TESTO / AUDIO
Ringrazio innanzitutto tutti i presenti, sia ieri che oggi, per questa due giorni tenuta qui a Viterbo, che come avevamo definito già dall’inizio sarebbe stata una due giorni militante; sia il corteo che il che il convegno di oggi l’abbiamo definito militante perché l’aspetto militante era dato dalla radicalità dei contenuti con cui siamo stati in piazza ieri e con cui siamo oggi qua, noi rifuggiamo “l’estetica”, parlo dell’estetica dello scontro fine a se stesso, perché conosciamo bene, sappiamo che è esistito ed esiste quello che noi definiamo il riformismo armato, che significa? Significa il fare degli scontri, concordati o meno, qualche volta anche veri, però non nell’intento di attaccare e andare a distruggere questo sistema, ma per contrattare delle briciole con le varie istituzioni, nei municipi, votando questo, votando quell’altro. Esempi di questi scontri concordati e di questa “estetica dello scontro” ce ne sarebbero molti da fare.
Ripeto, di esempi se ne potrebbero fare molti, però uno paradigmatico è stato quando, anni addietro, durante la manifestazione contro l’espulsione di Ocalan, attuata dal governo di centro-sinistra, che portò all’assalto degli uffici della compagnia aerea turca (turkish airlines), un corteo internazionalista e antimperialista si è poi tramutato e rivelato al “servizio” di politiche di compromissione e “inciucio”.Tralascio ovviamente la fine fatta dal PKK, nonché del Rojava, su cui è meglio stendere un velo pietoso.
Perché lo definisco come riformismo armato? perché quello è stato l’esempio e chiaramente una nostra sconfitta, in cui tutta un’area di “Movimento”, su Roma, mi riferisco al Cortocircuito, alla Strada, eccetera, hanno da lì imbastito il loro posizionamento, ovvero sull’”estetica dello scontro”, in quel caso anche reale, fatto non per attaccare e distruggere lo Stato e il capitale, ma per andare poi a monetizzare o concretizzare e dire: vedi, noi possiamo fare questo però ci possiamo trovare una “soluzione”.
Noi rifuggiamo da questa logica, le nostre iniziative sono vere sia dal punto di vista dei contenuti che delle azioni; quando lo riteniamo opportuno, quando decidiamo noi i tempi e i modi e non lo facciamo decidere dal nemico, allora facciamo anche quello che serve e quello che va fatto.
Questo ci riporta all’ultimo esempio, noi affermiamo, a ragione, che siamo già nello stato di guerra e di polizia e l’esempio preciso è quello di Askatasuna. Askatasuna è stato sgomberato mentre era in corso un procedimento di cooptazione, di mediazione tra Askatasuna e il Comune di Torino. L’estate scorsa è stato sgomberato il Leoncavallo, un posto che non esprime conflittualità da oltre trent’anni, però è stato sgombrato ugualmente. E allora perché questi sgomberi ?
Le compatibilità sono saltate, il riformismo oggi non ha più spazio, non ha più senso. Oggi nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca della democrazia imperialista, o stai da una parte o dall’altra della barricata.
Questo è il senso fondamentale per cui il corteo di ieri noi lo definiamo militante, perché quello che nel corteo di ieri è stato riportato all’ordine del giorno, è che oggi o stai con la resistenza o stai con l’imperialismo e col sionismo, o stai per la distruzione delle carceri del 41 bis, o stai con lo Stato. Cioè non ci sono più le alternative. Oggi o ti schieri, o comunque se non ti schieri dalla parte dei padroni, stai comunque con lo Stato. Cioè chi non si schiera sta dall’altra parte della barricata. Allo stesso tempo anche il convegno di oggi è un convegno militante. Infatti, chi parlerà? Non ci saranno i professoroni o i professorini che vengono a fare la lezione, ma chi parla lo fa perché sta dentro le situazioni, sta dentro la classe, sta dentro il movimento e quindi porta il punto di vista proletario, una volta si sarebbe detto che “il rosso vince sull’esperto”. Allora ci piace riprendere questa frase, perché poi i vari professori a partire dagli anni ’60 in poi, tutto il ceto del ’68 eccetera, che fine ha fatto? Ricordo sempre che di Giordano Bruno ce n’è stato uno soltanto. Poi la maggior parte dei cosiddetti intellettuali, quando cambia il vento, ritorna tranquillamente nella sua classe, visto che la maggior parte di questi professori e professorini vengono dalla borghesia e fanno presto, una volta finito il vento rivoluzionario, a tornare nella propria casetta. Siamo già nello stato di guerra e di polizia, su questo bisogna essere molto chiari e attenti. Perché il problema, come dicevamo anche ieri al corteo, e come abbiamo ripetuto più e più volte, non è semplicemente il governo Meloni ma lo Stato imperialista in quanto tale.
