Categorie
Sabotiamo la guerra e la repressione testi / texts

Palestina- repressione e il caso di Anan Yaeesh

TESTO

Buongiorno a tutti. questo intervento è, diciamo, uno dei primi interventi, ma immagino che diversi elementi poi ritorneranno in n altri interventi successivi, tratta della campagna di repressione che è stata indirizzata verso i palestinesi presenti in Italia, che è andata poi di pari passo anche con la campagna di repressione verso il movimento di solidarietà in Italia. Per cui immagino che un po’ tutti si siano imbattuti nel caso di Anania Yaeesh, ed è un caso abbastanza emblematico perché ha origine, come molti sapranno, agli inizi del 2024. Questo processo non nasce, o almeno ufficialmente, come un’inchiesta italiana, ma è una risposta italiana a una richiesta inoltrata da parte di Israele. Che ha avuto luogo intorno a fine 2023, quindi su l’onda della campagna mediatica alla quale abbiamo tutti assistito, che è andata avanti per diversi mesi dopo l’ottobre del 2023.

Con questa campagna mediatica si è tentato di demonizzare, per quanto possibile, la questione palestinese e i palestinesi, evidentemente ritenendo che vi fosse in quel lasso o in quel in quella fase un’opinione pubblica permeabile a questa campagna mediatica se Israele ha deciso di inoltrare una lista ad una serie di paesi europei delle richieste di estradizione per dei palestinesi, presenti in più paesi. Sappiamo per certo che sono state diverse le richieste di estradizione, che quindi non si sono limitate a quella di Anan in Italia, che hanno avuto più o meno seguito. Ce n’è una in Francia per un’altro palestinese, sempre della Cisgiordania, con sostanzialmente le stesse accuse, si trova tutt’ora in nelle carceri francesi e appunto queste richieste di questa richiesta di estradizione qui per l’Italia siamo riusciti, come dire, a intercettarla relativamente presto, quindi in un paio di giorni, e l’impressione netta che abbiamo avuto è stata quella di un tentativo di creare un precedente, una sorta di apri pista che potesse essere utile nelle fasi successive. Sappiamo bene e molti sapranno che sono diverse le realtà anche associative palestinesi presenti in Italia, che hanno subito nel corso degli anni diverse inchieste richieste israeliane con invii di documentazione da parte di Israele, cioè uno dei casi che abbiamo tutti quanti visto nel corso delle ultime settimane è la cosiddetta, o almeno così ribattezzata mediaticamente, cellula di Hamas in Italia. Per esempio, su quell’associazione già vi era una campagna che andava avanti da diversi anni, con quasi vent’anni di inchieste e indagini italiane che in realtà non hanno portato a nulla. E nel corso degli ultimi tre anni una serie di azioni repressive, anche indirette, che hanno portato a bloccarli in un certo senso il lavoro, per cui andando a dare fogli di via e conti correnti bloccati etc, per cui la netta impressione, già dal primo momento è che questo caso, quello dell’Aquila, volesse essere una sorta di apripista, poi per una fase successiva Ananni Yaeesh si trovava appunto in una città piccola come L’Aquila, relativamente, come dire, isolato, quindi non all’interno di un contesto un po’ più ampio come quelli che vi sono in altre zone d’Italia in cui ci sta un maggiore presenza sia palestinese, ma anche di realtà politiche e sociali attive sul territorio italiane e per cui diciamo che questo è stato un precedente, non è stata sicuramente la prima richiesta di estradizione avanzata dall’Italia da Israele verso l’Italia, però è stata sicuramente la prima nei confronti di un palestinese che ha trovato un via libera da parte del governo perché segue un doppio passaggio, per cui una richiesta di estradizione arriva al governo che decide se darvi se dargli seguito o meno. Quindi se passarla sul piano giudiziario o meno. E in questo caso si è fatta questa scelta per cui un tribunale italiano è stato chiamato a rispondere su sull’ estradabilità di un palestinese in pieno genocidio e fortunatamente si è riuscito e si è riusciti a sventare questa possibilità, portando avanti una serie di motivazioni politiche, per cui andando a sottolineare da un lato l’illegittimità di tutto quanto questo impianto accusatorio israeliano andando a sottolineare anche l’aspetto che il diretto interessato dalla richiesta di estradizione avrebbe molto probabilmente, se non sicuramente, si sarebbe trovato a rischio, avrebbe trovato rischi per la sua vita nella detenzione in Israele. Fin dal primo momento si è capito qual è stata l’impostazione italiana in questo caso, tant’è che in sede di udienza si è provato anche a forzare alcuni passaggi.

