di Mjriam Abu Samra
Mi collego dalla Giordania, e sono molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia al ragionamento
Il mio intervento è su quelli che sono stati i tentativi di repressione del sistema che hanno visto protagonista il sistema giudiziario italiano nei confronti dei palestinesi in Italia ma faccio riferimento proprio a come tutto questo si inserisca su quella che è una strategia globale, su quello che è un percorso che non inizia oggi e che non inizia in Italia.
E’ un atteggiamento che è in continuità con l’approccio coloniale che ha da sempre ha caratterizzato l’Europa, il nord globale con gli Stati Uniti e le strategie imperialiste che portano avanti da decenni a questa parte e che si espandono su più geografie e in una continuità temporale che in questo momento lo vediamo probabilmente più chiaramente. E’ più evidente se osserviamo il caso italiano, ma lo è anche perché ci tocca effettivamente da vicino. Per questo è fondamentale andare a sottolineare che queste categorie e questi tipi di approcci anche giuridici nei confronti del movimento palestinese e anche nei nei confronti del movimento di solidarietà con la Palestina sono di fatto una realtà storica dalla quale non si può prescindere. Se facciamo lo sforzo di inquadrare questo momento nella sua continuità storica ci rendiamo conto che una serie di categorie, una serie di discorsi, una serie di narrative continuano ad essere riproposti e continuano ad essere strumentalizzate per imporre di fatto un controllo egemonico di strategie di resistenza, ma anche proprio di articolazioni, di comprensioni, di definizioni del linguaggio legate alle lotte anticoloniali e alla volontà di screditare il movimento di liberazione palestinese e di utilizzare la categoria di “terrorismo” come funzionale al potere per screditare, marginalizzare e delegittimare i diritti all’autodeterminazione, il diritto alla resistenza anticoloniale non solo del popolo palestinese, ma di tutti i popoli oppressi.
Uno degli strumenti narrativi attraverso i quali questo tipo di riflessione viene imposto e viene legittimato è proprio tramite la definizione e la categorizzazione di terrorismo. Sul concetto di terrorismo analizziamo due livelli, vorrei analizzare innanzitutto come il concetto di terrorismo viene applicato effettivamente al caso palestinese nello specifico, ma anche in maniera più generale, di come la definizione stessa di terrorismo vada poi in un qualche modo a smascherare quelle che sono le “asimmetrie” di poteri o i rapporti di poteri che di fatto ancora caratterizzano il sistema internazionale e legittimano, appunto, universalizzano categorie che sono tipiche di un’élite politica e che vengono invece poi imposte ed universalizzate anche a scapito di tutti quanti gli altri popoli. Quindi due livelli, due livelli che si incontrano, che si incrociano perché si alimentano l’uno con l’altro.
Vorrei iniziare con il sottolineare che una delle discussioni più intense negli anni 70 all’interno proprio dell’assemblea generale delle Nazioni Unite fu rispetto alla definizione di terrorismo, definizione di terrorismo che doveva essere concordata all’interno di questa sede internazionale e che vide un dibattito estremamente vivace tra quelli che erano allora definiti come i “popoli del terzo mondo”.
Tra Stati del terzo mondo che proprio in quegli anni avevano “conquistato” la loro indipendenza dalle potenze coloniali e quelli che invece erano le potenze coloniali dei decenni precedenti, quindi fondamentalmente quelli che oggi vengono chiamati il nord globale o quelle società definite come costrutto politico sociale cosiddette occidentali, l’Europa in primis, con ovviamente gli Stati Uniti.
Nella prima metà degli anni 70 questo dibattito all’interno appunto delle Nazioni Unite si concentrò sul provare a dare una definizione di terrorismo che fosse concordata tra tutti i presenti.
L’acceso scontro si diede all’interno dei Membri dell’Assemblea generale. Ci fu uno scontro tra questi due poli: le ex potenze coloniali e ii popoli del cosiddetto del terzo mondo. Il dibattito si focalizzò esattamente su come questa definizione di terrorismo potesse effettivamente venire applicata, indovinate a chi? ed indovinate su cosa? Sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Quindi tutta la discussione all’inizio degli anni 70 sulla definizione di terrorismo all’interno delle Nazioni Unite si basa e scaturisce proprio dalla volontà di andare a definire l’organizzazione per la liberazione della Palestina come movimento terroristico da parte dei paesi del mondo globale. Perché?
Perché comincio proprio da questo punto, perché diventa evidente come la categoria di terrorismo sia una categoria che non ha una neutralità normativa. Ma che l’utilizzo di tale concetto è uno strumento politico di definizione narrativa e linguistica politica che può essere utilizzato proprio per imporre una serie di definizioni e imporre una serie di limiti a quelle che invece possono essere concepite e vengono di fatto percepite e presentate come lotte di liberazione dalla maggior parte dei popoli nel mondo.
Che cos’è appunto il terrorismo e chi può definire il terrorismo?
