uno sciopero della fame dal 8 al 29 novembre – , Juan Sorroche e Massimo Passamani.
A dimostrazione che Israele è l’avanguardia della repressione e che nello Stato sionista si sviluppano e sperimentano le pratiche e le tecnologie repressive che in seguito si esportano altrove, parleremo anche dello sciopero dei prigionieri comunisti turchi, rinchiusi nelle celle pozzo. Si tratta di cubicoli di cemento, introdotti recentemente in Turchia come forma di isolamento estremo e di tortura psicologica, e che sono lo stesso tipo di cella che da anni Israele utilizza per annientare i prigionieri palestinesi.
In questo contesto affronteremo inoltre la questione della repressione che lo Stato italiano sta conducendo – con crescente aggressività – verso i e le palestinesi e le persone solidali con il popolo palestinese. L’Italia è un paese che nella sua politica estera persegue gli interessi delle proprie multinazionali (ENI e LEONARDO). In Asia occidentale ha da tempo abbandonato politiche autonome ed equidistanti per porsi come piattaforma logistica dell’esercito statunitense e spalleggiare i piani espansionistici dei sionisti, anche facendo lo sbirro per Israele.
Tra i vari casi di questa attività poliziesca ricordiamo la condanna di Tarek Didri a 4 anni e 8 mesi di carcere, per avere difeso i manifestanti caricati dalla polizia al corteo del 5 ottobre 2024 di Roma; Ahmad Saled, un richiedente asilo di 24 anni rinchiuso da 6 mesi nel carcere di Rossano Calabro, con il capo di accusa di 270 quinquies (il cosiddetto terrorismo della parola introdotto recentemente), questo per dei semplici video che circolano liberamente in rete e in TV che gli sono stati trovati sul telefonino al momento della richiesta di asilo, che contenevano un invito al popolo arabo a mobilitarsi e scendere nelle strade a fianco dei loro fratelli e sorelle palestinesi; Mohamed Shahin, imam della moschea di S. Salvario a Torino, colpito da decreto di espulsione e trattenuto nel CPR di Caltanissetta, per le sue dichiarazioni a sostegno della resistenza palestinese e dell’attacco del 7 ottobre.
Tramite questa iniziativa daremo il nostro contributo alla giornata nazionale di mobilitazione in sostegno ad Anan Alì e Mansour. I tre palestinesi sono sotto processo a l’Aquila con l’accusa di terrorismo internazionale, ma per noi sono persone che hanno giustamente difeso la loro terra dal colonialismo. Il loro è un processo farsa, istruito dalle autorità italiane per esaudire la richiesta di Israele di colpire Anan, storico e dichiarato membro della resistenza della Cisgiordania.
Nelle ultime udienze abbiamo assistito alla presenza di funzionari dello Stato sionista in sostegno all’accusa, ovvero i tribunali italiani chiamano i responsabili di un genocidio a testimoniare contro chi lotta contro questo genocidio. Questo odioso atto di servilismo è ben rappresentato dalla dichiarazione, rilasciata in videoconferenza dal carcere di alta sicurezza di Melfi, da Anan:
“È successo in passato, e mi sono trovato di fronte a testimoni israeliani, ma era in un tribunale militare israeliano, di fronte alla giustizia militare all’interno di Israele. Ma non mi aspettavo, né attendevo, di dovermi trovare ancora una volta ad ascoltare la testimonianza dell’esercito israeliano che occupa la nostra terra e che pratica la pulizia etnica contro il nostro popolo palestinese, e che il loro Primo Ministro, condannato dalla Corte Internazionale come criminale di guerra, fosse un testimone contro di me in un tribunale italiano.
Non so più se mi trovo in un tribunale Israeliano e se vengo processato in base alla legge militare israeliana, e se il pubblico ministero sia israeliano o lavori per conto di Israele. Sarà forse un processo militare israeliano, Israele ha davvero così tanta influenza in Italia?”
Si è inoltre tenuta la requisitoria della pubblico ministero la quale, nonostante nel dibattimento non sia mai riuscita a dimostrare nulla delle accuse rivolte ai tre, ha richiesto pesanti condanne, 12 anni per Anan, 9 per Alì, 7 per Mansour.
Di fatto queste pesanti pene sono quelle che richiede il codice per le accuse loro rivolte, la questione che si pone è che queste accuse sono infondate. Va inoltre ricordato che in Italia esistono le leggi antiterrorismo (ad esempio l’art. 270 bis ed i suoi derivati) che permettono di infliggere pesanti pene a partire da accuse fumose ed aleatorie, l’Italia in fatto di repressione politica non ha nulla da invidiare a nessuno.
Il processo farsa dell’Aquila, è la dimostrazione dell’asservimento della magistratura italiana agli assassini israeliani e della complicità del governo italiano con il genocidio in corso in Asia occidentale. Difendere la Palestina significa anche difendere i Palestinesi in Europa colpiti dalla longa manus di Israele e sostenere il diritto dei palestinesi a difendere la loro terra con i mezzi necessari.
Il 13 dicembre si terrà una giornata nazionale di mobilitazione diffusa in solidarietà con Anan, Alì e Mansour.
Il 19 Dicembre si terrà al tribunale di l’Aquila un’importante udienza del processo ad Anan, Alì e Mansour. In questà data parlerà la difesa e potrebbe essere emessa la sentenza.
Invitiamo da ora tutte e tutti i solidali a partecipare al presidio che si terrà a partire dalle ore 9.30 al tribunale de L’Aquila in via 20 settembre 66.