L’impianto difensivo, appunto, era basato su cioè che questi punti hanno tentato di forzare, capito che ormai arrivato il caso all’opinione pubblica, essendoci state diverse mobilitazioni, era ormai difficile portare avanti questa estradizione. Per cui hanno chiesto che non venisse estradato, non perché avrebbe rischiato torture o la vita nelle carceri israeliane, ma perché c’è articolo 11 della Convenzione europea per l’estradizione che dice che se sei indagato o sotto processo per il medesimo reato nel paese dal quale dovresti essere estradato puoi essere non estradato per essere processato lì. Una sorta di piccolo trucco, una manovra per evitare che un tribunale italiano condannasse le pratiche repressive israeliane in Palestina e il trattamento riservato ai prigionieri politici. Da qui nasce l’inchiesta italiana, quindi viene messo in piedi questo impianto accusatorio verso Anan e vengono coinvolti altri due palestinesi residenti a L’Aquila o in Abruzzo, il cui ruolo in realtà è sostanzialmente solo quello di essere coinquilini. questo processo inizia ad aprile dell’anno scorso. Questo processo si basa su o voleva basarsi su una serie di documenti arrivati da Israele, tra i quali verbali di interrogatori israeliani nei confronti di prigionieri palestinesi. Fortunatamente o non fortunatamente hanno provato fino all’ultimo a forzare e a farli confluire all’interno del fascicolo di dibattimento, ma sono stati esclusi, quindi tutto quanto questo materiale è stato escluso, però allo stesso tempo il tribunale o la Corte dell’Aquila, con un processo in corte d’assise, ha provato in tutti i modi a bloccare e a disarmare la difesa da quegli strumenti di cui si voleva dotare per far valere le ragioni non solo di Anan, Ali, Mansour, ma anche le ragioni politiche della loro causa, per cui andando a depennare decine di testimoni dalla lista testi che era stata preparata dalla difesa per riuscire a dare un contesto a ciò che gli veniva contestato. Il processo, come avete visto, è andato avanti per diversi mesi, con diversi colpi di scena. L’ambasciatore israeliano in Italia chiamato a testimoniare, poi non ha testimoniato lui, ma ha fatto testioniare un funzionario che è un ufficiale di collegamento israeliano con i paesi del Sud, sud-ovest europeo.

E in tutto questo ciò che viene contestato ai tre è l’associazione con finalità di terrorismo. Su questo la linea difensiva è sempre stata chiara, ossia non si va a ad adottare quell’impostazione per la quale si sostiene solo l’innocenza dei tre, ma si va a portare avanti un un’impostazione di rottura. Innanzitutto, il primo piano è quello, anche politico, di legittimità della resistenza in Palestina. Ossia la il fatto che sia legittimo per un popolo sotto occupazione da decenni, sotto un’occupazione militare che tra l’altro è condannata anche dallo stesso diritto internazionale, un elemento completamente legittimo che va riconosciuto e che non può costituire, per la difesa, un elemento sul quale portare avanti una condanna e per cui sull’altro fronte anche, , andando a smontare diversi aspetti dell’impianto accusatorio. Fortunatamente questa impostazione ha portato dei frutti nel corso dei ricorsi alle misure cautelari che sono arrivati fino in Cassazione, dove appunto nel luglio del 2024 la Cassazione è stata obbligata a rispondere a una serie di quesiti posti dalla difesa arrivando ad un annullamento con rinvio per due dei tre, riconoscendo, seppur implicitamente, che una resistenza e anche il ricorso alle armi contro un’occupazione militare è legittimo addirittura per lo stesso Diritto internazionale: uno dei tre, Anan, è rimasto in carcere perché il diritto internazionale, che lo ricordiamo, è sostanzialmente la sintesi di quanto accordato a tavolino, tra le grandi potenze coloniali a seguito o successivamente alla Seconda Guerra Mondiale, comunque riconosce o pone una serie di limiti riconosciuti anche la Cassazione nella sentenza relativa al ricorso per le misure cautelari e il coinvolgimento di terzi estranei al conflitto, ossia civili, per cui il processo da quel momento in poi si è sviluppato tutto su la questione dei coloni e delle colonie e degli insediamenti che per il diritto internazionale, purtroppo, nonostante no siano dei gruppi paramilitari armati che portano avanti, portano avanti un lavoro fianco a fianco insieme all’ esercito di occupazione, quelli per anche per il diritto internazionale, vengono riconosciuti come civili, per cui un primo punto è stato quello di portare anche in aula e all’interno del fascicolo di dibattimento quello che sono realmente i coloni israeliani, quello che è effettivamente il l’operato di questi gruppi paramilitari che a nostro avviso non vanno posti sullo stesso piano, per intenderci, della signora che porta il bambino al parco, per cui quindi si è sviluppato il dibattimento su questo binario.