Ridurre il tutto a nuovo fascismo, da cui il corollario già visto in altre occasioni, per cui per combattere il fascismo serve magari l’alleanza delle forze democratiche progressiste, quindi allearsi con la borghesia illuminata, è già stato un errore all’epoca del fascismo storico, figuriamoci oggi. Quindi il problema è che chi parla di fascistizzazione poi va ad un’azione politica che è compatibile con questo esistente. Noi diciamo invece che il problema non è il governo Meloni, perché se uno poi va a guardare tra i peggiori “decreti sicurezza” c’è Minniti nel 2017, poi Salvini per dire che dal punto di vista delle leggi securitarie parliamo di leggi bipartisan. Allo stesso modo, se andiamo a guardare sulle questioni riguardanti il mondo del lavoro, sappiamo bene come l’attacco principale alla classe è venuto dal cosiddetto centro-sinistra con i vari giuslavoristi che hanno al loro soldo paga allo stesso modo sulla questione dell’immigrazione i primi attacchi sono arrivati dalla Turco Napolitano; allo stesso modo nell’università, l’apripista è stata la riforma Berliguer del 2000, ben prima della Gelmini e compagnia cantante. Come diciamo nel nostro slogan, Conte, Draghi e Giorgia Meloni, tutti governi dei padroni.
Questo è il punto fondamentale: tutti i governi sono governi dei padroni e quindi che il problema non è il singolo personaggio che sta in quel momento a Palazzo Chigi, ma lo Stato inteso in quanto tale, proprio come Stato imperialista delle multinazionali, che risponde appunto ad un’articolazione internazionale del sistema imperialistico. E per cui quando noi affrontiamo la nostra borghesia, affrontiamo non soltanto la borghesia locale, ma una borghesia locale che è incistata dentro quello che è l’ordine mondiale e l’imperialismo a tutto campo.
Quello che fa il governo Meloni in Italia lo fa il governo Merz in Germania, lo il governo laburista di Starmer in Inghilterra, lo fa il governo Macron in Francia, governo liberale; è tutto il sistema dell’imperialismo obbligato a fare queste scelte, nel senso che anche i padroni non hanno “la loro libertà di scelta”, ma sono obbligati da quella che è la crisi del capitale, dalla crisi di valorizzazione, a intraprendere una determinata strada, che è quella che ci troviamo di fronte. Come detto non siamo più nella tendenza alla guerra, siamo nella guerra conclamata ormai da tempo, da un lato il conflitto in Ucraina in cui all’espansione della NATO non poteva non “corrispondere” la risposta della Russia, in un conflitto dovuto alle spinte imperialistiche egemoniche dell’Occidente che si scontra con l’imperialismo contrapposto, dall’altra parte la Resistenza Palestinese che si scontra con l’entità sionista cane da guardia dell’imperialismo occidentale e su questo ci saranno interventi appositi.
Ma queste sono i due aspetti più eclatanti, perché poi il capitale oggi comporta tutta un’altra serie di guerre, magari meno conosciute, che vanno dal Sud Sudan al Congo, a quello che è successo in Venezuela con il blitz a Caracas del 3 gennaio e la cattura di Maduro, esemplificazione di come oggi funziona l’imperialismo, per arrivare a un fatto meno conosciuto al Somaliland, che rientra in una fase di disgregazione degli Stati del Corno d’Africa. Somaliland che guarda caso è riconosciuto dall’entità sionista, perché in quel caso Israele ha dei forti interessi a intervenire in quella regione, dove tra l’altro contrasterebbe il sostegno che Ansar Allah porta alla Resistenza Palestinese.
La questione del Corno d’Africa rientra tra tutte le guerre che il capitale porta avanti, perché costretto dalla sua crisi a andare questa situazione di guerra conclamata, perché oggi sono in discussione tutta una serie di equilibri, perché il capitale, per sua la propria natura non è stabile, al contrario, necessita di continui aggiustamenti, ammodernamenti e rivoluzionamenti, perché non è impostato per essere un qualcosa di tranquillo e pacifico, come si immaginano e come ci vorrebbero raccontare i nostri intellettuali al servizio dei padroni, ma nasce sul sangue, sulla morte, sullo sfruttamento, sullo schiacciamento dei proletari.