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Carcere e Guerra

incontro con MANSUR ADYFI

ROMA 13-12-2025

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Finché ci sarà uno Stato… Presa di posizione sulla guerra Israele-Iran

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FIN QUANDO CI SARA’ UNO STATO NON CI SARA’ MAI PACE

Presa di posizione dell’assemblea “Sabotiamo la guerra” sulla guerra Israele-Iran

L’attacco sferrato da Israele all’Iran la notte tra il 12 e il 13 giugno rappresenta una svolta drammatica verso la mondializzazione della guerra. Dopo oltre tre anni di guerra tra NATO e Federazione Russia in Ucraina, dopo due anni di genocidio in corso a Gaza, le forti tensioni in Asia Occidentale sfociano in una nuova guerra fra potenze regionali, entrambe in possesso di armi altamente tecnologiche, entrambe dotate di una industria nucleare, e che si è immediatamente aperta con uno spregiudicato quanto criminale attacco proprio contro le strutture nucleari iraniane.

Da una parte, vi è l’Iran che non dispone di armi atomiche né esistono prove che le stia costruendo e che si sottopone ai controlli delle agenzie internazionali. Dall’altra, Israele, che possiede armi atomiche senza dichiararle, non rispetta trattati né accetta controlli e compie abitualmente attacchi militari senza porsi alcun limite etico.

Se il diritto internazionale e le organizzazioni che lo rappresentano hanno avuto la funzione di garantire l’ordine mondiale, cioè precisi rapporti di forza e di dominio tra gli Stati, oggi, il fatto che vengano messi in discussione, in primis da Israele e dagli Stati uniti, è un chiaro segnale della crisi globale, della rottura dei precedenti equilibri e di ritorno alla guerra come mezzo di risoluzione delle rivalità interstatali.

L’Iran è stato attaccato poco dopo essersi sottoposto a controlli dei suoi impianti nucleari e durante le trattative con gli Stati Uniti in merito all’arricchimento dell’uranio. Risulta evidente l’intento di Israele di fare fallire le trattative e ogni ipotesi di risoluzione politica dei dissidi.

I Paesi alleati hanno immediatamente operato per respingere il contrattacco iraniano, abbattendo decine di razzi e droni, mentre si corre il serio pericolo di una partecipazione diretta dei Paesi occidentali (a partire dagli USA) nei bombardamenti. Il che rappresenterebbe un’ulteriore drammatica precipitazione della crisi.