Si è arrivati alla sentenza di primo grado qualche settimana fa con due assoluzioni su tre, cioè gli veniva contestato ai 3 270 bis e la pena minima per Hanan era di 7 anni, una pena che andava dai 7 ai 14 anni, è stato invece condannato a 5 anni e sei mesi. Quindi il minimo della pena e gli sono state riconosciute le attenuanti generiche. Però, per quanto riguarda lui in prima persona, perché l’ha chiarito in maniera chiara e a più riprese , che questo processo essendo un processo politico, andava reso politico e noto e continuare in appello, ma non tanto perché si confida, in questo sistema di giustizia, ma più che altro per evitare che nasca effettivamente un precedente. Si ha comunque una condanna per un palestinese per appoggio a un fenomeno legittimo per lo stesso diritto internazionale che ha tutta quanta una serie di limiti, per cui è un ragionamento che viene fatto anche partendo da dei presupposti, passatemi il termine, “tattici, per riuscire anche a conservare, a preservare quello che è il margine di lavoro che si ha qui in Italia. Quindi si avrà nei prossimi mesi notizia di quando ci sarà appunto il processo in appello. E prendo qualche minuto in più per toccare o affrontare anche qualche altro caso simile che si che al quale abbiamo assistito qui in Italia, uno che ha fatto molto scalpore di qualche mese fa è quello del dell’imam di Torino, di san Salvario,Shahin, e secondo noi è importante menzionarlo e parlarne non solamente nei termini con i quali se n’è parlato su la stampa e da parte anche, diciamo, di alcuni settori del campo largo e del centrosinistra, secondo noi invece è un precedente molto pericoloso, non tanto per i motivi che in molti hanno rivendicato, ma perché rappresenta un passo verso una strategia volta a neutralizzare un fenomeno che si è reso sempre più palese nel corso del degli ultimi anni, abbiamo qui in Italia centinaia di migliaia di arabi, la comunità araba in Italia è molto grande, è prevalentemente, la provenienza è prevalentemente dai paesi del Nord Africa. Però abbiamo visto comunque una grande partecipazione non soltanto a le mobilitazioni politiche che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi anni, ossia tutta quanta la mobilitazione sulla Palestina, ma anche un coinvolgimento diretto all’interno di una serie di lotte, ma lo vediamo anche, per esempio, con la logistica, per esempio, per cui, a nostro avviso, diciamo che questo caso rientra all’interno di questa logica, la logica del riuscire a neutralizzare quella componente e escluderla, con portando avanti questa azione repressiva dal coinvolgimento all’interno anche delle lotte sociali in Italia. Il caso specifico dell’imam di Shahin, per chi ha letto i documenti, in realtà non ha detto nulla di che, non ha neanche in realtà rivendicato il 7 ottobre, come alcuni hanno sostenuto, si è espresso dicendo che andava inquadrato all’interno del suo contesto storico. È un sincero democratico che ha tradotto la Costituzione italiana in lingua araba, per cui è il “moderato tra i moderati” e la scelta di individuare quel personaggio come vittima di quell’azione repressiva, probabilmente è stato dettato da due elementi:

il fatto che fosse appunto un imam di Torino, quindi una figura riconosciuta anche dalla comunità musulmana di Torino. In secondo luogo sostanzialmente, per le sue posizioni democratiche, per cui se viene colpito lui con un’azione repressiva di questo genere, figuratevi chi decide di adottare una posizione più conflittuale, questa è stata più o meno la nostra lettura di questo caso.

Per ultimo, l’ultimo elemento a cui mi voglio ricollegare e poi vado a conclusione è il processo appunto di Campobasso. E una brevissimo accenno a quello di Genova.