Questa è la prima domanda alla alla quale effettivamente bisognerebbe rispondere, e che già negli anni 70 i popoli del terzo mondo proponevano nell’assemblea la definizione di terrorismo come “atto violento” che viene totalmente decontestualizzato dalla situazione e dalla sua natura storica di resistenza dei popoli anticoloniali e delle lotte anticoloniali diventa strumentale all’imposizione di forme di repressione di oppressione e di criminalizzazione che sono tipiche del controllo politico che viene implementato nel nord globale, che non solo viene implementato e imposto ai popoli del terzo mondo, ed ai movimenti di liberazione anticoloniale ma viene importato per mantenere il controllo e quindi per neutralizzare il dissenso all’interno delle società occidentali stesse, così come stiamo vedendo proprio in questi mesi, anche in Europa e in Italia.
Esiste quindi questa prima contraddizione che va affrontata e che è importante per noi come movimento di solidarietà. A me non piace questo termine, però lo uso dato che continuiamo ad usarlo. Come movimento, come movimento per la giustizia direi, a livello globale, è importante tenere presente questo tipo di sbilanciamento di potere anche nelle definizioni e nell’uso normativo che viene fatto poi di queste definizioni, del potere egemonico che il linguaggio può riprodurre e può legittimare, misure repressive che altrimenti non potrebbero essere giustificate. Quindi esiste una dimensione che è appunto quella narrativa, quella discorsiva, quella che poi viene ripresentata e di fatto anche rafforzata all’interno non tanto di quelle istituzioni giuridiche oppure nelle camere, nelle stanze in cui il potere viene disegnato, ma anche attraverso i mezzi di informazione, attraverso proprio la legittimazione di queste definizioni all’interno di un contesto di opinione pubblica più generale, quindi per noi interpretare queste definizioni, queste categorie non lasciandole soltanto nel significato che gli viene proposto e che viene universalizzato dal nord Globale, incentrato sulla visione data dal potere imperialista e colonialista che ancora domina il sistema internazionale, è uno dei passaggi fondamentali a cui dobbiamo prestare attenzione perché ci indica proprio su quali e quanti livelli il potere si ripropone ed è in grado di legittimarsi.
Il discorsivo narrativo è il primo livello su cui noi, come opinione pubblica, come appunto popolo e masse a livello internazionale, ci dobbiamo confrontare più direttamente. perché quello che rende più difficile decostruire questo tipo di strutture di potere e il linguaggio che le legittima.
Quando queste categorie linguistiche e strutture di potere entrano all’interno delle nostre comunità e delle azioni con le quali si manifesta il nostro dissenso ed entrano anche nei nostri spazi, con i nostri vicini di casa e tra le nostre comunità, tra i “nostri”, nei nostri settori.
Questo tipo di legittimazione narrativa e giuridica, ma soprattutto quando guardiamo alla categoria del terrorismo così come viene definito ed utilizzato anche all’interno di questi procedimenti giuridici, non solo è parziale, perché appunto rappresentativo soltanto della volontà del potere, che pur essendo particolarmente limitata [a una parte] del mondo impone però queste categorie e decisioni. Le egemonizza e le universalizza come unico standard all’interno del quale e rispetto al quale poter concepire qualsiasi forma di dissenso, qualsiasi forma di attivismo, di attività, di azione politica. Ma questo tipo di uso e strumentalizzazione dei termini ci richiede appunto di interrogarci anche sulla legittimità delle azioni e delle lotte, che invece vengono in questo modo screditate. C’è un tentativo non solo di screditamento delle lotte, ma anche proprio di delegittimazione del sostegno che queste lotte possano ricevere all’interno delle società occidentali.
Con la Palestina tutto questo diventa particolarmente evidente. Con la Palestina tutto questo diventa evidente perché la Palestina si è manifestata, si è resa appunto protagonista, si è riproposta, perché appunto la lotta anticoloniale palestinese è una lotta decennale, secolare a questo punto, si è resa in questo momento storico il nucleo ed il centro, il nucleo attraverso il quale tutte queste contraddizioni emergono anche proprio nell’uso strumentale che si fa non solo della categoria del terrorismo, ma di come il terrorismo venga poi anche assimilato, associato e quasi considerato inerente ad una serie di altre categorie che diventano appunto spauracchio per la società intera. Il terrorismo oggi va di pari passo con l’islamofobia e quindi diventa quasi naturale e fondamentalmente accettabile demonizzare ed utilizzare appunto queste categorie islamofobiche all’interno di un discorso di violenza legato al terrorismo.