Gli Stati Uniti negli ultimi trent’anni hanno condotto la cosiddetta “guerra infinita”, una serie ininterrotta di guerre, attacchi militari e operazioni di destabilizzazione (dall’attacco all’Iraq al cambio di regime in Siria). Attualmente i loro obiettivi si espandono su diversi fronti: quello Russo, quello dell’intera Asia Occidentale e, in prospettiva, quello dell’Indo-Pacifico. I conflitti in corso si stanno estendendo e ne nascono di nuovi, in una tendenza verso la guerra mondiale che allo stato dell’arte appare inarrestabile. Sullo sfondo si profilano tensioni sia politiche che militari fra gli Stati Uniti e la Cina.

Nel mentre, all’interno dei Paesi occidentali e in particolar modo proprio all’interno della potenza dominante nordamericana, sono in corso gravissime crisi sociali che talvolta sembrano assumere i connotati della guerra civile. Sappiamo che storicamente gli Stati risolvono le loro più gravi crisi interne con la guerra.

Tornando alle vicende di questi giorni. La responsabilità di questa nuova e gravissima esclation risiede nell’iniziativa criminale dello Stato di Israele. Un’entità fondata sul colonialismo di insediamento, sul suprematismo razzista, sul fanatismo religioso, sulla militarizzazione della società, avanguardia nelle tecnologie di controllo e nella sua sperimentazione sulla popolazione palestinese colonizzata, deportata e sterminata. Nell’azione del 7 ottobre 2023, fra le varie contraddizioni che ha aperto, c’è sicuramente quella di aver smascherato il vero volto di questa entità. Israele sta mettendo in atto un genocidio, ma non riesce a sconfiggere la resistenza di un popolo, contraddizione che prova a sublimare rilanciando con sempre nuove avventure: dall’invasione del Libano alle innumerevoli provocazioni anche a carattere terroristico, fino agli eventi di venerdì notte.

Bisogna quindi ribadire con forza che a Gaza è in corso un genocidio: dobbiamo fare in modo che questa nuova guerra non serva a nasconderne il compimento.

Israele è, da un lato, la punta di lancia dell’imperialismo occidentale e l’attore che da decenni svolge il lavoro sporco per conto degli Stati Uniti e dell’Europa; contemporaneamente, però, la sua leadership politica fuori controllo è in grado di condizionare a suo vantaggio le politiche delle potenze occidentali. I nostri governanti sono pienamente corresponsabili delle atrocità commesse da Israele, senza il sostegno di queste potenze Israele non potrebbe condurre le proprie avventure militari e forse nemmeno sopravvivere.

L’opposizione intransigente al progetto sionista non ci porta però a sostenere la repubblica islamica dell’Iran. Una potenza regionale, con una oligarchia di petrolieri e un’industria, anche militare, molto sviluppata. Non parliamo “semplicemente” di un’odiosa teocrazia, che tortura e impicca gli oppositori e opprime in particolar modo le donne, elemento che ama sottolineare la propaganda liberale occidentale. Parliamo di un regime che mette il suo potere oscurantista al servizio della propria borghesia per reprimere nel terrore le lavoratrici e i lavoratori.

Si pensi, per fare un esempio fra i tantissimi che potremmo citare – che in qualche modo ci parla tanto della misoginia quanto del classismo all’interno del regime – al caso della sindacalista Sharifeh Mohammadi, condannata a morte per la sua attività di coordinamento con gli scioperi radicali che sempre più spesso negli ultimi anni hanno attraversato il Paese.

Dal 2005 oltre 500 sindacalisti sono stati arrestati, imprigionati, o in alcuni casi condannati a morte ed espulsi per aver creato un’organizzazione sindacale indipendente e per aver svolto attività sindacali nel quadro degli accordi e degli standard internazionali sul lavoro.

In una guerra fra tali odiosi regimi, gli unici eroi sono i disertori.