Su quello di Campobasso abbiamo visto appunto l’introduzione di una serie di nuove misure repressive. Il processo di Campobasso nei confronti di un palestinese a cui gli viene contestato : 270 quinques che, se ricordate, è questo nuovo reato introdotto ad aprile scorso con il con il DL sicurezza ex DDL 1660. Ed è quello noto,come “terrorismo della parola”, per cui è la detenzione di materiale utile all’autoaddestramento in sintesi. E’ stato il primo utilizzo di questo articolo, di questo nuovo reato in introdotto, per cui vediamo come viene poi sostanzialmente utilizzato, cioè come si porti avanti questa sperimentazione anche su questo piano e su questo campo la prossima udienza, come si è già detto, si terrà il 10 marzo a Campobasso, per cui invitiamo tutti a seguire i prossimi aggiornamenti che ci saranno ed eventualmente, laddove possibile, partecipare anche per portare solidarietà ad Ahmad.

E ultimo elemento al quale mi vorrei ricollegare è quello di Genova. Su Genova abbiamo visto la portata in termini mediatici. Quel caso, cioè, che portata ha avuto processo di Genova che deve ancora iniziare.

Per il momento c’è stato il riesame che ha annullato le misure cautelari per tre su 7, rimangono quattro in carcere. Gli indagati in realtà sono molti di più ed è un precedente pericoloso. Ha avuto due elementi che l’hanno contraddistinto. Il primo è la grande mediaticizzazione e a nostro avviso, avvenuto specie dopo le grandi mobilitazioni che abbiamo visto nel corso dei mesi precedenti, arrivando a quella di inizio ottobre che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza ed è stata forse una delle più grandi manifestazioni degli ultimi degli ultimi anni, per cui c’è un elemento che effettivamente fa paura. Questo elemento è la politicizzazione anche di quella mobilitazione per cui immaginiamo si sia o che abbiano voluto, marcare sul nascere e per politicizzazione non intendo necessariamente degli slogan legati alla rivendicazione di determinati elementi, ma già semplicemente il fatto che venga fatto un discorso più diretto. Si parlava di termini che sembravano fino a qualche tempo fa ormai anacronisti. Anacronistici e si è comunque nel corso di questi ultimi mesi si è riusciti a pian piano ricollegare non soltanto quelle che sono le responsabilità dell’Italia rispetto a quanto accade in Palestina, ma a riuscire a portare avanti un discorso anche più articolato in questo, in questo senso, per cui la grande mediaticizzazione di questo caso probabilmente ha avuto come scopo, portare avanti anche una demonizzazione utile a criminalizzare tutto quanto questo movimento di solidarietà da un lato, e il secondo è l’inconsistenza di tutto quanto l’impianto accusatorio, cioè ci sono delle associazioni che vengono individuate come legate a Hamas che vengono menzionate all’interno di appunto per chi ha letto la documentazione, che è stata pure pubblicata su Internet e riportata in quella della DNA, una di queste associazioni, per esempio, ha ricevuto dei fondi dalla US Aid statunitense, per darvi un’idea, per cui questo dà l’idea di quanto sia tutto molto grottesco è che appunto quest’operazione, al di là delle considerazioni che si possono fare sul merito e che sicuramente cioè che condividiamo non ha nulla a che fare effettivamente con è una scelta sostanzialmente politica, che è quella di procedere in questo senso è volta a stroncare quanto rimane di mobilitazione su la Palestina e anche indirettamente su gli altri temi sociali qui in Italia.

Se avete fatto caso, dopo l’inchiesta di Genova, i primi a dissociarsi e condannare sono stati gli stessi che hanno provato ad inserirsi nel corso degli ultimi mesi all’interno della mobilitazioni per la Palestina, per riuscire a ritagliarsi un minimo di quell’appoggio di sostegno popolare che hanno completamente perso perché sostanzialmente smascherati dalle posizioni alle quali si sono attenute nel corso degli ultimi anni. Per cui questo per noi è un elemento sul quale portare avanti un lavoro, quello anti repressivo che a nostro avviso non deve essere fine a se stesso o isolato, va inserito all’interno di un piano o di un discorso più ampio che viene portato avanti, che va a collegare anche altri temi. Per questo anche ci tenevamo a sottolineare il caso di dell’Imam di Torino. Per esempio, perché ci dà un’idea di quella che è la tendenza.