Se si fa l’esempio appunto dell’imam di Torino, ma questo tipo di esempio vale anche per tutta la narrativa e per tutto il discorso che viene portato avanti anche rispetto ad una serie di movimenti di resistenza palestinesi, quali Hamas, per esempio, che vengono spesso demonizzati proprio per la caratteristica islamica anche dal movimento di solidarietà cosiddetto liberale, all’interno di una di un discorso islamofobo che caratterizza le nostre società in maniera quasi inconscia di fatto, quasi legittimando il discorso islamofobico anche in questi ambiti cosiddetti “liberali”. Quindi vediamo che questo tipo di costruzione di paradigmi, i concetti che diventano egemonici e che diventano appunto il quadro di riferimento all’interno del quale si può concepire un’azione di resistenza, un’azione anticoloniale o meno, vengono e nascono fondamentalmente da una serie di stereotipi e da una impostazione appunto di potere che di fatto è inerente alle società occidentali e che non rappresenta la realtà sul territorio e anzi vuole andare proprio ad addomesticare quel tipo di narrativa e quel tipo di azioni, cosi come la politica che può portare avanti un popolo che lotta per l’autodeterminazione. Dunque tutto questo diventa ancora più evidente quando si parla di Palestina, perché la Palestina è stata in grado proprio di andare a smascherare le contraddizioni di questo sistema. E negli ultimi due anni è diventato evidente, infatti, che il diritto internazionale, per quanto rimanga quadro di riferimento per le definizioni o anche per le azioni che possono essere intraprese a sostegno del popolo palestinese, il diritto internazionale si rivela di fatto come lo strumento tramite il quale queste categorie vengono di fatto legittimate e lo strumento attraverso il quale queste categorie vengono universalizzate, pur rappresentando il risultato di un potere asimmetrico e la capacità delle potenze occidentali di imporre il loro discorso e di renderlo normativo, legittimato tramite proprio il diritto internazionale. E proprio la Palestina ha dimostrato questa contraddizione, ha dimostrato che gli strumenti giuridici che vengono utilizzati, rimangono all’interno di una visione politica che rimane assolutamente fondata su strutture di poteri coloniali che si basano sulla legittimazione di norme e di definizioni che vengono presentate come incriticabili, come insostituibili, come appunto dicevo prima, universali.
Esiste quindi il tentativo di trasformare, di ridefinire quella che è una lotta di liberazione come terrorismo e lo si fa non solo giustificando o con la collusione diretta nel massacro, nel genocidio, nelle pratiche coloniali centenarie che Israele porta avanti con il sostegno dell’Occidente in Palestina, ma lo si fa anche imponendo questo tipo di narrativa e inglobando questa narrativa nel sistema giuridico stesso dei paesi occidentali. Questo appunto limita non solo appunto l’azione dei palestinesi, ma limita lo stesso movimento di solidarietà nel riuscire a concepire le forme di dissenso e le forme appunto di conflittualità con le quali il sistema dovrebbe essere affrontato. Rimane quindi la priorità per il movimento di solidarietà e non solo, quello di andare a decostruire questa gerarchia di legittimità che è tipica del sistema internazionale, non solo a livello politico e materiale, ma anche a livello narrativo e discorsivo, andare proprio a contestare le categorizzazioni che vengono imposte e andare a ricentralizzare invece quella che dovrebbe essere una visione, una narrativa che è in grado di centralizzare il diritto alla lotta per la liberazione, il diritto alla lotta per un sistema di giustizia, perché quello che è ancora più importante è andare a sottolineare in questo contesto è che è questa dinamica, questo meccanismo che limita proprio la concezione di quello che è possibile, di quello che invece non è accettabile all’interno di una lotta di liberazione viene riproposto, ovviamente con le dovute differenze, nelle nostre società stesse, e che ci viene indicato quanto e come e se è possibile andare a rivendicare diritti sociali, diritti politici all’interno delle nostre stesse comunità, all’interno dei nostri stessi paesi. Vediamo che lo spazio di dissenso, lo spazio per rivendicazioni sociali, economiche e politiche si riduce sempre di più anche all’interno delle nostre società. È una strategia che si autoalimenta, è una strategia coordinata, è una strategia che fa capo a quella che è la costruzione del sistema internazionale che si basa su un principio di sfruttamento economico capitalista in cui il colonialismo è ovviamente parte integrante ma non solo il colonialismo, così come viene implementato in Palestina da Israele con il sostegno di tutto l’Occidente, non solo esso è parte di questo sistema di sfruttamento e quindi uno sfruttamento sbilanciato che prevede la marginalizzazione e l’oppressione di una serie di popoli e di poteri, ma allo stesso modo si ripropone nelle nostre case con le stesse dinamiche per assicurarsi che il dissenso possa essere neutralizzato, possa essere cooptato, possa essere ridotto all’interno di quei parametri che ci vengono imposti e che ci vengono presentati come universali, come legittimi e come assolutamente indiscutibili. Questa è la connessione che la Palestina ha di fatto svelato ed è per questo che, soprattutto in questi mesi nell’Occidente, nelle società occidentali, la repressione nei confronti dei palestinesi e di tutti coloro che si mobilitano per la Palestina è diventata così prepotente e quasi necessaria.
E qui finisco ricollegandomi a quanto dicevo prima, perché effettivamente questa consapevolezza che la Palestina ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica ha innescato una crisi del movimento, una crisi delle istituzioni e degli apparati di potere che si trovano, che devono a questo punto necessariamente “limitare i danni”: chiudere, reprimere, impedire che questa consapevolezza diventi effettivamente il motore che spinga l’opinione pubblica, che spinga le masse al cambiamento.
Un saluto e un ringraziamento per lo spazio, sono collegata dalla Giordania, e sono stata molto molto felice di poter partecipare pur non essendo in Italia.