Come anarchici e rivoluzionari ci auguriamo la caduta del governo teocratico iraniano, un regime oppressivo che è sorto soffocando nel sangue una generazione di compagni rivoluzionari. Allo stesso tempo sappiamo che un regime deve cadere sotto i colpi dell’insurrezione autenticamente popolare, mentre i cambi di regime progettati e attuati dai capitalisti occidentali, come la storia recente insegna, non fanno che sostituire un oppressore con un oppressore ancora più feroce e asservito alle potenze straniere, trasformando interi paesi in inferni sulla terra. Tenendo presente tutto ciò, invitiamo tutti i rivoluzionari e le persone di buona volontà a guardare con gli occhi ben aperti a un possibile sommovimento in Iran (che è al momento il principale obiettivo strategico di Israele), stando ben attenti a distinguere il grano dal loglio e a non abboccare a quelle false flag che sono da oltre un decennio le principali armi del soft power occidentale per corrompere e cooptare il dissenso, portandolo sul terreno altamente compatibile dei “diritti” liberali. In ogni caso, se anche si producesse un autentico moto di classe (non impossibile in un Paese in cui gli ayatollah sono andati al potere incarcerando e impiccando i rivoluzionari), questo non dovrebbe spostare di un millimetro la nostra opposizione intransigente al Sistema-Israele e a tutto l’imperialismo occidentale che lo nutre.

In generale, in una guerra tra Stati, tanto più se questi sono potenze regionali con importanti alleati internazionali, gli oppressi non hanno alleati né amici tra i governanti, ma sono solo carne da cannone per le loro sporche guerre. Convinti che fin quando ci sarà uno Stato non ci sarà mai pace, la nostra posizione rimane quella internazionalista: contro ogni Stato, a partire dal nostro. Quindi, dal nostro lato del fronte, non vogliamo sottacere le responsabilità del governo e dei padroni italiani, che hanno le mani sporche del sangue palestinese. Non possiamo dimenticare che la marina militare italiana dirige l’operazione Aspide, coordinando una coalizione a cui partecipano sette Paesi dell’Unione Europea: il compito di questa missione è contrastare l’azione yemenita che, attaccando le navi, è riuscita a lungo a bloccare un’importante via di comunicazione commerciale e a recare un fortissimo danno all’economia mondiale, mettendo in atto una delle più efficaci forme di sostegno e solidarietà alla popolazione di Gaza.

Il governo italiano offre a Israele un appoggio politico incondizionato. L’esercito italiano e quello israeliano sono sempre più integrati, i militari si addestrano reciprocamente, l’industria bellica italiana è il terzo esportatore verso Israele (dopo Stati Uniti e Germania), mentre l’Italia compra dall’alleato sionista sistemi d’arma ad alta tecnologia. Finanche le amenità del Bel Paese sono uno dei luoghi prescelti da Israele per la “decompressione” dei propri militari dopo i combattimenti.

I servizi segreti italiani condividono informazioni e tecnologie con gli apparati israeliani, come dimostra da ultimo il caso Paragon. Non dimentichiamo peraltro come la magistratura italiana sia schierata a supporto della repressione israeliana. Come dimostra lo scandaloso processo in corso all’Aquila contro Annan Yaeesh che vorrebbe far passare la resistenza armata palestinese, legittima anche per il diritto internazionale, per terrorismo. L’Italia supporta la logistica militare di Israele, come avviene con l’approdo nei porti italiani, ad esempio delle navi ZIM, e la ricerca tecnologica finalizzata alla supremazia militare, come avviene in numerosi atenei.

Ormai nei mezzi di comunicazione di massa italiani è quasi impossibile ricevere informazioni che non siano sfacciata propaganda di guerra. Questi mezzi di comunicazione sono parte integrante della macchina bellica, affermazione che è rafforzata dalla considerazione che nell’attuale strategia di guerra occidentale sempre più frequentemente lo spettacolo determina le scelte sul campo.