Questo è il quadro fondamentale su cui noi ci basiamo. L’imperialismo è il sistema unico, ma non unitario dell’attuale fase capitalista, lo Stato italiano e i nostri padroni fanno parte della catena imperialista occidentale, Unione Europea, NATO, con il “capobastone” U.S.A. Riteniamo che per opporsi a questo sistema oggi meno che mai non va fatto nessun passo indietro. Riteniamo che va rilanciato assolutamente il discorso di insubordinazione rispetto a quello che il nemico ci prospetta. Oggi non è più il tempo di stare con la Palestina a livello umanitario, ma se uno vuole stare con la Palestina deve essere solo e soltanto incondizionatamente con la Resistenza Palestinese in tutti i suoi aspetti. Un altro punto importante rispetto a questo è la solidarietà internazionale e internazionalista. Lo abbiamo visto nel processo “farsa”, perché dal punto di vista giuridico non sarebbe dovuto nemmeno esistere, ad Anan, Ali e Mansour che si è concluso, e non poteva non concludersi, viste le premesse, con la condanna a di Anan.
Se non fosse stata per la solidarietà militante espressa dal movimento a sostegno della resistenza palestinese a L’Aquila e non solo, sarebbe andata molto peggio. Allo stesso modo, noi riteniamo che sarà importante partecipare ai prossimi appuntamenti: il 21 sotto il carcere di Melfi per Anan, il primo marzo sotto il carcere di Terni dove è stato portato Hannoun (nell’altra operazione fatta dalla dalla polizia italiana, anche qui in accordo con l’entità sionista contro la resistenza palestinese) il 10 di marzo a Campobasso, dove ci sarà un’altra udienza per Ahmad Salem.
Occorre, ripeto, non fare nessun passo indietro, rilanciare l’insubordinazione a quello che ci mettono di fronte i padroni, prendere esempio, l’abbiamo detto più volte, dalla Palestina. La Palestina ci insegna che solo la resistenza può, nonostante tutto, mettere i bastoni fra le ruote dell’imperialismo, e questo va fatto. Se noi siamo coerenti, va fatto anche qui.
Alcune parole d’ordine che abbiamo usato ieri e che usiamo oggi debbano tornare a far parte di quello che è il patrimonio del cosiddetto movimento, che invece alcuni termini, come imperialismo, lo ha da tempo dimenticato. Perché come abbiamo detto e come ripetiamo, se si parla di imperialismo si deve essere conseguenti rispetto a quello che si dice e a quello che si fa.
Un’ultima cosa e chiudo, ieri nel nostro ricordo di Massimo avevamo esposto quelle poche parole. Massimo era un amico, un compagno. Abbiamo voluto chiudere il corteo con l’omaggio a questo nostro compagno mettendo alcune frasi che sono tratte da un suo pezzo: “unire le forze, annientare l’oppressione, unità d’azione e rivoluzione”.
Auspico e spero che da questo convegno possa nascere un qualcosa di più. L’auspicio è che proviamo, come cantava Massimo, a unire le forze, unire le forze rivoluzionarie, perché mentre il nemico oggi è organizzato e ci attacca a piè sospinto, dalla nostra parte, e non parlo chiaramente dei sinistrorsi, dei pacifinti e di quella brutta la marmaglia che conosciamo bene, dalla nostra parte non c’è l’organizzazione necessaria per rispondere in modo efficace al nemico di classe.
In conclusione riteniamo come opzione minima mettere sul tappeto un discorso di unità d’azione tra rivoluzionari.
Innanzitutto, ciao a tutti e tutte e grazie mille per avermi dato la possibilità di partecipare a questo convegno che credo sia fondamentale. E’ il primo momento e la prima e fondamentale possibilità di confronto in questa“nuovo” contesto ricco di sviluppi in cui viviamo. Sviluppi non sempre incoraggianti e che richiedono una riflessione ed uno spazio di analisi adeguati per provare ad interrogarsi sul come rapportarsi alle varie trasformazioni a cui stiamo assistendo, che siano esse a livello nazionale, internazionale o transnazionale. Assistiamo ad un insieme di decisioni politiche e potenzialmente anche ad una possibile riorganizzazione geopolitica nelle varie regioni del mondo, che ha effetto anche all’interno (in Italia) dove si rende evidente con l’introduzione di nuove misure repressive che sono completamente in linea con quanto accade anche nel resto d’Europa e nel resto del cosiddetto nord globale.
Questo è il primo momento di riflessione che avviene in questo mondo complesso su cui riflettere collettivamente: domandarci cosa avviene in questo nuovo contesto può permetterci di capire come muoverci da adesso in poi. E’ fondamentale che si trovi il modo di fare queste riflessioni e trovare la forza di agire, oltre che di portare avanti questa analisi e questa riflessione, perché è essenziale non lasciarsi spaventare da queste “nuove” forme repressive che di fatto manifestano proprio la crisi del sistema e che dobbiamo interpretare come tali. Dobbiamo quindi costruire su quanto accade, sulla frammentazione e sulla debolezza di fronte ad un sistema che volge al suo culmine nonostante queste manifestazioni di potere “violento” che continua a produrre, e riflettere, costruire e autorganizzarci per attaccare la debolezza del potere che si sgretola e costruire su queste debolezze