Nonostante una propaganda martellante gli sfruttati sono generalmente contrari alla guerra, in particolare il genocidio di Gaza ha profondamente scosso l’opinione pubblica; ma non basta una ribellione delle coscienze. Peraltro la classi più povere delle società occidentali stanno già pagando a caro prezzo il costo della guerra: dall’inflazione alla repressione. Di recente, il capo della NATO Rutte ha affermato che se gli europei non vogliono tagliare la loro spesa sanitaria a favore di quella militare (l’obiettivo dichiarato è di raggiungere il 5% del PIL!) allora dovranno imparare a parlare russo. D’altro canto, le politiche repressive sempre più efferate dei nostri governanti, di cui il pacchetto sicurezza di recente approvazione (dove si reprimono i blocchi stradali, i picchetti sindacali, le proteste in carcere, anche in forma pacifica, e si introduce il cosiddetto “terrorismo della parola”) è soltanto il più recente e probabilmente non definitivo approdo, vanno lette a tutti gli effetti come delle vere e proprie politiche di guerra, anche alla luce di quelle tensioni sociali di cui si faceva cenno.

Nei prossimi mesi sarà importante per anarchici e solidali saper collegare la resistenza contro questa offensiva (così come la solidarietà con i nostri compagni in varie forme perseguitati) alla lotta complessiva contro la guerra, di cui queste operazioni sono la manifestazione sul fronte interno.

La propaganda sempre più faziosa e pervasiva, il cablaggio tecnologico delle facoltà critiche, le sconfitte storiche del movimento operaio, una certa predilezione per l’autoisolamento da parte delle minoranze agenti, al momento pesano sul senso di impotenza e rassegnazione. Lo stesso livello tecnologico della guerra guerreggiata – si pensi al confronto aeronautico e balistico tra Israele e Iran, per non parlare delle tecnologie messe in campo da NATO e Russia in Ucraina – spinge verso un sentimento di ineluttabilità, nell’impossibilità per le umane forze degli sfruttati di fare qualcosa per fermarli. Eppure la variante umana e di classe è determinante.

Sono le braccia dei portuali a caricare le armi sulle navi dirette a Israele: quelle braccia, come ci hanno mostrato in Marocco, a Marsiglia, a Genova, possono decidere di fermarsi. Sono i corpi dei proletari russi e ucraini a venire gettati nelle trincee, a massacrarsi vicendevolmente per gli interessi delle classi dirigenti russe e statunitensi (mentre Putin e Trump dialogano amabilmente al telefono); eppure quei corpi possono disertare, e lo fanno a decine di migliaia.

La resistenza armata del popolo palestinese, che non ha amici tra le grandi potenze, riesce con la propria volontà e la propria azione ad opporsi ad una delle più terribili e avanzate macchine belliche presenti sula terra. Israele ha un dominio tecnologico esorbitante, eppure vediamo come i combattenti palestinesi riciclano le bombe inesplose del nemico per farne degli ordigni artigianali. La fantasia degli oppressi non conosce confini. E gli oppressi, come diceva Errico Malatesta, sono sempre in condizione di legittima difesa, i mezzi da adoperare, purché coerenti con i fini dell’uguaglianza e della libertà per tutti gli esseri umani, sono solo una questione d’opportunità.

Dal nostro lato dei molteplici fronti, lottiamo per la disfatta del nostro campo: per la sconfitta della NATO, per la distruzione del sionismo. Trasformiamo la guerra dei padroni in guerra contro i padroni!

Assemblea “Sabotiamo la guerra”

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MANIFESTO: BLOCCHIAMO TUTTO

La guerra è alle porte. il nemico è qui. Blocchiamo tutto

formato: 100 x 70

manifesto_blocchiamo_tutto_ITA
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[it, en] Sabotiamo la guerra – Dodicesimo incontro a Tradate (VA), 13 ottobre 2024

Sabotiamo la guerra – dodicesimo incontro a Tradate (VA) il 13 ottobre

volantino_tradate_ITA

 

Sabotage the war – twelfth meeting in Tradate (VA) on October 13th

flyer_tradate_ENG

 

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SABOTIAMO LA GUERRA

Appello per una mobilitazione internazionale ed internazionalista contro la guerra in Ucraina

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LA TEMPESTA

l’imprevisto palestinese nella guerra globale

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